By

“Matrimoni per amore / matrimoni per forza / ne ho visti d’ogni tipo / di gente d’ogni sorta”. Così cantava il Poeta nella sua bellissima “Marcia nuziale”. Ma quel poveretto che era la voce narrante del testo non aveva presumibilmente assistito ad alcun matrimonio di ultima generazione. A me invece sì, è capitata la ventura, anzi, la sventura, di partecipare ad un paio di quelli che io chiamo matrimoni faraonici o assiro-babilonesi.

            Lo schema raccapricciante è sempre lo stesso, ma prima vorrei premettere due cose: di nozze del genere di quelle che mi accingo a descrivere ne ho sperimentate tanto al Sud quanto al Nord dell’Italia. Il che significa che il raccapriccio è indifferente alla latitudine e ai cosiddetti costumi (scostumati).

            Il secondo rilievo è questo: so per certo di genitori dalle modeste possibilità economiche che si sono addirittura indebitati, hanno acceso un mutuo (sic) per fronteggiare le spese delle nozze e garantire agli amati figli un matrimonio degno di prìncipi (ma io sospetto che i principi abbiano più buon gusto), indifferenti peraltro alla eventualità che molti matrimoni, oggidì, non arrivano nemmeno alla crisi del settimo anno.

            Dunque, come si articola il matrimonio faraonico? Si apre ovviamente con una estenuante cerimonia in chiesa (la cui lunghezza dubito sia proporzionale alla congrua offerta per l’officiante di turno). Dopo di che si va. Si va dove? E beh, si parte per raggiungere la “location” del pranzo, distante anche decine di chilometri dal luogo della celebrazione religiosa.

            La location, di solito, è una struttura tanto vasta e “importante” (ma di architettura e arredi raccapriccianti) da poter accogliere alcune centinaia (sic) di ospiti, in stragrande maggioranza tra loro del tutto sconosciuti (e sospetto in gran parte ignoti anche alle famiglie dei novelli sposi). A questo punto gli ospiti attendono nel patio, nei giardini e nei cortili: attendono che gli sposi abbiano esaurito il rito del cosiddetto servizio fotografico, che normalmente si avvale anche di riprese dal basso, di lato, dall’alto (con l’ausilio di opportuni droni!). Finita questa procedura, gli ospiti ormai esausti per la lunga attesa, si vedono ammessi alla “area aperitivo”, la quale consiste in una molteplicità di chioschi dove si somministra, a buffet, ogni ben di dio alimentare, il che si configura (per gli ignari gli ospiti…) come un vero pasto luculliano.

            Terminata questa fase, ecco che (udite udite) arriva l’annuncio che si passa alla sala imbandita, per il vero e proprio pranzo. Il pranzo? Il pranzo, costituito da svariate portate di primi e secondi, viene consumato al tavolo con altrettanti sconosciuti, con i quali, peraltro, non si potrebbe scambiare, neanche volendo, una sola parola a motivo dell’assordante clangore delle musiche e delle performance canore di sottofondo (si fa per dire) e con attese bibliche tra una portata e l’altra: al secondo primo sei già sulla digestione del primo primo. Frattanto tra i tavoli s’improvvisano da parte di qualche sciagurato, i cosiddetti trenini o altre amene manifestazioni di infantile imbecillità (perché, si sa, ad un matrimonio bisogna che si stia allegri a tutti i costi!).

            Dunque, siamo partiti con una cerimonia religiosa a metà mattina e siamo arrivati al termine del pranzo verso le cinque del pomeriggio. Gli invitati sono palesemente esausti, allo stremo delle forze e probabilmente esasperati. Beh, credete forse che la sceneggiata sia finita qui? Neanche per sogno. Alla chiusura del pranzo segue il trasferimento all’aperto, per la conclusiva fase “dessert”. Qui ci s’imbatte ovunque in leccornìe dolciarie di ogni ordine e grado: pasticcini, torte, caramelle, gelati, fontane di cioccolata ed ogni altro ritrovato pasticciero che la fantasia malata degli organizzatori è riuscita a concepire.

            La cosa più rilevante di questa fase terminale (pardon) finale della cerimonia sta nella circostanza che, sebbene gli invitati siano strasazi e incerti nel passo, di fronte al ben di dio offerto ad ogni angolo della location, scatta la “sindrome del buffet”, della corsa a tuffo e calca e spinta per riempirsi i piatti di ogni ben di dio. Ma di lì a poco, ahimé, ti colpisce che l’area dessert pulluli di piatti ancora semicolmi, abbandonati qua e là, in ogni angolo. Siamo insomma alla sagra dello spreco, dello sperpero inconsulto di cibo (e di energia, di allegria forzata e via dicendo).

            Ora, qualcuno potrà obiettare: ma perché no? Se una famiglia benestante può permettersi lo sperpero di una siffatta convention assiro-babilonese ed esprimere per tale via la propria gioia e il proprio affetto per i suoi pargoli convolati a liete (si suppone) nozze, ebbene, perché no? Perché non dovrebbe farlo? Per carità, lo faccia, chi glielo impedisce? Ma egualmente nessuno impedisce a me di esternare tutto il mio disprezzo per l’eccesso, lo sperpero, il cattivo gusto e – starei per dire – l’immoralità di eventi siffatti. C’è qualcosa di nauseabondo e deprimente in questo genere di eventi assiro-babilonesi. O no?

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.