By

La guerra in Ucraina non è affatto conclusa. Nessuno azzarda ipotesi sulla possibile durata e le finestre proposte inquadrano un arco temporale compreso tra i venti giorni e i venti anni. Eppure, sin d’ora, si può affermare che, qualunque sarà l’esito sul campo, dal punto di vista geopolitico e geostrategico, Russia e Cina l’abbiano già persa. Cosa c’entra mai la Cina, chiederà qualcuno. La risposta è perfino banale: Xi Jinping conosceva da tempo le intenzioni di Putin. Non solo. Le ha supportate sia non spendendosi per fermarlo, sia fornendo ampio sostegno finanziario e appoggio politico prima e adesso, a invasione in corso. La ragione immediata è palese: dopo l’Ucraina verrà il turno di Taiwan. Xi Jinping l’ha detto e ripetuto infinite volte e almeno altrettante formazioni di velivoli a combattimento cinesi hanno violato di recente lo spazio aereo di Taiwan. A scopo d’intimidazione e per saggiarne la reattività. Tant’è che l’US Navy, ormai, fa stazionare nei paraggi da tempo un paio di battle groups di portaerei e, meno noto ai più, crociere nello Stretto di Formosa e nel Mar Cinese meridionale fanno ormai parte della routine navale di diverse Marine europee, dalla Royal Navy alla Deutsche Marine.

Da un punto di vista geopolitico è ormai chiaro che si è consolidato un blocco continentale eurasiatico, chiamiamolo delle Democrature o democrazie di comando o illiberali, composto dal nocciolo russo-cinese ma con tentacoli estesi dalla Corea del Nord di Kim Jong-nu, numerosi i lanci di missili balistici nel Mar del Giappone dall’inizio dell’anno, a diversi degli stati che si considerano da sempre alternativi alle Democrazie occidentali: Iran, Siria, Venezuela etc.  Sarebbe più efficace definire dittature le Democrature, ma si perderebbe qualche sfumatura. E poi, si autodefiniscono così e non resta che accettare il termine. Le quali sono da un pezzo all’attacco dovunque, come ben sanno a Hong Kong, dove non resta nulla della “specialità” della regione autonoma sancita da trattati ridotti a carta straccia. Così come dovrebbe accadere all’indipendenza di Georgia e Ucraina, entrambe finite non per caso sotto i cingoli dell’Armata Russa. Il coreano Kim Jong-nu vorrebbe fare lo stesso, ma a Seoul sono attrezzati a resistere ormai dal 1950 e comunque godono dell’ombrello diretto americano.

L’Ucraina sta insegnando: puoi anche vincere sul terreno, ma resti padrone di un cumulo di macerie dove si aggirano superstiti che ti odiano e sono saturi di sete di vendetta. Questo sarà solo il primo problema per Putin a Kiev domani. Un altro effetto collaterale imprevisto. Già, perché non aveva neppure preventivato la durezza della resistenza ucraina, né per intensità e neppure per qualità. Concludere la sua “operazione speciale” gli costerà molto, in termini di caduti, mutilati, feriti e consumo di materiali. Soprattutto, però, non ha messo in conto la dura reazione del decadente Occidente delle Democrazie. Perché si tratta del fondamento ideologico della sfida in corso: le Democrature si considerano superiori alle Democrazie, ritenute forme inadeguate di governo della complessità contemporanea. Il nuovo all’attacco del vecchio, insomma, una ventata di fresca giovinezza destinata a spazzare via il decrepito mondo occidentale. È venuto il momento, quindi, di accelerare un processo inevitabile.

Invece, le democrazie euroatlantiche si sono ricompattate, dimostrandosi capaci di una volontà unanime di sicuro esaltata dalla meravigliosa e tenace resistenza sul campo degli ucraini. Europei tra Europei. Gente che vuole libertà, democrazia, progresso con un occhio di riguardo per l’uguaglianza. Niente di più distante dalla realtà delle democrature, in cui un’oligarchia che si auto-presume illuminata decide e dispone. Certo, le democrazie non sono perfette. Tollerano troppe ingiustizie, molte ne facilitano e ne commettono al loro interno e in giro per il mondo. Talvolta, forse addirittura spesso. Sono lente nel rispondere ai problemi. Rappresentano un modello di sicuro migliorabile. Il fatto è che contengono in sé gli anticorpi necessari e gli strumenti per auto-correggersi. Al contrario delle democrature. Le quali non possono modificarsi, ma solo perire rovinosamente sotto il peso dei propri errori. Di norma dei conflitti, com’è successo all’URSS con la Guerra Fredda.

Democrature vs. Democrazie, quindi. C’è partita? Solo se la mettiamo sul piano del conflitto nucleare. La mutua distruzione reciproca è assicurata. Per questo Putin non lascia passare giorno senza evocarlo. È l’unica arma decisiva rimastagli. Sul campo bastano gli ucraini, con una manciata di armi occidentali tra cui nessuna di quelle davvero sofisticate, a creargli problemi. Per il resto, non c’è partita. Neanche con il supporto cinese. Se non altro per una ragione, che a Mosca e a Pechino sembrano aver trascurato con incredibile leggerezza: non si spara o si minaccia di farlo, il che è lo stesso, addosso ai propri migliori clienti. Impossibili da sostituire. Specie quando si vive di esportazioni. Putin lo sta imparando, Xi Jinping lo apprenderà tra breve. Perché è vero che le democrazie sono un po’ lente, ma hanno anche il maledetto vizio di avere una memoria formidabile. Ragione per cui la guerra non finirà quando taceranno le armi. Quello sarà solo il termine del primo tempo e la storia del Novecento insegna che le democrazie vincono, mentre le dittature, anche se chiamate in altro modo, perdono. Sempre.