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Questo editoriale si rivolge particolarmente alle persone, quaranta o poco più, che un anno fa esatto hanno aderito alla nostra proposta intitolata “La mia città nei prossimi cinque anni”. Si trattava allora, da parte loro, di scrivere per LUMINOSI GIORNI un articolo nel quale stilare una personale agenda per la città nei 5 anni successivi, in vista delle elezioni amministrative. E lo hanno fatto aderendo con slancio e positività alla proposta. Molte di queste persone appartenevano a liste elettorali a sostegno di diversi candidati sindaci e in effetti era rappresentato l’intero arco di forze politiche presenti in città. Altre persone invece non erano candidate, anche se alcune tra queste non facevano mistero di essere elettori o anche militanti di partiti e forze politiche.

Una prima impressione scorrendo tutti gli articoli è che un anno fa le differenze tra le cose da fare espresse dai diversi autori erano minime o nulle. Non si sarebbe detto che gli autori appartenessero a liste diverse e addirittura a sostegno di candidati sindaci diversi. Apprezzabile era stato che chi scriveva si fosse sforzato di essere  propositivo e ciò spiega come mai le differenze progettuali fossero così ridotte. Quando uno deve proporre ciò che vuole per la città e non “ciò-che-non-vuole” fa fatica a differenziarsi. Ed è assolutamente logico: soprattutto a livello locale nelle amministrazioni cittadine le differenze politiche che poi in seguito emergono son spesso fittizie, frutto di forzature, perché, più ancora che a livello nazionale, le cose da fare in una città sono obbligatoriamente sempre le stesse, gli obiettivi non possono essere poi così diversi tra lista e lista e tra i candidati sindaci.

Poteva essere l’auspicio per una consiliatura che nasceva all’insegna della collaborazione tra tutte le forze politiche, al di là che esse fossero nel governo cittadino o non ci fossero.

Ancora una volta purtroppo non è andata così.

Vero è che solo un numero ristretto degli autori che hanno scritto su LG su “La mia città nei prossimi cinque anni” sono risultati eletti e fossero stati di più forse le cose sarebbero andate diversamente, in meglio, in coerenza con i loro propositi espressi negli articoli. La politica cittadina avrebbe una più netta impronta by partisan, che sarebbe servita e che serve ancora come il pane affinchè ogni scelta sia sostenuta dal consenso di tutta la comunità cittadina. Che invece resta indifferente, ma soprattutto resta divisa, perchè la si fa credere divisa, attraverso una formula politica divisiva.

In un anno i temi principali dell’agenda per la città di Venezia – inutile rielencarli, sono arci noti – sono rimasti ovviamente gli stessi e la loro soluzione è rimasta lontana con soli piccoli passi avanti per alcuni. L’emergenza covid logicamente ha congelato un po’ tutto, se si eccettua la recente scelta governativa circa le grandi navi (divieto del passaggio in bacino San Marco, approdi provvisori/definitivi a Marghera) con il consueto monotono copione dei pro e dei contro (mentre anche su questo tema le posizioni di un anno fa dei nostri autori non erano così diverse tra loro, questo divieto era il minimo per tutti, con molte sfumature, certo, alcune verso un’eliminazione integrale dalla laguna: in ogni caso il “via le navi dal bacino San Marco” era un coro unanime che oggi non è così unanime, neppur questo minimo).

Il gioco a differenziarsi ha prevalso alla grande. Si assiste ad uno stucchevole rituale di canto e controcanto tra maggioranza e opposizione (così vengono orrendamente chiamate per conformismo e pigra abitudine, pur senza esistere ‘maggioranza’ e ‘opposizione’ nel lessico istituzionale ufficiale, ma anche come entità istituzionalmente costitutive). Prevale la propaganda e la preoccupazione di prepararsi già ora alla futura sfida elettorale. Come sempre in Italia si è in campagna elettorale permanente.

Se ne ha prova guardando anche le vicende politiche nazionali. Abbiamo per una volta il privilegio di avere nelle istituzioni dei garanti – nel Presidente della Repubblica e nel Primo Ministro – di un programma sulla carta condiviso da un ampio fronte di forze politiche, un programma che, proprio per merito di questi garanti, procede senza vistosi intoppi. Tanto per essere chiari è per noi di LUMINOSI GIORNI lo scenario ideale di una politica Costituzionale ispirata ai valori fondanti di una Repubblica Democratica, uno scenario che per quanto riguarda questa testata è una opzione politica definitiva e andrebbe applicata paro paro a tutte le scale geografiche, dalla più piccola alla più grande.

Ed ecco che invece già a livello nazionale emerge sempre più spesso la vera natura faziosa, direi da sempre, dei partiti, che si sentono orfani della loro unica ragion d’esistere: l’essere di parte. E il pensare sempre e solo alla loro bottega anziché al bene comune, di cui si disinteressano per definizione addirittura etimologica (‘parte’ è concettualmente, seppure non letteralmente, il contrario di ‘comune’), anche e soprattutto quando, solo strumentalmente del bene comune ne sciacquano la bocca. Infatti la corsa evidente è quella ad attribuirsi, con dichiarazioni, interviste e quant’altro, i meriti di ogni scelta, visto che sentono come intollerabile il fatto di essere costretti a condividere con gli altri una linea comune e a condividerne i meriti. Uno spettacolo veramente indecente, per fortuna messo ai margini con eleganza e superiorità dall’alto profilo governativo.

Ora non si può trasporre questo scenario a livello cittadino solo perché a questo livello non c’è un governo sorretto da un fronte così ampio come a livello nazionale. E non sarebbe possibile visto che il governo cittadino dipende da una legge elettorale che non consente per sua natura una politica di larghe intese, è bipolare e divisiva per principio proprio. Porta alla ‘stabilità di governo’ (,il ‘mantra’ dei suoi non pochi sostenitori), ad una stabilità però poggiante su piedi d’argilla perchè minata continuamente dallo scontro tra chi decide e chi cerca sempre di disfargli le decisioni; con il solo scopo di questi ultimi della visibilità, ritenuta questa la condizione vitale per la rivincita; e, chissà, visibilità magari per i singoli garruli politici per poter essere eletti in gradi di rappresentatività più alti, parlamento nazionale o europeo, ecco l’uso della politica cittadina per consenso personale. Quindi, nell’impossibilità della corsa ai meriti delle scelte che avviene a livello nazionale, la natura faziosa degli schieramenti si manifesta nel già citato odioso copione di canto e controcanto, dove tutto è improntato a dire per principio il contrario dell’avversario. Da entrambe le parti, sia ben chiaro. Nulla diventa credibile anche quando lo fosse, perché viziato dal riflesso pavloviano di differenziarsi per principio.

Tra gli ultimi scambi di accuse e controaccuse quello sulla vertenza ACTV, dove alla fine il cittadino non è messo in nessun modo nelle condizioni di capire quel che succede. Da una parte scatta l’arma sempre pronta nella fondina della sfida all'”OK Corral” della richiesta di dimissioni dell’assessore ritenuto responsabile, quello alla mobilità. E’ il classico espediente, esclusivamente strumentale ma sempre ad effetto, della delegittimazione dell’avversario, che viene usato come primo colpo, senza minimamente entrare nel merito del perchè le si chiede, le dimissioni; a cui si risponde, da parte dell’assessore coinvolto, con la controdelegittimazione, facendo ricorso ai trascorsi pluridecennali di presunto e indimostrato malgoverno, a detta sua, da parte di chi reggeva, prima della sua fazione-faziosa, il Comune di Venezia, la famigerata e nebulosa ‘sinistra’; alludendo ai tempi in cui quelli di sinistra di ora in consiglio, che del resto si fregiano comunque orgogliosi della patente di ‘oppositori’, erano alcuni adolescenti, altri poco più che giovanotti ancora acerbi, visto che chi governa a Venezia adesso si avvia al settimo anno, non proprio una settimana, e di acqua ne è passata anche sotto il loro ponte. E’ il classico parlar d’altro, quello dell’assessore, per non rispondere, gioco per altro facile, visto che non c’è proprio niente a cui rispondere, solo i consueti ululati alla luna dei fieri ‘oppositori’. Insomma uno spettacolo che umilia la Politica con la P maiuscola, che avrebbe nel rispetto per tutti e nella valorizzazione di ogni apporto, e anche della storia precedente, il suo metodo di fondo. Ma il discredito e il disprezzo, due azioni tra loro complementari rivolte
a chi si vuole, come unico obiettivo senza contenuti, solo abbattere, sconfiggere e possibilmente umiliare, sono l’anima della faziosità politica accecata da sentimenti e giudizi solo negativi.

E poi si parla dell’odio fomentato dai social, che invece impallidisce di fronte al bell’esempio che danno i politici che dovrebbero rappresentare il popolo. Il risultato della credibilità, non tanto dei singoli, è bene precisarlo, quanto di tutte le forze politiche presenti a Ca’ Farsetti, sui banchi del governo e sui banchi di tutto l’intero arco del Consiglio è pari agli zeri che la prof. di matematica ci insegnava ad elidere nelle operazioni delle frazioni o nelle divisioni. La precisazione è d’obbligo perchè invece tra i singoli presenti in consiglio a Ca’ Farsetti ci sono anche persone che hanno scritto l’anno scorso per LG ‘la mia città nei prossimi cinque anni’ con spirito unitario, oltre ad altri insospettabili, e che probabilmente subiscono impotenti questa condizione, fagocitati dai partiti a cui appartengono e che impongono la linea. Eppure primariamente a loro ci si rivolge ora per aggrapparsi alla speranza che qualcosa possa cambiare verso una politica di con-divisione.

LUMINOSI GIORNI che quest’anno compie il suo decennale, ha nel suo DNA la cultura dell’incontro tra le diversità anche in politica. Mi rivolgo perciò agli autori di un anno fa, a tutti anche ai prevalenti non eletti e soprattutto a quelli che non erano candidati, sicuramente più liberi degli eletti e con maggiore autonomia di pensiero. Mi rivolgo a loro perché nello scrivere su queste pagine hanno accolto l’anno scorso questo stesso nostro spirito unitario e che spero non condividano per nulla questo spettacolo. Si rileggano e rileggano gli altri e, in coerenza con ciò che hanno scritto, diano una mano verso una politica dell’incontro, così come avevano fatto allora.

Questo invito non è fatto in nome di un buonismo edificante, come lo erano le ‘buone azioni’ di una certa educazione d’antan. Non ci interessa essere buoni, ci interessa essere utili, fare cose utili, solo e sempre utili. E per le sfide colossali che si hanno davanti lavorare con un ampio consenso è semplicemente e solo improntato all’utilità, serve per andare avanti. Per dirla con un topos linguistico dei nostri giorni, lavorare insieme è ‘smart’: tanto il differenziarsi è sterile, azzera gli sforzi, quanto lavorare di concerto è solo e semplicemente utile per vincere le sfide, se è vero che al fondo gli obiettivi sono per tutti gli stessi, mi ripeto, ben elencati negli scritti di un anno fa. La politica delle divisioni infatti è dispersiva, è il disordine che disperde energie, in termodinamica si direbbe entropia.

Fermatevi un momento a pensare che cosa sarebbe del barcone della nostra città se tutti, ma proprio tutti, cittadini, forze politiche, categorie, associazioni, remassero dalla stessa parte. Certo che per poterlo fare bisogna avere in testa che per ogni soluzione c’è bisogno che tutti perdano qualcosa della loro idea originaria e si adattino permanentemente alla mediazione laddove è possibile, ed è quasi sempre possibile. E laddove non è possibile accettino senza recriminazioni la scelta che prevale con i numeri, evitando l’odiosa e sistematica delegittimazione dell’avversario; ed evitando soprattutto la tentazione permanente di agitare la piazza, la demagogia dei comitati di strada, facile ricorso da sempre di tutti gli arruffapopoli di cui la storia è piena.

La mediazione però prima di tutto dev’essere nella testa di chi governa. Lo chiedo come se fosse un appello accorato a quegli autori di un anno fa che appoggiano l’attuale Giunta. L’arrocco del potere è l’altra faccia della demagogia, perché pensa di avere dalla sua la maggioranza della cittadinanza. E non è così, visto che i numeri dicono quasi sempre che chi è eletto come sindaco anche al primo turno senza ballottaggio, lo è con un voto di minoranza degli aventi diritto, sistematicamente sempre meno della metà, a volte molto meno della metà degli aventi diritto. E ho fatto i conti a spanne: nel caso dell’attuale sindaco il suo è stato meno del 30% degli elettori aventi diritto (più del 70% dei cittadini NON lo ha votato!). L’unico modo che chi è letto come sindaco ha di correggere la stortura di questo risultato ottenuto con il favore di una corposa astensione, favorita dal sistema elettorale, è quello di diventare, appena eletto, il Sindaco di tutti, di passare all’istante dalla fazione all’istituzione. E per essere Sindaco di tutti la mediazione dev’essere nella sua testa fin dall’inizio, con la preoccupazione di accogliere comunque anche e soprattutto le istanze di chi sulla carta non lo sostiene.

Cari amici abbiamo bisogno di costruire ponti da tutte le parti, perché non se ne può più di questa esasperazione identitaria in politica, pessimo esempio che rende ipocrita ogni grido di dolore per ciò che sta accadendo in Afganistan in questi giorni; dove il fondamentalismo fanatico ha una sua sublimazione non molto difforme da quella che ci presenta la faziosità politica a casa nostra e in occidente, che dovrebbe essere la culla dell’apertura e della tolleranza.

La cultura dell’inclusione anche da noi non può restare confinata ai ‘diversi’ per etnia, per religione, per genere, per censo, non può restare confinata alla sola inclusione sociale, pena non dare credibilità all’inclusione stessa. La prova del nove che l’inclusione non deriva solo da un politicamente corretto ideologico è la sua estensione alla pacifica convivenza delle diversità politiche, in una sorta di autoinclusione reciproca. Fino ad ora i ‘politicamentecorretti’ alfieri dell’inclusione, con cui si lavano i denti tre volte al giorno, quando arrivano ai ‘diversi’ (da loro) in politica cominciano a mettere paletti da tutte le parti, all’insegna del “mai con…”. Ebbene, a livello nazionale con il governo in carica il “mai con…” ha preso in questo 2021 una bella tranvata: diamogliela allora anche in città. L’impegno mio personale per il futuro della politica cittadina e quello della testata che ho l’onore di dirigere sarà quello di promuovere le persone che partiranno nei loro programmi dalle loro idee e dall’ascolto/accoglimento pieno delle idee diverse, quelle degli altri, attraverso un punto di caduta comune, equi-distante. Anzi no, equi-vicino, che rende meglio. Una piccola sottrazione dal proprio punto, che resta però vicino a sè e ugualmente vicino all’altro.


Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • Adriano Ardit

    Si parte da un’idea condivisibile, l’insofferenza per l’esasperazione identitaria, anche se espressa in modo confuso facendo un minestrone in cui si elenca la qualunque, additando e accusando tutto e tutti, ma ben presto si deraglia. “a livello nazionale con il governo in carica il “mai con…” ha preso in questo 2021 una bella tranvata”: siamo sicuri, visti i risultati, che sia una buona cosa? O che siano la normalità della politica i governi delle larghe intese che sanno tanto di consociativismo, dove gli avversari non si preoccupano neanche più di salvare le apparenze di stare dall’altra parte, ma si aggregano all’ammucchiata, rimanendo però di fatto all’opposizione?