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Venezia non è una città e neanche un’isola o un arcipelago, neppure un porto con attorno una città: è, invece, un sistema complesso, collocato al centro di un incrocio di assi fluviali, stradali e ferroviari esteso su un’area vasta a forma di triangolo isoscele. I vertici sono rappresentati da Ravenna, Monfalcone e Piacenza, bisettrice il corso del fiume Po. Questo rappresenta la spina dorsale dell’intero sistema: dalle sue rive si diramano a raggiera vie che conducono oltre le Alpi, direzione Nord-Est-Ovest, per raggiungere i limiti estremi dell’Europa, dalle coste atlantiche e artiche fino alle pianure euroasiatiche; nonché quelle che varcano gli Appennini, puntando verso il centro del Mediterraneo.

Venezia si colloca al centro dell’arco costiero nordoccidentale adriatico, base di tale triangolo. Non solo. Qui, a Venezia, si trova lo snodo di congiunzione tra vie fluviali, stradali, ferroviarie e rotte navali a media e lunga distanza, che uniscono l’Europa con il Levante mediterraneo e l’Asia. È il punto in cui il mare è in assoluto più vicino al cuore del Vecchio Continente, collocato ai margini di una pianura, la Padano-Veneta, di facile e comodo attraversamento e caratterizzata dalla presenza di numerosi aeroporti a capacità intercontinentale. Venezia è il perno di tutto ciò. Come mai?

Per ragioni geografiche e storiche. Volendo essere banali, si potrebbe dire che è sempre stato così. Sin dall’Antichità. Lo avevano capito i mercanti micenei che a Torcello, una dozzina di secoli prima dell’Era Comune, impiantarono un loro fondaco avanzato. Funzionava da terminale della Via dell’Ambra, dal Baltico all’Adriatico, e da stazione intermedia per la Via di Eracle, dall’Iberia alla Grecia. Dopo di loro, per identiche ragioni, arrivarono Etruschi e Greci, in particolare di Siracusa. Fondarono diversi centri, da Spina ad Adria, scavarono canali per collegare tra loro i fiumi esistenti e regolarne i corsi, allacciarono rapporti con quanti abitavano nella zona, i Veneti Antichi, che avevano gettato le prime palafitte di una futura metropoli portuale, Altino. In particolare, lo compresero i Romani.

Crearono il cuneo difensivo-offensivo della Cisalpina, collegando Aquileia con Genova, tramite la Via Postumia; quindi con Rimini, attraverso le vie Annia e Popilia; infine Rimini con Piacenza da cui transitava anche la Postumia. Il Po, navigabile dal Delta a Pavia e innestato sulla rotta endo-lagunare costiera creata dalle fossae per transversum, fungeva da asse di arrocco e linea di comunicazione interna. Classe, porto di Ravenna, diventò base della seconda flotta permanente dell’Impero, nonché di ogni importante iniziativa militare verso i Balcani. Basti ricordare la grande spedizione di Traiano per la conquista della Dacia. I Romani perfezionarono tutti i precedenti tracciati stradali, aggiungendone di nuovi e creando così un sistema ampio e articolato. Su questo s’innestarono le rotte commerciali a largo raggio, tra cui in modo particolare quelle che von Richtofen alla fine del XIX secolo chiamerà collettivamente Vie della Seta.

Dopo aver garantito sicurezza e proiezione offensiva per secoli, il cuneo romano consentirà comodo accesso ai Popoli Migranti, durante la stagione delle cosiddette Invasioni Barbariche. In questa fase, acquisterà importanza il nuovo centro politico-economico del Mediterraneo e cioè Costantinopoli. Quando, però, l’Europa si rimette in moto, tutto riparte lungo le medesime strade. Vale a dire che riprende quota il punto già designato da geografia e storia quale perno dei traffici: l’arco nordoccidentale della costa adriatica. Qui, uomini e merci sbarcano dalle navi e ripartono verso ovunque.

Venezia non è una città, nemmeno un’isola e neppure un arcipelago, neanche solo un porto, adesso con annessi aeroporto e stazione ferroviaria, bensì proprio questo sistema complesso di rotte marittime, vie fluviali, stradali, di ferro e di cielo che proprio qui si saldano e s’interconnettono come su una grande e storicamente determinata piattaforma logistica. La civiltà veneziana è stato il prodotto della cultura marittima sviluppatasi in modo originale, elaborando le risposte rese necessarie dalle specificità del momento e dei luoghi. È la lezione veneziana, il lascito autentico di una realtà che appartiene al Mondo perché è il Mondo e si colloca nel Mondo.

Alla fine, che sia anche una città, un’isola o un arcipelago poco importa: si tratta solo di un mito. É ovvio, è anche questo, come dimostrano palazzi, chiese, case, scuole, ospedali, banchine portuali, barche e tutto quanto l’essere umano è stato in grado d’inventare e produrre in quasi tre millenni di avventura tra mare, fiumi e paludi, ma soprattutto è il destino assegnatole da Geografia e Storia e raccolto dalla volontà di tanti uomini collocati lungo le anse del tempo. Sfida affascinante e audace, ma ogni nuova generazione ha il compito di affrontarla, cercando di decifrare i problemi del momento per declinare le risposte secondo quanto a lei necessario. Una grande responsabilità, non c’è dubbio. Prima, è necessario però sgombrare il campo dai falsi miti, che incrostano la conoscenza e impediscono una corretta percezione della realtà.

Il primo e più resistente è quello di “ambiente naturale”, prodotto una volta e da conservare inalterato perché rappresenta il migliore dei mondi possibili. Gaia non è questo, come intuì von Humboldt all’inizio dell’Ottocento. Si tratta, invece, di un sistema complesso, interagente a vari livelli con altri sistemi complessi. Bisognerebbe avere maggiore considerazione per le scoperte della Scienza a provare a trarne conseguenze secondo il medesimo metodo: sperimentale. Ci libereremmo, per esempio, del falso mito dell’intoccabile Laguna di Venezia. La quale è solo il frutto di una lunga serie di eventi catastrofici a noi ben noti, culminati nel VI secolo dell’Era Comune in spaventose alluvioni che cambiarono per decine di chilometri corso di fiumi e morfologia della costa. Laguna destinata in seguito a scomparire, basta guardare cosa successo a Ravenna, se l’uomo non avesse profuso intelligenza e mezzi per conservarla. Si è trattato di una scelta: militare, innanzitutto.

La considerazione da sola basterebbe a togliere di mezzo molti blocchi mentali. La verità è che noi, oggi, siamo abilitati a concepire e attuare ogni e qualunque intervento ritenuto necessario o anche solo opportuno per i fini stabiliti. In perfetta serenità e con laico spirito di razionalità. Vale a dire l’approccio della civiltà veneziana ai propri problemi. Come dimostrano le colossali manomissioni ambientali effettuate nel XVI e XVII secolo, quando non si esitò a deviare fiumi quali Brenta, Piave, Bacchiglione e perfino il Po, alzando argini giganteschi, distruggendo interi delta e mutando la struttura della costa pur di conseguire l’obiettivo. Il quale è sotto i nostri occhi. Se nel Novecento, trovandosi davanti l’acqua e non la terraferma, Marinetti e i Futuristi potevano sognare di asfaltare il Canal Grande è stato solo perché in precedenza i Veneziani erano intervenuti in maniera drastica e devastante. Giusto? Sbagliato? Meglio avere le barche davanti a Palazzo Ducale oppure le auto come a Sant’Apollinare in Classe? Perché questa era l’alternativa.

La civiltà veneziana ci spinge a pensare in grande, la storia veneziana autorizza ad agire senza limiti, perché la sfida è quotidiana e non avrà mai fine.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.