By

Un giorno un amico mi disse “ho sentito che sei entrato in Politica” e gli risposi, “no non sono entrato in Politica, faccio Politica”. O meglio, così ingenuamente pensavo, poi le cose sono andate un po’ diversamente; perché la Politica ti avvolge e coinvolge, ti estrania, ti allontana dal tuo ambiente, dal tuo vissuto. Entrare in un contesto di Politica attiva ti fa sentire su un altro piano, ti trasporta in un universo parallelo dove ci si crede attori e non spettatori e per i più assatanati c’è pure il miraggio di diventare Registi.

Dall’oscuro militante al Segretario Nazionale ci si crede tutti bravi, belli e fotomodelli, quello che cambia è l’appartenenza, a un gruppo a una comunità a uno di quegli agglomerati umani che chiamiamo Partiti. E lì si parte quasi sempre per la tangente, il Partito diventa un Totem da difendere dagli assalti delle tribù nemiche, una entità immobile che non va da nessuna parte perché troppo impegnata a difendere se stessa. Come per i credenti il bisogno di preghiera, ma soprattutto di “rito” diviene impellente. E non si riesce a pregare senza chiese, moschee e sinagoghe, sezioni, circoli e segreterie.

Oppure per darne una visone più moderna e attuale diventa come il nostro inseparabile Smartphone, nasce come oggetto utile, poi diventa indispensabile, e alla fine diventa la tua stessa vita, dentro c’è tutto, esistenza, amici, contatti, storia, ricordi. Come ben descritto nel libro “Gli squali” di Giacomo Mazzariol (Einaudi) il protagonista all’inizio del romanzo cade dalla bicicletta, ha il telefono in mano e ovviamente stava messaggiando. Cadendo il pensiero non è quello di salvarsi braccia, gambe o la testa, l’unica cosa che conta è salvare quella cosa che ha in mano, e che per inciso, lo sta facendo sfracellare sull’asfalto. Cade si acciacca ma il telefonino rimane sano e intatto. Come in passato ho già scritto “toglietemi tutto ma non il mio partito, altrimenti che cazzo faccio, chi cazzo sono, uno qualsiasi che beve in caffè, legge il giornale e ogni tanto va dal barbiere, un uomo o una donna normale?”. Quindi nessuno che entri in Politica vuole sentirsi “normale” uno dei tanti. “E no io faccio politica” come pensavo anch’io al mio esordio in questo campo.

Ma torniamo all’inizio, fare politica o entrare in politica, sono due cose profondamente diverse e la seconda fa troppo spesso dimenticare la prima. Fare politica significa risolvere problemi, problemi comuni, problemi condivisi, essere in politica si riduce essenzialmente a difendere la propria parte. I problemi diventano solo step, passaggi utili, strumenti per acquisire consensi o toglierli ad altre parti. E, mi spiace dirlo, a questo punto della nostra storia le due cose, ‘fare’ ed ‘entrare in’ sono diventate inconciliabili.

Tra le due quindi, per quanto mi riguarda, bisognerebbe tornare ( o cominciare) a fare Politica, dimenticandosi della propria parte, per occuparsi del problema, dei problemi che ti si presentano davanti. Qui però sorge il busillis, proprio perché i problemi sono comuni e condivisi, non si possono affrontare da soli, ma serve rapportarsi con gli altri, organizzarsi, coordinarsi, fare un Partito insomma. E si ricade nella fogna di prima, o forse no.

All’inizio del Partito Democratico si parlò molto del Partito fluido, ma si scelse poi la strada del partito struttura perché era l’unico modello conosciuto, e lo si è riprodotto coscienziosamente sui modelli esistenti. Non si è avuto il coraggio e l’intelligenza di cercarne altri, modelli fluidi, innovativi appunto, dettati dalle esigenze prima che dalle ideologie. In questo caso fare un Partito diventa un’avventura, una ricerca continua di cambiamenti, di nuove aggregazioni, di nuovi compagni, una situazione che magari ti porta a trovarti accanto a chi non avresti mai pensato di frequentare, tanto meno di conoscere. E’ questa la nuova strada della Politica? Per me si. I modelli preesistenti hanno fatto flop, basta vedere il PD e 5 Stelle, la Lega, FdI ecc. ecc.: alla fine ci si batte solo per far sopravvivere il Partito di appartenenza, tutto il resto va in secondo piano, o, peggio, si dimentica. Che lo si faccia con la colonna sonora di Bella Ciao o di Faccetta Nera, o persino “ di per fortuna che Silvio c’è”, diventiamo tutti uguali, salviamo lo Smartphone ma ci lasciamo sfondare il cranio sull’asfalto.

Uno dei crucci dell’uomo o donna di Partito è parlare alle masse, come se non fossimo noi altrettanto massa. La convinzione di essere una élite falsa tutto. E poi le masse esistono ancora? Un tempo ci si rivolgeva alle masse, alle classi o ai gruppi di interesse; forse gli ultimi esistono ancora, ma le prima di certo no. Classi e masse erano realtà solide, consolidate, oggi di solido e consolidato esiste poco o nulla. Il panorama cambia di continuo, le masse si compongono scompongono e dissolvono in un battibaleno, la realtà sociale di ieri non è quella di oggi e tanto meno di domani, non ci sono più appartenenze acquisite. Eppure i partiti basano le loro strategie sul concetto di parlare ai cittadini, ma mai tale concetto fu così fluido e variabile.

Guardiamo la storia di questo ultimo periodo. Il Covid all’inizio ci ha fatti popolo, un popolo sui balconi certo, ma mai l’Italia era stata così unita e coesa, quasi che il Covid fosse una finale del Mondiale di Calcio. Poi è partito il tam tam, no vax, i distinguo dei Governatori, Covid Governo ladro, liberi tutti e spritz selvaggio. I Cittadini che cantavano ‘Fratelli d’Italia’ sui balconi si sono gettati in ogni movida possibile immaginabile, io apro, no tu no, e via dividendo e poco imperando.

E ti arriva il Draghi come il male necessario con il suo Generale in tuta mimetica, ma tutti i Partiti sono alla ricerca dei loro interlocutori, altrimenti che ci stanno a fare? Cercano i loro Cittadini come un innamorato cerca la morosa che nel frattempo ha trovato un altro “Marco” e per un po’ lo sbaciucchierà ma poi lo lascerà e se ne cercherà un altro. I Partiti sono amanti traditi e il popolo una puttana che si vende al primo che passa con la macchina più grossa.

Non si parla più alle masse, si parla ad una infinità di singoli, cani errabondi senza collare. Ma potrebbe essere, anzi è un bene, una opportunità se solo si riparte da zero, si butta via l’acqua sporca e anche il bambino, che ormai è morto e speriamo sia risorto in un universo parallelo. E dobbiamo cercare di capire inventandoci nuove categorie, rinunciando alle parole d’ordine, alle strade conosciute. Invece si pensa di rifondarsi con un Letta di turno o con un Renzi che sa ormai d’aceto, largo agli Eretici, a figlioli prodighi che ben si guardano di tornare a casa.

Fare Politica significa “farsi carico” dei problemi collettivi, e collettivo vuol dire mio e tuo, essere immersi, esserne parte; ma significa anche sporcarsi le mani e non tenerle pulite in tasca, significa camminare con gli altri, non sentirsi guide e tanto meno profeti. Per capirci, avete presente la figura di Don Milani e il suo incessante lavori educativo tra gli ‘ultimi’? Ecco lui si ‘faceva carico’ e si orientava solo con la prospettiva di affrontare e dare una risposta al problema che aveva davanti. E lo faceva ‘insieme’. In politica ci sono gli avversari, ma prova a fermarti un attimo: se hai un avversario politico, lui vede la stessa cosa che vedi tu ma la interpreta in una luce diversa; e magari lui vede cose che, da dove ti trovi, tu non vedi e viceversa, significa imparare da chi ti cammina accanto, ma anche da chi ti cammina contro.

Classe ’49, vicentino di nascita ma residente da molti anni a Mestre, è stato Consigliere di Municipalità di Mestre Carpenedo (PD) e Presidente e anima dell’Associazione UnaeUnica che si è battuta per combattere la divisione del Comune nel recente referendum. È responsabile della sede della Canottieri di Mestre e appassionato di voga.