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Sottotitolo: lamentele inani di un settuagenario. E vediamo perché.

            Dunque, quando ero un cinno (un bambino, nel dialetto di Bologna, dove vivevo sul finire degli anni Cinquanta) nei condomìni le porte degli appartamenti erano costantemente aperte o tutt’al più socchiuse. La massaia di turno passava dalla vicina e, toc toc: signora, le avanza mica un po’ di farina (o di zucchero, di latte e quel che l’è) che son rimasta senza? I bambini poi transitavano indisturbati da una casa all’altra come se tutte fossero la loro.

            Possibile che, nell’Italia di allora, ladri, intrusi e malintenzionati fossero tanti di meno di adesso? Non credo. Adesso, invece, le porte degli appartamenti sono inchiavardate a multipla mandata (per non dire degli svariati dispositivi elettronici antintrusione).

            Con la distanza dei decenni si constata che il tasso di diffidenza è cresciuto a dismisura. Pare che la sola realtà tranquillizzante sia quella illusoria e virtuale della TV, di internet, degli smartphone. Invece la realtà reale, quella del mondo fuori di casa, ci fa un po’ paura.

            Ed ora salto (ma non troppo) di palo in frasca, per dire che nei condomini, oggi, si sa, non ci si conosce quasi più e manco ci si saluta. Ecco, sono seduto nel giardino del mio palazzo. Passa un condomino e ne cerco lo sguardo per dargli il buongiorno. Macché. Lui ha il capo rivolto dall’altra parte, o per terra (o sul telefonino, sempre sia benedetto).

           Allora mi sono dato un obiettivo preciso. Durante i miei giri in bici per le stradine della bassa lombarda in cui vivo, a tutti quelli che incrocio, ciclisti o pedoni, rivolgo un cordiale buongiorno (e siamo solo in due ad incrociarci, non c’è il dubbio che il saluto augurante possa essere rivolto ad altri). Ora, fatte le debite eccezioni, il “range” della reazione tipo spazia dalla pura e semplice assenza di risposta a un borbottato ed incerto saluto di rimando, accompagnato non di rado da uno sguardo di sospetto e diffidenza: ma chi sarà questo matto che mi saluta? Mica lo conosco. Mi ricorda il film del duo De Sica Zavattini, “ Miracolo a Milano” (1951), in cui il giovane martinitt che esce dal suo istituto, saluta tutti i passanti con un ingenuo ‘buongiorno’ ricevendone dei grugniti stizziti, una favola che si conclude con la speranza di un mondo e un paese “dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno”.

            Voi dite che sono affetto da sindrome paranoide di persecuzione? Può essere. Però nel paese del Sud in cui trascorro l’estate (e questa volta viva il Meridione) ho adottato una politica che dà i suoi frutti. In un primo tempo, quando con mia moglie (che è originaria di lì) s’incontrava qualcuno in paese strada facendo, io, frastornato dai precedenti incontri, puntualmente dicevo: piacere! E mia moglie giù a darmi di gomito, sibilando che quella tale persona me l’aveva già presentata.

            Allora ho adottato un’altra politica: per non saper né leggere né scrivere, tutti quelli che incrocio per via li saluto cordialmente e (ci credereste?) nel profondo Sud tutti ricambiano il saluto con cordialità quando non addirittura con deferenza (e magari alcuni pensano anche loro: nel dubbio meglio rispondere a tono). Sta di fatto che in certe parti d’Italia un così bel costume urbano e civile si è conservato. Meno male. E speriamo che duri.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.