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La questione è complessa. E già qui qualche lettore storcerà il naso e cambierà pagina. Perché la complessità spesso disturba. Un po’ tutti, infatti, preferiamo i discorsi chiari, a prova di deficiente, e che vadano subito al punto. E ne abbiamo ben donde, vivaddio. Però a volte la complessità non si può eludere. E veniamo allo specifico.

            Agli estranei si dà del “lei” o del “tu”? Fino a poco tempo fa, quando, entrando in un negozio, mi sentivo dare del “tu”, a me, abituato a dare rigorosamente del “lei” a uomini e donne che mi fossero sconosciuti, a giovincelli e signori attempati, ebbene, lo confesso, mi si torcevano un po’ le budella.

           Quello che mi veniva puntualmente di pensare era: ma come si permette questo sbarbatello (o anche, si badi, questa signora non più nel fiore degli anni) di rivolgersi a me, senza conoscermi punto, con cotanta familiarità? Abbiamo forse mai “mangiato nello stesso piatto” o avuto altre consimili intimità?

            Tuttavia non eccepivo alcunché, non protestavo, perché di solito m’imbarazza fare reprimende o mettere gli altri in imbarazzo. Io però continuavo con il mio “lei”, lasciandomi pazientemente dare del tu dall’altrettanto imperterrito interlocutore. Negli ultimi tempi, però, ho capitolato: mi sono assuefatto a sentirmi dare del tu da chicchessia ed io stesso, lo confesso, comincio ad inclinare verso il “tu”, specie se il commesso di turno che ho di fronte è appena appena un po’ giovane. E sia, mi arrendo: diamoci pure tutti del tu e buonanotte ai suonatori.

            Fa niente che questo andazzo è un’americanata malintesa, perché nella cultura anglosassone lo “you” passe-partout è poi sempre associato a formule di cortesia che fanno la differenza tra il tu informale e il pronome con valenza formale. D’altro canto, con buona pace dei benpensanti come me, delle anime belle e degli arcigni linguisti, il cambiamento è in atto, il “lei” langue sempre più e presto (mi permetto di diagnosticare) finirà del tutto nel dimenticatoio, completamente spodestato da un universale ed ecumenico “tu”.

            Con il quale aboliremo ogni distanza di classe, di sesso e di età, e scenderemo completamente sul terreno del fraterno e democratico “tu”. E allora? dirà qualcuno: che male c’è? Vogliamo farne una sterile questione di etichetta? Non è forse bello questo totale abbattimento di distanze tra gli uomini? Questo porsi tutti sullo stesso piano egualitario del “tu”?

            Bello o non bello sono convinto che questo pronome senza formalità alla fine la spunterà del tutto. Perché le cose cambiano, cambia il costume e con esso la lingua. Ed è sempre l’uso, con buona pace dei severi linguisti e dei moralisti, che alla lunga la vince. Del resto, alcuni lettori forse sapranno o addirittura ricorderanno, che solo un paio di generazioni fa il “lei”, anzi, il “voi” si dava financo ai genitori da parte dei figli! L’abolizione di questa usanza fu un segno dei tempi e fu certo cosa buona e giusta.

            Perché qui, vorrei precisarlo, non se ne sta facendo una questione di buona creanza e di buone maniere. Se ne fa semmai una questione d’impoverimento della lingua, e di perdita dei distinguo, delle differenze. I processi di semplificazione linguistica, infatti, a volte sono il segno di un progresso, ma altre volte sono il segno di un depauperamento della lingua (e del congiunto pensiero).

            E a questo punto mi allargo (sia pur brevemente) ad un tema più generale. Quando una lingua s’impoverisce, quando si perde per strada il congiuntivo e si parla solo all’indicativo, quando si smarriscono certi tempi verbali e quando (ahinoi) si riduce il bagaglio lessicale delle persone (e segnatamente delle giovani generazioni), come di fatto sta accadendo e come diversi studi hanno da tempo con allarme segnalato, non è che si perdono solo le parole, si perdono anche i pensieri: si perde la capacità di distinguere, si perde la capacità di pensare le sfumature. Si perdono i concetti e le idee.

            Facciamo un esempio estremo. Un semianalfabeta come me nella lingua inglese, quali pensieri può esprimere, anzi, pensare in quella lingua? In quella lingua io posso pensare poco, con approssimazione, rozzamente, perché non ho le parole e non conosco le sfumature lessicali e sintattiche dell’anglosassone.

            Così, se questo ti accade addirittura nella tua lingua materna, se ti mancano le parole, non puoi pensare (prima ancora che comunicare) pensieri articolati e discreti. Le parole non solo “esprimono” i pensieri: esse sono la carne e il sangue del pensare stesso.

            Dunque, la complessità della lingua non è un intralcio, è una risorsa. Serve a pensare meglio. Perdere le parole e le sfumature e le differenze significa perdere pezzi di pensiero. Ed ecco di nuovo la complessità. Il sapere, anche quello linguistico, migliora le persone. A condizione che la strada che viene percorsa non sia quella di scendere in basso e parlare all’incirca, parlare grossomodo, in modo che capiscano tutti. No, la strada giusta (e questa sì democratica, altro che il “tu” passepartout) è viceversa quella di portare tutti in alto, verso la complessità della conoscenza, del sapere e, vivaddio, della lingua.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.