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C’è stato un tempo non troppo lontano in cui non esistevano i telefoni cellulari e grasso ci cola se nelle case c’era un telefono fisso, magari in “duplex”, condiviso con un altro abbonato.

            Si usciva di casa e ciao ai contatti telefonici. C’erano solo i contatti de visu, di persona. Oppure, se proprio proprio, ci si fermava in un bar o in una cabina telefonica (sparite pure quelle a un certo punto in un fiat) e si usavano, per telefonare, appositi gettoni scanalati in ottone (credo).

            Ma una cosa è certa: una volta lasciata la propria dimora o il luogo di lavoro, si era tutti beatamente irreperibili. Pare che, malgrado questo, si sopravvivesse egregiamente e senza troppa ambascia.

            Poi, magari a sera, si rincasava e… “Ha chiamato qualcuno per me?”. “Sì, un certo… un tale… ha detto che richiama domani ad ora di pranzo”. Fine della storia.

            Ora, non vogliamo fare certo i luddisti della situazione, i vetero-tecnologici, dal momento i vantaggi del telefonino sono evidenti a tutti e palmari. Poi oramai questi ordigni ce li abbiamo addirittura “smart” phone. Magari più smart di noi stessi. Fanno di tutto. Poco ci manca che preparino anche i toast.

            Ma soprattutto, oggi siamo perpetuamente reperibili. Ovunque ci troviamo. In qualsiasi momento, da mane a sera. Anche nottetempo. E vabbè.

            Si dà il caso, però, che si è allargata a dismisura la più generale e ampia pandemia dell’“altrove”. Questa sindrome era già comparsa decenni fa con la nascita e poi la diffusione a macchia d’olio della televisione. La sindrome è poi andata allargandosi a dismisura con l’avvento del web e di internet. Questi media ci hanno tossicamente indotti a credere che la realtà reale, la realtà dei luoghi fisici in cui ci troviamo, e  delle persone che incontriamo, e delle nostre relazioni umane, siano realtà “deboli” rispetto a quella dei nuovi media.

            Sicché si dà il caso frequente che ci si trovi magari in compagnia di altre persone, o in visita da qualcuno, o addirittura in una riunione di lavoro, oppure ad un convegno e, zac, arriva la chiamata sullo smart. E che cosa succede, allora, nove volte su dieci (o poco meno)? Succede che ogni cosa, seduta stante, si blocca: la realtà reale in cui siamo immersi in quel momento d’emblée impallidisce, retrocede, viene messa “in attesa”, perché per molte persone la telefonata in arrivo sullo smart ha la precedenza su tutto, ha un valore sacrale: guai a non rispondere subito!

Pochi sono quelli che danno solo un’occhiata al cellulare e poi lo ripongono perché giudicano non urgente la telefonata. E pensano, con buon senso, che se la telefonata è urgente, il mittente richiamerà a stretto giro di posta o, meglio, invierà un messaggino per dire: per favore, chiamami subito, trattasi di cosa urgente. Insomma, non c’è alcun bisogno di rispondere subito ad una telefonata in arrivo sullo smart.

D’altro canto, chi ci telefona, ci prova: pensa: se disturbo, il destinatario non mi risponde subito; se sta dormendo, avrà avuto l’accortezza di “silenziare” il telefonino; oppure no, non l’ha fatto (in quanto affetto dalla sindrome di cui stiamo parlando); e allora, insomma, saran pure cavoli suoi, no?

            Qualunque amabile o profondo (o urgente, magari) conversare vien messo immantinente in stand-by perché (sembra) l’appello proveniente dal telefonino ha la precedenza su ogni comunicazione in corso.

            Ora, per spiegare questo comportamento ci si potrebbe anche avvalere, semplicemente, della vecchia categoria della maleducazione. Accadeva già prima della comparsa del cellulare: Tizio e Caio, poniamo, stanno parlando; arriva Sempronio e s’intromette per dire qualcosa a Caio; e Caio subito gli dà udienza. Raramente lo blocca, gli dice: Scusa, se non è cosa urgente, sto parlando con Tizio, ci vediamo più tardi, se non ti spiace.

            Ma la sindrome dell’altrove da telefonino è cosa più grave e pervasiva. S’inquadra nella più generale sindrome dell’altrove dei nostri tempi: il mondo che ci sta attorno, e le persone, quelle in carne ed ossa, sempre più spesso contano come il due di picche rispetto a quel “non luogo” che è la realtà virtuale dei moderni media.

            E qui lasciatemi finire con il tristanzuolo quanto proverbiale luogo comune: di questo passo, dove andremo a finire?…