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Non sarei tornato sull’argomento se anche in queste settimane non fosse comparso a più riprese sulla stampa nazionale, ma anche in quella specializzata, il grido di dolore. Espresso ogni volta con una certa sofferta enfasi, esso recita così: “E’ sempre più necessaria in Italia una nuova moderna forza politica liberal democratica ed europeista”.

E’ un grido noiosamente lamentoso. Che mi induce anche a rivedere ciò che io stesso ho troppo sbrigativamente affermato, di fatto unendomi allo stesso coro. Chi grida infatti non si sogna mai di far seguire al lamento uno straccio di proposta di come, con chi, e con che modalità questa forza dovrebbe nascere. Anzi no, a intermittenza chi lancia il grido, non essendoci altro sottomano, finisce per rivolgersi, speranzoso non si sa bene quanto, a quello che passa il convento, vale a dire ai cespuglietti politici che In Italia si collocano in quella zona politica grigia che non si riconosce pienamente nella destra e neppure pienamente nella sinistra.

E siccome destra e sinistra sono categorie spaziali, da sempre questa palude viene definita di centro. E chi ci sta in qualche modo dentro per inerzia e pigrizia finisce per accettare tale collocazione. Se al loro posto fossero state inventate anziché categorie spaziali categorie temporali, che so, ‘prima’ e ‘poi’, il centro sarebbe stato definito ‘adesso’; oppure, sempre che so, ‘ieri’ e ‘domani’, sarebbe stato definito ‘oggi’. In entrambi i casi, a pensarci bene, definizioni più seducenti, ‘adesso’ e ‘oggi’, se non altro per la semantica pragmatista che emanano. A differenza della immobile categoria spaziale, che per altro in geometria letteralmente non ha dimensione, quasi a sancire la sua sorte di sempre: anziché essere quantomeno centrale, in omaggio al nome, è a tutte le latitudini e longitudini del pianeta politicamente periferico, spesso fuori dai giochi, oppure aggregato come damigella d’onore a schieramenti più corposi e definiti.

Di tanto in tanto sui giornali nazionali si leggono notizie su grandi manovre al ‘centro’, schermaglie e passi uno avanti e uno indietro verso una fantomatica unificazione dei numerosi cespugli.

Attualmente sono tutti gruppi che sommati raggiungono a fatica il 10% dei consensi elettorali testati (non sondaggi), ben sapendo poi che queste somme alla prova dei fatti producono al contrario sottrazioni, men che meno improbabili magiche moltiplicazioni. Ma diciamo per orientamento, ottimistico a dir poco, il 10% fondendole tutte, ma proprio tutte. È però curioso che i loro leader – provo a elencarli a memoria, Renzi, Calenda, Bonino, Brugnaro/Toti – che pure non si sottraggono al gioco, si reputino alternativi tra di loro, nella speranza, visibilmente infondata, che ognuno dei cespugli sia in grado di egemonizzare da solo l’elettorato dell’altro. Le frecciate reciproche non mancano, tutte condotte da caratterini mica male, fumantini, sempre piuttosto piccati o inutilmente sarcastici o grossolanamente diretti ( di quest’ultima specie noi a Venezia con Brugnaro ne sappiamo qualcosa). In tutta evidenza, guardando il panorama, con questi soggetti in campo, sempre che si possano sommare, non si va, a parer mio, da nessuna parte. Tutto quello che si può ottenere con costoro è una politica intesa costantemente come tattica. Una prassi che tra i leader dei cespugli eccelle soprattutto Matteo Renzi, e lo dico senza alcuna ironia o doppio senso, ma persino con stima specifica. Ha portato a casa risultati, il governo Conte2 e l’attuale governo Draghi sono farina del suo sacco. Ma proprio perché è sempre e solo tattico, un minuto dopo aver conseguito il risultato si tuffa nell’espediente successivo, e, con i suoi numeri parlamentari (attuali) con qualche fondamento di essere decisivo. Con ciò dà alla politica di ‘centro’ la sua fisionomia di sempre, quella di ambire ad essere ago della bilancia secondo la ormai storica logica dei ‘due forni’ di socialista memoria. Quindi speculazione alla grande della posizione e politica come tattica in eterno. Lo si vede anche in giro per l’Europa con i liberal democratici ruota di scorta di coalizioni volta a volta di destra o di sinistra. Se va bene, e se non va bene neppur quella. Detto per inciso è questo tatticismo di ‘centro’ che, per comprensibile reazione, trent’anni fa spinse in Italia al bipolarismo, per farla finita con queste speculazioni di chi incassava col ricatto un potere ben più ampio di quello che avrebbero dato i numeri risicati in suo possesso. Col risultato che oggi ci si trova con tutti i limiti eccessivamente semplificatori del bipolarismo senza avere eliminato i tatticismi del proporzionalismo precedente.

Si può allora sperare in qualcosa di meglio per un progetto politico di ampio respiro che abbia nel social liberalismo democratico (ho aggiunto apposta il ‘social’) la cifra di riconoscimento, aspirando tuttavia ad essere qualcosa di diverso e inedito rispetto alle formule storiche? In questi casi, per non acconciarsi ai soggetti in campo, le cui prospettive aggregative sono quantomeno dubbie, si è tentati allora di vagheggiare persone nuove e di alto profilo, qualcuno in grado di, come usa dire, ‘sparigliare’. Quanto agli alti profili, precedenti, e ce ne sono, anche in questo caso non sono però confortanti in Italia. C’è una storia del Novecento, un Novecento ormai lontano, in cui una nobile tradizione liberal democratica ha messo in vista profili intellettuali altissimi, penso a Parri, a Valiani, a Calogero, ma tutti assolutamente inadeguati alla traduzione politica della loro formazione, relegati a valori percentuali bassissimi, troppo idealisti e astratti nelle loro visioni e quindi portati al litigio interno per salvaguardare la purezza del loro pensiero e delle sfumature rispetto all’altro. Ci sarebbe infine l’esperienza recente di tecnici divenuti politici, di alto profilo e alta credibilità, ma fallimentari quando hanno provato a tradurre in liste politiche il loro largo consenso ottenuto come governanti. Mi riferisco per esempio a Monti che, tirato per la giacca a creare un suo partitino, ha recuperato il solito e sempiterno 10%. In sé neanche poco come partitino, ma non ha saputo minimamente farlo fruttare e rendere quei numeri decisivi, anche perché lui si era incapace nel cimentarsi nelle tattiche renziane, con cui quei numeri si possono gestire.

E allora? La risposta è nel vento, per ora. Ma è un vento che può essere propizio. Se, senza svolazzi verso nuove formazioni affrettate fatte con fusioni a freddo, si rimane saldi sul “pezzo” dell’agenda Draghi, forse prima o poi si può sperare di veder emergere qualcosa o qualcuno in grado di interpretarla anche come progetto politico ‘largo’, l’agenda intendo e ciò che promuove come scelte politiche. E dico ‘largo’ volutamente perché una forza liberal democratica nuova e interprete di quella tradizione non può restringersi ai temi di sua stretta competenza, ma deve prevedere al suo interno una pluralità di culture politiche e di loro traduzioni programmatiche. Tutte le grandi forze politiche hanno sempre avuto al loro interno una pluralità di culture politiche e di sensibilità. In definitiva per ora farei crescere il progetto senza l’urgenza di trasformarlo in formazione politica. Vivrei il momento, facendo della dialettica politica attuale all’interno della maggioranza di governo la palestra per forgiare un grumo di valori derivati da ciò che già è stato attuato o che è in procinto di esserlo. Se si ha questa pazienza ci si ritroverà una volta tanto nella condizione di avere un manifesto valoriale e programmatico e su quello chiamare a raccolta un fronte largo, di cittadini elettori prima di tutto, disponibile a farsene portatore. Una volta tanto in definitiva si potrà cominciare dai contenuti e non dalla forma e dal suo astratto e anacronistico posizionamento al centro.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.