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25 NOVEMBRE GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

“Un crimine odioso”, è stato definito. Uno stillicidio che “sembra non avere fine”. I numeri sono quelli da “bollettino di guerra”!

89 casi al giorno le violenze sulle donne. 109 femminicidi dall’inizio dell’anno, in aumento dell’8% rispetto al 2020, di cui 93 avvenuti in ambito familiare. Cronache di morti, spesso annunciate. Fermiamole! Ma come?

Si parla di aiuti, di scorte alle donne che denunciano, dell’ammonimento da parte dell’autorità giudiziaria nei confronti dell’uomo violento, di una banca dati e, soprattutto, la nuova sperimentazione di un percorso di trattamento per gli uomini violenti che sembra essere decisamente efficace. E l’hastag “Aiutiamo le donne a difendersi”, la polizia impegnata in questa lotta.

Ma è evidente che, queste forme di repressione o contenimento non sembrano adeguate o sufficienti perchè le donne continuano a morire per mano di chi le dovrebbe amare. Quindi, come si diceva un tempo, il problema è “a monte”. E’ evidente che la fine di questa barbarie debba passare per una trasformazione dell’intelligenza emotiva degli uomini e soprattutto da una trasformazione culturale, dell’idea di donna, del suo ruolo nella società, nelle relazioni, nella politica e nella collocazione sociale.

Per non incorrere in banalità o ovvietà che si rincorrono in questi giorni o puntuali ad ogni femminicidio provo a dar voce ad alcune delle molte donne che nel ‘900 hanno dato vita non solo al femminismo ma soprattutto ad una filosofia della differenza o ad una filosofia egualitaria, funzionale a decostruire i miti costruiti per secoli sulla donna, scardinare i ruoli imposti, a smantellare la sua secondarietà rispetto all’uomo ma, soprattutto, a dare un’idea di società nella quale o per identità o per differenza si debba costruire un modello a due. Intellettuali che hanno tessuto quella trama di pensiero attorno a cui, nei decenni successivi, abbiamo tentato di costruire una nuova collocazione e una nuova identità di donna.

Intellettuali donne, grandi visionarie, ribelli, militanti, geniali hanno prefigurato nella donna, fin dai primi decenni del ‘900, una volontà di un soggetto libero proteso verso la propria libertà. Hanno precorso i tempi, hanno attraversato il femminismo, lo hanno superato e scavalcato ma hanno sognato e trasfigurato un mondo dove la filosofia dell’uguaglianza tra i sessi si intrecciava con la filosofia della differenza. Iniziano a scrivere negli anni più bui quelli dei totalitarismi e della guerra, intravedendo una conquista della libertà che in quegli anni sembrava perduta per sempre e un mondo più giusto.

Pensiamo a Simone de Beauvoir secondo la quale il suffragio femminile era stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici, sociali. Ma presto si rende conto che, nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto, la loro condizione non era di fatto migliorata all’interno della società. L’uguaglianza giuridica e politica non bastava a garantire rapporti paritari tra uomini e donne, poiché le discriminazioni verso quest’ultime erano profondamente radicate nel contesto culturale. “Penso che il femminismo sia una causa comune per l’uomo e per la donna e che anche gli uomini riusciranno a vivere in un mondo più equo e più valido solo quando le donne avranno uno status più valido e la conquista dell’eguaglianza tra i sessi li riguarda entrambi”.

Per questo l’autrice pensò a una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura della donna, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause e individuando gli strumenti per raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. De Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista sostenendo cheogni individuo, uomo e donna in quanto coscienza, era sostanzialmente libero. Ma, in più, come socialista crede che si sarebbe dovuto eliminare ogni tipo di sfruttamento anche nei confronti delle donne. Le donne lavorando in un contesto paritario avrebbero potuto finalmente conquistare la loro dignità di essere umano. La donna, per Simone de Beauvoir, “deve assolutamente assumersi il rischio della sua esistenza e diventare finalmente soggetto. Ognuno può scegliere la via della trascendenza, cioè della progettualità e trasformazione del mondo che lo circonda, o la via dell’immanenza, cioè dell’accettazione delle cose così come sono.” La libertà della donna passa attraverso la sua possibilità di percorrere la via della trascendenza, intesa, quindi, come proiezione verso il futuro e autodeterminazione, prescindendo dall’immanenza alla quale sembra condannata.

E’ già nel ‘49 nel Il secondo sesso che Simone scrive che, se si può parlare di eguaglianza nella differenza, bisogna anche affermare l’esistere delle differenze nell’eguaglianza. Suo il concetto di uguaglianza nella diversità.

Sviluppa una disamina estremamente articolata di concetti che sono diventati patrimonio comune del femminismo, parole chiave, leitmotiv della filosofia dell’uguaglianza oltre che della differenza, analisi che oggi sembrano entrate a far parte del lessico e delle idee ormai radicate attorno alla questione femminile. “L’uomo nell’atto sessuale vuole conquistare, prendere, possedere, avere una donna significa vincerla, la fa sua come la terra in cui lavora;…“La donna è preda dello sposo, suo possedimento. Considera la sposa una sua proprietà personale la maniera più sicura di affermare che la tal cosa è mia consiste nel negarne l’uso agli altri…… “Alla donna è assegnata una parte da parassita: ha bisogno del maschio per acquistare dignità umana, per mangiare, godere e procreare. Condannate all’immanenza e alla ripetizione, schiave imprigionate nel loro presente. A lui piace rimanere il soggetto sovrano, il superiore assoluto l’essere essenziale rispetto all’inessenziale che è la sua lei.”….“E se per l’uomo lei è una distrazione, un piacere, una compagnia, un bene inessenziale, per lei l’uomo è il senso, la giustificazione dell’esistenza”. Unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, è l’immagine della “donna indipendente”, costituita da due momenti fondamentali: la presa di consapevolezza della propria condizione; fare parte di un movimento collettivo. Le donne devono unirsi tra loro e anche con gli uomini per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche.

 E lei, che aveva costruito con Sartre un rapporto fuori dagli schemi, auspica: “Nasceranno tra i sessi nuovi rapporti sessuali e affettivi di cui non abbiamo idea ancora”. Infatti, parte dall’idea che la liberazione della donna sarebbe dovuta andare di pari passo con il processo della lotta di classe e dell’evoluzione della società. “Non c’è emancipazione della donna senza rivoluzione, non c’è rivoluzione senza emancipazione della donna” secondo una famosa espressione della Kollontaj. La lotta delle donne in un percorso di emancipazione e liberazione della donna ma anche collettivo.

Ma la conclusione è che, “al di là delle loro differenziazioni naturali, affermino la loro fraternità. E volge alle donne l’invito supremo: “Liberatevi, elevatevi, non relegatevi in un ruolo marginale. Avete mente, cuore, cervello, pensiero. Rialzatevi”.

Di Simone Weil è stato detto che “se non fosse donna sarebbe il migliore filosofo del ‘900”. Ispiratrice di parte del femminismo italiano, invita a cogliere il valore delle differenze a partire da quella femminile, anziché accanirsi a rivendicare l’uguaglianza, pur nell’attenzione a tutte le disparità che, producendo squilibri, sollecitano la costruzione di ponti e mediazioni. Bisogna riconoscersi in dovere verso ciascun individuo e verso l’essere umano in quanto tale: da qui il sottotitolo de La prima radice, Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano. La sua idea di istituire un corpo scelto di infermiere francesi per fornire un pronto soccorso alle prime linee per poter salvare molte vite, nasceva dal bisogno di simboleggiare “il nostro spirito di unità femminile di pronto intervento, compiti che ”se assolti da donne verrebbero assolti con spirito materno. E sarebbe la dimostrazione vivente delle due direzioni opposte a cui l’umanità è chiamata a scegliere oggi.” Si configuravano come una sorta di anti-SS femminile. Cosciente che l’Europa soffriva di una malattia interiore, propone azione oltre che pensiero. E’ la filosofa della Resistenza.

E che dire di Ayn Rand, incarnazione di una vita innamorata della libertà e della propria intelligenza creativa. Una mente creativa, capace di crearsi un proprio mondo che vuole la libertà. Sostiene che la guerra con tutti gli orrori è esclusivamente il frutto di uomini che hanno perso ogni rispetto per il singolo essere umano. Denuncia il mondo degli uomini convinti che a contare siano la classe, la razza, la nazione e non i singoli.

Convinta della propria triplice marginalità, come donna, come ebrea, e come intellettuale, teorica della politica, Hannah Arendt non si è mai considerata una femminista, in quanto la politica non riguarda il genere ma riguarda l’uomo nella sua totalità ed anche nella sua pluralità. La politica, dunque, non è secondo Hannah Arendt, strettamente connessa al genere, per lei solo “la ragione illuministica può liberare dai pregiudizi del passato e guidare il futuro dell’uomo. Ma l’individuo liberato continuerà a scontrarsi con un mondo, una società il cui passato pesa sul presente sottoforma di pregiudizi”. E condivide con Jaspers “la possibilità di aprirsi la strada verso una vita più luminosa più libera, attraverso la comunicazione e l’apertura agli altri”. Dà al concetto di libertà quello spazio che assicura le parità oltre ogni differenza. L’azione politica delle donne fatta di collettivi, fatta di azioni sul territorio, fatta di autorganizzazione nelle città ed in ogni luogo della società diventa elemento centrale nel femminismo. E’ stata una teorica dell’azione politica diretta che deve influenzare il governo e produrre dei mutamenti in vista della libertà e dell’emancipazione. Sebbene non si dichiari una femminista ci sono degli elementi che influenzeranno il femminismo anche nel suo pensiero. Come teorica dell’agire attivo è uno stimolo per il mondo femminista. Verso il superamento della politica dell’identità all’idea della paradossale pluralità di soggetti unici: nell’agire politico gli uomini e le donne si differenziano gli uni dagli altri. Un progetto di politica in cui ogni singolarità possa esistere nell’incontro delle differenti prospettive rese visibili nello spazio pubblico.

Un’altra visionaria è Sibilla Aleramo che già in Una donna del 1905 urla: “Amare, sacrificarsi, combattere, soccombere: questo il destino di tutte le donne”?

E luminoso è il pensiero di Luce Irigaray nei suoi libri Amo a te e La democrazia comincia a due, con i quali si definisce a pieno titolo una filosofa della differenza più che del femminismo egualitario, per la quale una reale democrazia deve fondarsi su un giusto rapporto tra donna e uomo perchè “una relazione sbagliata tra di loro rappresenta la fonte di molti poteri antidemocratici.”Basti pensare ai paesi dove la donna è marginalizzata….sono tutti paesi dove democrazia è solo una parola vuota e i conflitti sono endemici.

Rispettare la differenza apre un cammino per desiderare l’altro senza rinunciare a sé, rispetto l’altro come irriducibile a me senza perdere né il tu né l’io, una relazione a due che rispetti le identità: una pulsione ad uscire verso l’altro e tornare a sé”…. “Insieme, in due, un modo di convivenza a due privata e pubblica senza riduzione dell’uno all’altro. Che presuppone il rispetto dell’identità e al tempo stesso dell’alterità dell’altro, senza che diversità sia pensata in modo gerarchico ma con pari dignità, senza essere seconda al soggetto maschile. Il paradigma di questo due si trova nella differenza sessuale. Liberare il due dall’uno, come un soggetto autonomo differente. Il soggetto non è uno, né unico ma è due. Essere due e essere in due, uomo e donna, inventa un nuovo modo di essere insieme per la comunità, per la società.”

Ed sono proprio questa fraternità di cui parla S. de Beauvoir o questo essere in due della Irigaray che troppo spesso, invece, vengono smantellati costruendo relazioni in cui si diventa nemici.

Ascoltiamo, quindi, la voce di queste visionarie, facciamo definitivamente e saldamente nostri questi appelli ad una società più equa dove rispettare la differenza nell’uguaglianza di ruoli e di opportunità. Ma soprattutto l’invito a Essere due è rivolto agli uomini che possano scardinare modelli mentali e schemi comportamentali, in linea con un’intelligenza emotiva che ancora, dopo decenni, dobbiamo definitivamente e stabilmente costruire.

Un viaggio al termine della notte a cui dovrà seguire l’alba.

Docente di lettere presso il Liceo L. Stefanini di Mestre per una vita, da un anno in pensione, attualmente docente presso l’Università del tempo libero, si diletta nella produzione di video letture, video lezioni , articoli e attività di volontariato nell’ambito dell’accoglienza ad immigrati.