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Quando, ormai tanti anni fa, dovetti compiere la scelta delle scuole superiori, fui in qualche modo condizionata dai miei genitori che spinsero molto nella direzione del liceo classico. Nonostante avessi una vaga propensione per le materie umanistiche, non ero in grado di comprendere le tanto celebrate virtù di questo tipo di scuola. Un tempo ostentare la provenienza dal classico era motivo di vanto per molti italiani. Chissà, forse l’influenza della vecchia scuola gentiliana, che aveva decretato che quella era la scuola delle future classi dirigenti, aveva il suo peso. Ricordo infatti che molti annunciavano con enfasi la frequenza al ginnasio o al liceo. All’inizio non capivo. Anzi, ne subivo la pesantezza dello studio e la durezza del sacrificio. Intanto, però, entravo in mondi sconosciuti che affascinavano la mia anima e, a poco a poco, aprivano la mia mente. Col passare degli anni si faceva strada in me la percezione di quanto fosse utile tutto quel mondo inutile. Quel mondo che per molti è ancora ritenuto inutile, obsoleto, inefficace, non monetizzabile e poco spendibile nella vita reale.

Dal manifesto delle tre “ì” di berlusconiana memoria (internet, impresa, inglese) la scuola italiana ha subito una involuzione. Con questo non voglio dire che tali priorità annunciate (le tre “i”, appunto) non costituissero valore. Forse però non bisognava prenderne alla lettera una centralità che andasse a discapito di un filone, quello umanistico, che è altrettanto utile e formativo. Materie come latino, greco, financo l’italiano, sono state prese a picconate. Il continuo inseguimento del profitto ha fatto scivolare in una progressiva semplificazione della scuola che ha determinato una riduzione, uno screditamento e ha portato a una fuga dall’insegnamento classico. “In fondo, a che cosa servono le lingue morte, a che cosa la grammatica, la sintassi o la filosofia? A chi giova conoscere Platone, o le guerre puniche, Cicerone o l’analisi del periodo?” si chiedono in molti, mentre è quasi retorico enumerarne i vantaggi in termini di logica, di ragionamento, di creatività, di ricerca della verità e di capacità di costruire e ricostruire conoscenze. Purtroppo le riforme che si sono succedute in tutti questi anni, nello spasmodico tentativo di adattare l’esperienza scolastica alle future esigenze lavorative, hanno ridotto la scuola al ruolo di ancella del mondo del lavoro (con esiti per lo più devastanti), ignorando invece quanto importante sia l’arricchimento dello spirito nella formazione del pensiero divergente. Che è poi quello che occorre sviluppare per avere domani successo in un mondo in cui le professioni mutano e si trasformano con velocità imprevedibile.

E che dire dei colpi assestati solo di recente dal ministro Cingolani all’insegnamento della storia? Si è trattato di una battuta. Falsa e infondata, anche perché le guerre puniche non si studiano a scuola tre o quattro volte. Ma è una battuta infelice e fuori luogo. E ci ricorda, ancora una volta, una certa incompetenza, in tema di scuola e di formazione, della nostra classe dirigente. Vuoi vedere che il ministro ha in mente una scuola che, senza troppi fronzoli e perdite di tempo, voglia suggerire le scorciatoie più utili per trovare il prima possibile un posto in azienda? Sarebbe davvero imbarazzante perché sarebbe in aperto contrasto con le finalità stesse della scuola!

Una società che ignora il valore pedagogico della storia e della memoria è una società che si muove incerta verso il futuro. Sia pure con ottimi strumenti tecnologici, ma con scarsa consapevolezza delle proprie radici e della propria identità. Se la pandemia ci ha insegnato (forse non a tutti, purtroppo) il valore della scienza e la necessità di consegnarci ad essa, lo stato di emergenza, la lotta contro un nemico invisibile, l’immensa vulnerabilità della quale siamo portatori ci hanno fatto capire quanto siano importanti il senso di appartenenza e i concetti di pietas e di dignitas hominis. Che sono poi quelli che ci permettono di affrontare, condividere e superare insieme anche le situazioni più tragiche.

Esempi a parte, una cosa è da capire, che lo studio delle materie umanistiche non è in aperto contrasto con una scuola digitale. Lo stesso ministro Bianchi lo ha ribadito, rettificando in parte l’uscita del ministro Cingolani. Una formazione solida non può non passare da un’impostazione culturale che sia il più possibile organica e non settoriale. Le scuole hanno il dovere di formare non solo dei tecnici, ma anche, e soprattutto, dei cittadini che, con la loro testa e con un sapere che sia il più possibile elastico e aperto, siano in grado di affrontare le incognite del futuro. Nativi ed esperti digitali, sì, ma consapevoli della loro identità e dell’immensa unicità del principale strumento di cui sono dotati. Che è il loro pensiero.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Scrive su alcune testate locali dove si occupa di scuola, libri, politica e intercultura. Ha pubblicato due romanzi: “Criada” (Astragalo, 2013), “A due voci” (Leonida, 2017).