By

L’Araba Fenice è un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte e proprio per questo motivo, simboleggia anche il potere della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi.

Il tema del “Centro” nel panorama politico italiano è stato un paradigma delle discussioni che hanno preceduto la stagione del maggioritario e poi del bipolarismo.

Perché sono molti anni ormai che la polarizzazione degli schieramenti ha cancellato quell’istanza, e ce n’erano tutte le ragioni dal momento che le espressioni di quel sentire trovavano casa sia nello schieramento di CentroSinistra che in quello di CentroDestra, per loro stessa autodefinizione.

Almeno fino alla discesa in campo di quelle forze eterogenee e avventurose che hanno messo al centro delle loro dichiarazioni politiche, delle loro scelte programmatiche, delle loro collocazioni internazionali le istanze del più radicale populismo e del più autarchico sovranismo.

Qui il sistema politico nazionale, ma il fenomeno ha assunto una caratura europee e anche statunitense, è andato in crisi e i partiti hanno prima sbandato, poi hanno pensato di riorganizzarsi o almeno ci stanno provando.

E allora rispunta il “Centro” che è come il sale sulle pietanze, non se ne può fare a meno ma è meglio non esagerare.

O almeno questa è la lettura che tendono a darne i media, perché per loro il centrismo è sinonimo di moderatismo, qualcuno dei rappresentanti di questo sentiment preferisce definirsi liberal progressista.

E ne ha ben donde dal momento che questo Paese negli anni del maggioritario e degli schieramenti opposti per molti versi non è stato governato o meglio le scelte dei diversi governi che si sono alternati hanno assunto un’impronta di scarsa efficienza e ancor meno di efficacia. Tanto che l’Italia dal 1992 è in un declino economico attestato da tutti gli indicatori e da tutti gli Istituti di analisi, a cominciare da Banca d’Italia.

A questo si sono aggiunti gli anni della cura da cavallo del primo governo di unità nazionale (Monti) 2011-13 a cui hanno fatto seguito, dopo la parentesi Letta-Renzi-Gentiloni, in tempi recenti un paio di stagioni deliranti con il governo giallo-verde Conte I: quello dei Decreti sicurezza, quello del “abbiamo abolito la povertà” e del pessimo Reddito di cittadinanza che nel tempo ha dimostrato tutta la sua aleatorietà e la sua marginale funzione di sostegno alle fasce più povere; senza dimenticare molte altre decisioni più che deludenti e regressive che non ci sono state fatte mancare: quota 100 e il Superbonus 110% sono il top dello spreco di denaro pubblico.

E’ arrivato a seguire poi il Governo del bis-Conte con una maggioranza supportata da un PD che per garantire la solita auto-responsabile posizione governativa ha avallato il dissesto del sistema parlamentare con la riduzione, in chiave squisitamente populista, dei parlamentari (sempre però con le due Camere equamente replicanti) mai suffragata da una parallela riforma elettorale (pur promessa e sottoscritta dai partner governativi).

E ne vedremo delle belle con la prossima tornata elettorale del 2023.

Per fortuna che qualcuno si è incaricato di far sì che quel governo non avesse più le condizioni per proseguire, nonostante tutti i tentativi, alcuni al limite del ridicolo e/o dell’impresentabile, e il Capo dello Stato si sia trovato nella condizione di promuovere una nuova azione che mettesse in sicurezza l’Italia sia dal punto di vista del contrasto alla pandemia che da quello economico-finanziario (gestione del PNRR): il Governo di un’unità nazionale con tutti dentro salvo l’autoesclusione di FdI e guidato da Mario Draghi, la migliore “riserva” della Repubblica che fosse disponibile e spendibile.

Da allora il balletto sul “Centro”, sui centristi, sul partito dell’agenda Draghi, sui protagonisti di quest’area, impazza su tutti i media e anche sui talk: solo quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte russa il focus si è spostato di qualche grado dando magari spazio ai sostenitori di un sentire filo-putiniano con la scusa che bisogna essere aperti ad ascoltare le opinioni di tutti.

O a sprazzi, in tempi più recenti, quando le bombe russe fanno stragi di civili innocenti si parla di questo piuttosto che della politica nazionale; ma anche qui ci sono sempre quelli che “la pace si difende con la pace” e guai a pensare di rifornire gli ucraini del materiale bellico che li aiuta a difendersi e a costruire una barriera alle mire espansionistiche russe che riguarda anche la sicurezza europea.

Poi arrivano le amministrative e allora vai col “Centro” e con i “campi larghi” anzi larghissimi, come pretenderebbero i più.

A guida “piddina”, naturalmente, in cui ci dovrebbero stare tutti da Conte che guida i rimasugli di un M5S in pieno disfacimento e anche il suo antagonista e reprobo scissionista Di Maio, quello che, a sentire e leggere alcuni commentatori della politica nazionale, da “bibitaro” si è trasformato in una preziosa figura di politico di razza in poco più di tre anni. Una specie di diploma CEPU applicato allo standing di un politico che non declinava nemmeno i congiuntivi mentre chiedeva l’impeachment di Mattarella e andava a sostegno dei gilet-gialli solo un paio di anni fa. Una redenzione sulla via del poltronismo – la scadenza del secondo mandato incombeva – di fronte alla quale quella di San Paolo potrebbe sembrare un semplice cambio di maquillage.

E “i centristi”? Dentro anche loro naturalmente.

Anche se quelli di loro che agiscono politicamente in maniera solida e persino visionaria hanno in più di un’occasione manifestato tutte le loro contrarietà a considerare i grillini e i loro scismatici epigoni come un’opzione disponibile sul tavolo delle alleanze.

Perché, magari sono come i galli nello stesso pollaio, magari sono dotati di un ego smisurato, magari hanno anche qualche problema di idiosincrasie personali, magari vorrebbero fare come il padrone del pallone – se non gioco centravanti il pallone me lo porto a casa – ma non c’è dubbio che sono portatori di istanze molto concrete e molto solide, ben piantate in una visione radicalmente riformatrice, prospettica, di crescita del Paese, propugnatori di un welfare realmente sostenibile, di un’economia liberale in cui il merito abbia un ruolo di spinta e di sviluppo, in cui il lavoro sia inclusivo in tutti i suoi aspetti (i generatori di lavoro, i produttori di lavoro, le componenti meno assistite e meno protette, il mondo delle partita IVA), sostenitori di una Giustizia giusta che risponda pubblicamente del suo agire e si assuma la responsabilità degli errori, fervidi sostenitori dell’alleanza atlantica con radici profonde nello spirito di un’Europa allargata ma efficiente in cui la logica dell’unanimismo non faccia aggio sulle decisioni e sulle scelte strategiche.

Insomma sembrerebbero più consistenti le consonanze programmatiche che le dissonanze verbali a far sì che si potesse trovare un terreno comune condiviso e praticabile.

C’è però il problema della legge elettorale maggioritaria che al momento sembrerebbe costringere tutti a trovare una casa comune, a costruire quegli assembramenti politici che alla luce dei fatti poco di buono hanno prodotto negli anni sia nel fronte del CentroSinistra (fatta salva la primissima esperienza dell’Ulivo) sia in quello di CentroDestra (fatta salva la primissima esperienza berlusconiana).

E allora cos’è questo “Centro”?

Non c’è dubbio che non si tratta di un posizionamento geo-parlamentare ma di un posizionamento valoriale e pragmatico. Di un progressismo applicato alle scelte più che alle parole o alle autodefinizioni, che avrebbe bisogno di un sistema proporzionale per poter provare ad esprimere le sue potenzialità, quali che siano.

In queste circostanze, in questi frangenti storici, in queste contingenze socioeconomiche la fenice sarà capace di rinascere?