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I miei genitori nacquero negli anni venti, precisamente dopo qualche anno dalla marcia su Roma, ed ebbero modo di subire, sin da giovanissimi, il clima tetro del fascismo. Vissero, loro malgrado, da studenti, la retorica della patria e del duce. Furono educati, nel loro ruolo di incolpevoli balilla, all’obbedienza e all’egemonia del pensiero unico. Le scuole erano telecomandate dal potere che osteggiava in ogni modo la formazione di uno spirito critico. I giovani di allora, che si misuravano col mondo e costruivano le proprie coscienze, subivano tutte quelle interferenze proprie dello stato totalitario che inibiscono i processi di crescita.

Il desiderio di libertà, però e per fortuna, è un formicolio dell’anima difficilmente sanabile. Anche in quelli cui, a partire dai loro primi vagiti, sono state imposte verità assolute e incontestabili. Mi sono sempre chiesta, infatti, come tanti intellettuali, ma anche tanti eroi senza volto e senza gloria, nati e cresciuti sotto il regime fascista, donne e uomini che non avevano mai assaporato in vita loro le gioie del contraddittorio e del confronto, siano riusciti a rivendicare, a costo della vita o del confino o di un’emarginazione senza scampo, le loro istanze di libertà.

Non riesco a immaginare una scuola che educava con proditoria determinazione all’assunzione di determinati valori perché così veniva imposto dal potere. Un potere che metteva il becco persino nell’adozione di libri di testo, improntati a guerra, supremazia e morte, dietro la più rassicurante esaltazione di Dio, patria e famiglia.

Non riesco ad immaginare realtà professionali dove la sicurezza dello stipendio e del posto di lavoro poteva saltare da un momento all’altro per un comportamento sessuale ritenuto deviato e contro natura o per un’idea non proprio ortodossa. La mia generazione non ha avuto la malasorte di assistere a tanto scempio. E quando i miei genitori mi raccontavano che, nonostante tutto, molti di loro non si sono mai arresi alle ingiustizie e alla repressione, beh… non potevo che inorgoglirmi di fronte a tanto coraggio e a tanta capacità di discernimento. Non è un gioco da ragazzi in una dittatura!

I tempi sono cambiati e, grazie al cielo e grazie anche a chi ci ha preceduto, respiriamo quei valori di libertà e di autodeterminazione che diamo con leggerezza per scontati. Forse ci si dimentica, però, che tanto scontati non sono. Ad un occhio attento non sfuggono dei segnali inquietanti che dovrebbero mettere in guardia anche il più qualunquista degli individui. Non mi riferisco solo ad episodi di omofobia, di razzismo, di esaltazione della forza muscolare (gravissimi), cui, di riffa o di raffa, la destra strizza l’occhio, sia pure solo per ragioni elettorali. Parlo proprio del pericolo, molto più ampio, che corriamo tutti nella sciagurata (ma probabilissima) eventualità di una vittoria delle destre.

Faccio un esempio. Non più di qualche settimana fa il professor Montanari, storico dell’arte e rettore eletto dell’università per stranieri di Siena aveva sostenuto che la legge del 2004, che istituisce la Giornata del ricordo delle foibe a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria, rappresenta il più clamoroso successo di una falsificazione storica di parte neofascista.

Non voglio entrare nel dibattito seguito a tale dichiarazione, alle accuse di negazionismo nei confronti del professore e ai suoi chiarimenti dettati da ragionevolezza e profonda conoscenza dei fatti. Sono rimasta molto colpita dalle immediate richieste di dimissioni da parte di esponenti politici di destra (FdI, Lega, Iv) e dall’auspicio, lanciato dalle pagine del Giornale dalla Meloni di “fermare” il professor Montanari. Forse perché ha sostenuto l’impossibilità di mettere a confronto il male assoluto perpetrato dal nazifascismo con altri episodi di violenza e di morte? Forse perché si vuole costituire, in democrazia, un precedente di intimidazione del mondo accademico? Forse perché si vuole spegnere il tentativo di un intellettuale lucido di fare chiarezza sugli eventi importanti della Storia?

Se esprimere un parere in una repubblica antifascista può portare alla perdita di un incarico importante o forse anche di un posto di lavoro e se le forze politiche che sostengono tale necessità sono, come risulta dai sondaggi, quelle vincenti, allora ci stiamo allontanando dagli ideali costituzionali che hanno guidato il nostro paese dal dopoguerra ad oggi.

La nostra costituzione vieta l’apologia di fascismo, ma a conti fatti, tale divieto è spesso inoperante. Tutto sommato, sarebbe molto più giusto che tutti, anche fascisti e neofascisti, esprimessero le proprie idee. Qui però si rischia il paradosso. Ci troviamo di fronte a involontarie prove tecniche di regime da cui dovremmo, forse, essere tutti più turbati. Prima che sia troppo tardi.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Scrive su alcune testate locali dove si occupa di scuola, libri, politica e intercultura. Ha pubblicato due romanzi: “Criada” (Astragalo, 2013), “A due voci” (Leonida, 2017).