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Chi scrive deve confessare la sua iniziale perplessità di fronte alla chiara attitudine espressa dall’autrice del libro in questione, Ludovica Amat, di traslocare spesso, anzi spessissimo, anche all’interno della stessa città di Milano, per conseguire, a suo parere, una intimità moltiplicata con tutti i diversi quartieri, in una rincorsa di prospettive ravvicinate su spazi interni ed esterni, vicinato, dintorni, caratteristiche di traffico e parcheggi.

L’autrice ammette che la reazione di fronte ai suoi continui traslochi , da parte di chi lo viene a sapere, è come minimo di sbigottimento, e il suo desiderio di mettere in ordine questo suo sistema organizzato antipanico da spostamento sembra a prima vista una sorta di autoaiuto che essa si offre per fare distanza con le parole e, quindi, capire meglio prima di tutto sé stessa.

Chi scrive ama lo spostamento, i viaggi, le lontananze, ma non se lo sogna nemmeno di cambiare casa, avendola da sempre considerata sostanzialmente un porto-rifugio piccolo e confortevolissimo dove sbattere le sue stanche ossa dopo i suoi vari girovagare, sapendo di ritrovarla dove l’aveva lasciata, con tante cose di tutta la sua vita, i colori che ama, i vicini amorevoli che conosce benissimo.

Ludovica, quindi, quando, con slancio di grande generosità, enumera con pignola attenzione tutte le fasi indispensabili per rendere “felice” secondo lei, meno traumatico per noi poveri mortali, un cambio di casa, ha suscitato in me lettrice uno scarso interesse, rabbrividendo all’idea di scatoloni sparsi, anche se impilati con cura, o di cambi di utenze e trasferimenti di cose con la necessità di sfoltire al massimo tutto ciò che diventa ogni volta superfluo.

Quando però, gradatamente, ho guardato dietro la facciata dell’efficientismo “felice” di Ludovica, come da una trama segreta, mi sono emersi davanti agli occhi una serie di sottotemi, di riflessioni ben più remunerative e, in fondo, molto più affini alla mia natura.

Dimenticavo di dire infatti che, accanto alle varie fasi di “demolizione” della casa precedente , e “ricostruzione” affettiva e concreta della nuova abitazione, si aprono all’interno del libro quelli che secondo me danno reale valore alla pubblicazione. Mi riferisco alle diverse esperienze di trasloco di un certo numero di persone, presenti soltanto col nome di battesimo, che, in qualche pagina in corsivo, descrivono brevemente ma con grande efficacia la loro o spesso le loro esperienze di spostamento.   

E qui si apre una nuova prospettiva sul mondo offerta ai lettori : sappiamo ormai bene come ormai per molte persone, motivi di studio o lavoro costruiscano una rete continua di spostamenti dentro il nostro Paese, ma anche in Europa, o ancora più lontano.

Ma sentirli raccontare così, semplicemente, in prima persona, da ognuno di loro, ci consegna uno spaccato estremamente vario di esperienze felici a tratti, faticose spesso, reali di vita vissuta comunque, un mosaico di esistenze con la valigia in mano, costrette a trovare casa dovunque le portasse la loro vita, i loro impegni, la loro famiglia.

Cheska, ad esempio, apre le sue note con parole che ho annotato con cura particolare :”Caos, pulizia, leggerezza, ricominciare; sono queste le parole che mi vengono in mente se sento dire “trasloco”. I traslochi hanno impresso alla mia esistenza , più di ogni altra cosa, un carattere nomade. Sono stati verso continenti e culture molto diversi tra loro, decisi dal lavoro di mio marito, dirigente di una compagnia americana; è strano viaggiare per una destinazione che non hai scelto.”

Ma ci sono anche gli studenti costretti a cambiare casa e compagni più volte, c’è il sacerdote che la sua missione costringe a fare le valigie spesso senza sapere dove andrà ad abitare, spostamenti dovuti a cambiamenti di tipo coniugale e di relazione, insomma un affresco del nomadismo, inteso nelle sue accezioni più diverse, ma sempre positive. Ho trovato personalmente di particolare interesse la testimonianza di Giovanna, trascinata assieme alla madre da bambina nei luoghi sparsi nel mondo  dove il lavoro del padre lo portava, come costruttore di strade in tutti i continenti. Il padre sceglieva per loro in anticipo una casa ad ogni capo del mondo, le avvisava che lo potevano raggiungere, e, sul molo di un porto o nella Sala Arrivi degli aeroporti di tutto il mondo, le aspettava con un sorriso smagliante ed una casa bellissima, sempre diversa, pronta per loro.

C’è dunque , nella regia di questo piccolo libro, un senso più profondo, una sorta di comprensione universale per un mondo di uomini e donne in perpetuo movimento, il senso da parte dell’autrice di appartenere alla tribu’ di coloro che non si fermano mai, che cercano bellezza e felicità nel continuo ricambio di spazi da amare. Perché Ludovica Amat li ama tutti i luoghi dove vive, ed ho trovato irresistibile il rito che lei ha spesso condiviso con le figlie, di baciare le pareti della casa da lasciare, per ringraziarla dell’affetto condiviso con loro, e di baciare egualmente quella nuova, possibilmente dopo averne respirato in solitudine gli spazi vuoti prima di abitarla.

Concludendo con una nota letteraria, voglio consegnare ai miei lettori alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri  “Esercizio del trasloco”, riportata integralmente nel libro, e che secondo me racchiude la cifra  più autentica di queste pagine:

Vi lascio, cose.

Il vostro mancarmi sia la melodia

Che ora mi guida:

La schiena liberata dal peso

Stia dritta in attesa

Della più alta impresa.

Il bastarmi del poco e del niente che serve.

E il resto sia vuoto. Sia intesa

Con tutto ciò che non pesa.

Ludovica Amat , IL TRASLOCO FELICE. Manuale di sopravvivenza, Enrico Damiani Editore, 2021

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori