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Su questa pagina il politologo e sociologo fiorentino Valentino Baldacci mette a fuoco in modo convincente la figura di Mario Draghi sul piano politico istituzionale, e ne esce un profilo da sottoscrivere dalla A alla Zeta.

Ma la libertà del pensiero e dell’azione politica del Primo Ministro si vedono poi da molti particolari e dallo stile con cui si muove rispetto al variegato corpo delle forze politiche che lo sorreggono in maggioranza. Lo si capisce da come con disinvoltura e senza pregiudizi egli valuti i punti di vista di tutte le culture politiche che stanno dentro la cornice costituzionale. E che, come del resto nello spirito costituzionale, possono coesistere.

L’esempio viene dal tema molto dibattuto in queste settimane del reddito di cittadinanza.

Più di un mese or sono, quando già si profilava il dibattito/scontro sul tema, Draghi non si era fatto sfuggire l’occasione e al riguardo in questo modo alla lettera si esprimeva: Il Reddito di Cittadinanza va riformato, ma condivido il ‘concetto’.

La frase era densa di significati e implicitamente costituiva un messaggio di mano tesa ai fieri propositori e ora difensori ad oltranza di questa riforma, vale a dire quelli del Movimento Cinque Stelle. Come dire: non intestarditevi troppo su questo reddito di cittadinanza, che così com’è ha limiti oggettivi, perché comunque sono con voi sul ‘concetto’, appunto, e sui suoi presupposti etico economici.

Questa si chiama onestà intellettuale: il saper riconoscere che un principio è buono a prescindere dal colore politico che lo esprime e dai difetti con cui è stato attuato. Nella fattispecie, essendo questa del reddito di Cittadinanza una misura sociale del tipo ‘assistenziale pubblico’ è tradizionalmente collocabile, secondo una pigra e conformistica consuetudine, in un universo valoriale di ‘sinistra’. Una misura, il cui ‘concetto’ da sé è probabilmente parziale, ma che si sostiene in un impianto economico che, sempre secondo discutibili canoni, forse di sinistra non è, ma sicuramente risponde al dettato Costituzionale.

Credo di capire ciò che muove la sua accettazione del principio che ispira questa misura.

Cerco di spiegarmi.

L’economia moderna può reggersi, soprattutto nella produzione di servizi e beni di largo consumo non legati a necessità di base, e tuttavia determinanti la maggioranza della produzione del PIL e degli occupati, se si mantiene un mercato libero in cui la proprietà dei mezzi di produzione è nelle mani di soggetti privati. La promozione e la tutela del lavoro, principio cardine nel nostro ordinamento costituzionale, dipende in buona parte dal lavoro dipendente da imprese private, e favorirle significa potersi garantire occupazione, entro il perimetro della tutela di alcuni diritti e delle compatibilità sociali e ambientali. Quindi una certa dose di flessibilità favorisce indirettamente l’occupazione e di fatto la promozione del lavoro.

Se siamo d’accordo su quanto sopra, ne segue che, ci piaccia o non ci piaccia, la rigidità immessa da una tutela dei diritti spinta all’eccesso è oggettivamente un freno all’economia così concepita. Di questi tempi l’impresa non è più disponibile ad un’assunzione indeterminata e senza condizioni al buio, con tutte le variabili che l’economia subisce. E questo, in più, vale per l’impresa privata ma anche in una certa misura per l’impresa pubblica prevalentemente dedita ai servizi, che però sta comunque dentro alla logica di mercato e dei numeri del consumo. Si è inneggiato a lungo al famoso Statuto dei Lavoratori, siglato nel 1970 in una fase economica che, pur palesando già in Italia forme inaccettabili di sfruttamento del lavoro, si trovava ancora in una fase espansiva.

La prima crisi petrolifera è di tre anni dopo, il 1973, con tutto il suo carico di ricadute economiche e sociali dovuto ad un costo energetico improvvisamente impazzito. La prima di una serie di altre crisi consecutive che hanno fatto intendere come alla lunga non sia più possibile ragionare senza ipotizzare variabili e congiunture sfavorevoli, economiche, sociali, geopolitiche, che una rigidità astratta nei diritti fa ricadere in primis sulle imprese con i loro sempre potenziali default a catena. E i default alla fine, di riffe o di raffe, fattivamente ricadono di brutto su quell’occupazione che la rigidità astratta voleva salvaguardare: l’occupazione perciò ha solo da rimetterci. Questo è il ragionamento che mi pare stia sotto al famoso Job Act renziano, ispirato certo ad alcuni principi liberistici, per quanto non assoluti. Il licenziamento senza ‘giusta causa’, che sul momento mi aveva turbato e mi turba un po’ ancora, vuol dire forse questo: poiché congiunture sfavorevoli sono sempre in agguato, su larga e su piccola scala, esse attaccano l’impresa, e l’impresa deve poter avere mano libera di contrarre l’occupazione licenziando. A me questa soluzione parrebbe comunque una ‘giusta causa’, visto che è una soluzione obbligata e non una scelta, ma evidentemente per il lessico si è preferito non edulcorare con parole interpretabili questa soluzione estrema.

Ciò premesso una società giusta e in qualche misura egualitaria secondo i canoni costituzionali si può reggere su questo impianto (ispirato di necessità ad un liberismo realistico ma obiettivamente letale sul piano sociale), solo e soltanto se la solidarietà sociale si traduce in alcuni “airbag” protettivi e di tutela delle condizioni della dignità del vivere che hanno una soglia minima oggettiva insuperabile: le risorse per un tetto sotto cui dormire, alimentarsi e promuoversi culturalmente in condizioni igieniche e salutari dignitose e le 2000 calorie quotidiane necessarie a sfamarsi senza stress; secondo il principio che è la povertà il nemico da combattere e sconfiggere per sempre e non la ricchezza. E’ il considerare il principio su cui si basa il welfare come un elemento socio economico indispensabile per bilanciare un impianto di stampo pur sempre liberistico, anche se, a ben vedere, con tale bilanciamento liberistico in modo assoluto non lo è più: deve infatti poter agire in modo compatibile con la spesa pubblica sociale e solidale. Il Reddito di Cittadinanza sta qua dentro.

Il ‘concetto’, come lo chiama Draghi, del Reddito di Cittadinanza è rischioso e si offre al parassitismo sociale? Certamente. E nel nostro paese con la sua endemica arretratezza, prima di tutto culturale e ben incapsulata geograficamente, è ancor più rischioso. Draghi aggiungerebbe tuttavia, con uno slogan già collaudato per giustificare le aperture post covid, che è un rischio calcolato.

Ecco perché trovo fazioso definirlo come uomo dell’establishment.

I fautori di un liberismo totale, con spesa pubblica ridotta a meno di nulla, si rifanno secondo loro alla cultura del liberalismo classico e si autonobilitano così sul piano etico politico. Ma è un richiamo strumentale e consapevolmente menzognero. Il liberalismo al contrario, fin dal suo primo manifestarsi, ha partorito un impianto istituzionale liberal democratico, che nell’evoluzione diventa per forza di cose basato su un’economia mista in cui il pubblico deve fare la sua parte per proteggere i più deboli; un’azione senza la quale, in assenza di garanzie di accesso, l’uguaglianza di fronte alla legge diventa una condizione puramente teorica. E si tratta di una protezione dei più deboli che non coincidono mai con i meno meritevoli, per i quali obiettivamente si farebbe più fatica ad esser solidali.

Ci sarà sempre poi chi si siede su questa garanzia economica minima, ma uno stato intelligente deve essere in grado di non farsi abbindolare e di vigilare su chi vuole fare il furbo. E se necessario togliere la protezione e dirottare il furbo, se proprio non ce la fa a reggersi comunque, sui dormitori e sulle docce pubbliche e sul pasto delle mense per gli indigenti. I ‘fuori legge’ furbi ci saranno sempre e ce li dobbiamo sopportare senza lasciarli morire. Se no a questo punto diventerebbe accettabile anche la pena di morte, mentre non lo è, neppure per il peggior sanguinario, perché la tutela della vita di tutti non passa per la soppressione della vita di alcuno. E anche il peggior sanguinario lo devi sfamare e fare vivere dignitosamente nelle patrie galere.

lo si chiami poi Reddito di Cittadinanza o, come nelle precedenti edizioni governative, Reddito d’Inclusione e lo si connetta anche al salario minimo, pur essendo questo tutt’altra cosa, per ‘concetto’ cambia poco, perché nel ‘concetto’ è il senso generale che conta.

Resta invece da notare come il ‘Reddito di Cittadinanza’ ancora in vigore è usato come sempre strumentalmente dai partiti e dai loro leader solo per ragioni di bottega. Devono agitare la clava pro o contro per marcare le differenze e l’identità e per ammiccare al loro potenziale serbatoio di voti. Così stanno facendo Conte, Letta, Renzi, Salvini e Meloni, i quattro tenutari del loro pacchetto a due cifre di percentuali da salvaguardare, più il quinto che aspira a farsi accettare dall’elettorato degli ultimi due, senza grossi risultati, essendo nei sondaggi al consueto e ormai pluriennale prefisso telefonico. Tanto il ‘condivido’ di Draghi è emblematico di onestà intellettuale, quanto le battaglie pro o contro dei cinque, sono emblematiche del suo contrario.

E finisco concludendo da dove ero partito. Di fronte alla perdurante esistenza delle categorie “destra e sinistra”, Draghi si manifesta con un atteggiamento che, anziché contestarle per principio, azione sterile e fallimentare, semplicemente va oltre di esse, dimostrando di saperle assumere pescando il buono dell’una e dell’altra con disinvoltura, come sta accadendo con il caso di specie di cui si è detto. La sua, tuttavia, non è neppure minimamente catalogabile allora come posizione di ‘centro’, sempre spazialmente ridotta questa al minimo, quando vuole fare scelte terze in contrasto con le altre due e diversificandosi da entrambe. La sua originalità sta nel sottrarsi alle due categorie spaziali classiche, senza perciò ridursi ad una terza ininfluente, nel momento in cui accetta e valorizza ispirazioni di entrambe, rendendole tra loro compatibili, come sempre dovrebbero essere se si trovano all’interno del perimetro costituzionale.

PS

Rivedibile quanto si vuole il reddito di cittadinanza ha un’indubbia impronta Cinque Stelle. La mano tesa di Draghi manifesta una rivoluzione copernicana anche nell’essere stato il primo a non considerare questo movimento come un’accolita di appestati, ignoranti, sprovveduti e approssimati. E a dare loro cittadinanza politica e un riconoscimento pragmatico, perché parziale e a tempo, che opinionisti, uomini di partito e intellettuali hanno negato con supponenza e prosopopea, ben istigati, va detto, da una speculare sicumera popolar elitaria e dal giustizialismo dei Cinque Stelle stessi. Da non confondersi questo riconoscimento pragmatico di Draghi con quello che stanno dando ai Cinque Stelle alcuni politici del PD, come per esempio Letta e Bettini, solo funzionale all’urgenza insopprimibile del loro posizionamento contingente.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.