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Nei primi anni 2000 erano pochi. I Dittatori veri erano però ben visibili e sembravano non solo anacronistici (d’altra parte la storia doveva finire…), ma a tratti folcloristici (piantavano tende a Villa Borghese, correva l’anno 2009) e quasi sempre perdenti seppur convenienti. Con alcuni di costoro si facevano affari (oil for food), con altri si trattava per prevenire ondate migratorie, con altri ancora o forse con gli stessi, si discuteva l’ingresso nella UE o si finiva persino a vedere la camera da letto. Insomma il campionario dei rapporti oltre che dei protagonisti era variopinto, non sempre coerente, a volte neanche troppo lungimirante, ma tanto all’inizio questi Signori erano o sembravano pochi, lontani quanto bastava, interessati soprattutto a gestire le relazioni con il mondo occidentale e con l’Europa all’insegna dell’antico do ut des , nulla di più. Con il trascorrere degli anni però quei pochi sono diventati tanti e sempre più insidiosi, il semplice do ut des non bastava più. Quel fascino esotico esercitato da questi caudillos che tante vittime ha mietuto anche nella buona e colta società europea, è diventato man mano sempre meno esotico finendo per diventare un problema locale. Recentemente, sul Financial Times a firma di Henry Foy, corrispondente da Mosca, è stata pubblicata una delle più interessanti e illuminanti interviste ad uno degli esponenti di quelle che abbiamo imparato a chiamare democrature (si badi non più dittature) o democrazie illiberali, Vladislav Surkov. Il fatto che in pochi conoscano questo misterioso personaggio che per 12 anni è stato “ l’eminence grise ” di Vladimir Putin dimostra quanto sottovalutato sia il tema dei rapporti tra democrazie e democrature. Per spiegarsi e per definire la strategia politica sottesa alla gestione del potere in questi regimi, Surkov ricorre al paragone incentrato sui personaggi della commedia dell’arte italiana. Pantalone è il padrone, Arlecchino e Brighella sono i servi, l’uno sciocco, l’altro sveglio, il giudice Tartaglia rappresenta la burocrazia e Colombina il popolo. In altre parole i personaggi in commedia devono apparire molti e recitare a dovere il loro ruolo. Unica condizione, che la regia sia affidata ad una figura sola che ne dirige ogni azione, intervendo alla bisogna perché: “L’eccesso di libertà può essere letale per uno Stato” – “An overdose of freedom is lethal to a State”, “ Anything that is medicine can be poison. It is all about the dosage”. Secondo Surkov, il modello delle democrazie illiberali accetta le diversità tra le persone, ma quella diversità deve essere sotto controllo per preservare l’unità della società così da ottenere compromesso tra caos e ordine. Le risposte alle domande poste da Henry Foy, costituiscono un vero e proprio manuale di diritto per ogni democratura che include anche le caratteristiche che deve avere l’opposizione (che viene distinta tra sistemica e non sistemica) e non è privo di suggestioni sui futuri rapporti tra Russia, USA e Unione Europea,​avendo oggi la Russia secondo Surkov, raggiunto una sorta di pace dei sensi dopo aver fatto i conti interni con gli oligarchi e annesso la Crimea. Ciò che invece inquieta è il fatto che le dotte e raffinate metafore di Surkov, le quali attingono direttamente dalla cultura europea, riscuotano simpatie e interesse anche all’interno dei confini europei in modo ormai plateale. Quanto sta accadendo in Ungheria e in Polonia per citare solo i casi più eclatanti (ma ben altre situazioni si potrebbero citare in giro per l’Europa), dovrebbe costituire un monito per tutte le democrazie. Il germe seminato dalle democrature rischia di attecchire anche dentro i confini europei. L’inesorabile succedersi di eventi quali: l’indebolimento del sistema dei partiti, la perdita di indipendenza del potere giudiziario, la compressione dei diritti delle minoranze nell’indifferenza generale, la soppressione delle voci scomode e critiche nei confronti di chi è al potere sono tutte forme in cui si manifesta la malattia che colpisce lo Stato di diritto e la Democrazia come la intendiamo ovvero quella incentrata sulla netta divisione dei poteri e sul rispetto dei diritti umani e sociali. Purtroppo, la malapianta all’apparenza può essere verde, robusta e crescente come quella sana e l’occhio poco attento potrebbe non riconoscerne la pericolosità almeno fino a quando non scopre il grado di profondità raggiunto dalle radici e allora sì che sradicarla può essere una vera impresa, ammesso che non sia troppo tardi. 4 – Fine

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra. Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti. Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.