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Nella prima lettera di un carteggio con Perry Anderson, autore di un saggio sul pensiero di Norberto Bobbio[1], il filosofo italiano così definisce il suo liberalismo: “... come la teoria che sostiene essere i diritti di libertà la condizione necessaria (anche se non sufficiente) di ogni possibile democrazia, anche di quella socialista ...“;ecco, io intendo il liberalismo esattamente come Bobbio e, perciò, lo considero il primo, irrinunciabile presupposto anche di una concezione democratica di sinistra.

Cito, ancora, Bobbio, che mi sembra aver scritto le pagine più didascalicamente convincenti: “Il pensiero liberale continua a rinascere, anche sotto forme che possono urtare per il loro carattere regressivo … perché è fondato su una concezione filosofica da cui, piaccia o non piaccia, è nato il mondo moderno: la concezione individualistica della società e della storia.” [2]

Ebbene, sì; ho evocato – citando Bobbio – una delle parole-tabù della vecchia sinistra: individualismo.

Dare a qualcuno dell’individualista equivaleva – e forse per alcuni equivale ancora –  a dargli dell’egoista – se non, addirittura, dell’imperialista – esprimere una forte riprovazione morale, bollarlo, in sostanza, come un asociale, un “nemico del popolo”.

Eppure, come dice ancora Bobbio, “... il punto di partenza di ogni progetto sociale di liberazione è l’individuo singolo, con le sue passioni  (da indirizzare o da domare), coi suoi interessi (da regolare e coordinare), coi suoi bisogni  (da soddisfare o reprimere).” [3]

La tesi di Bobbio – che condivido appieno – è che il contratto sociale , fondamento della società politica, nasce dalla necessità degli individui di associarsi sulla base di regole condivise per garantirsi alcuni diritti e alcune tutele (dalla sicurezza alla libertà personale, dalla giustizia all’assistenza, ecc.), che nessun singolo individuo potrebbe, da solo, garantirsi (se non a prezzo della violenza su altri).

Il “soggetto collettivo” società si fonda su negoziati  tra individui, che conducono ad accordi, definiti, poi, in norme con validità nei confronti di tutti, da istituzioni politiche .

La società, cioè, non preesiste all’individuo, ma consegue ad un atto di volizione di un insieme di individui e, poi, per libera determinazione degli stessi, assume poteri anche sui singoli individui.

Uno dei limiti della sinistra è stato, per l’appunto, non aver voluto considerare il valore dell’individuo anche a prescindere dalla sua collocazione in una collettività; da qui molti equivoci, molte cantonate e – magari non volute – oggettive discriminazioni.

Eugenio Scalfari, commentando il grande raduno dei giovani a Roma per il Giubileo, ha coniato – o forse solo usato, non so – un neologismo curioso, ma espressivo: “insiemitudine”.

E’ un modo per sfuggire la condizione solitaria cui la modernità di massa condanna gli individui in genere, i giovani in particolare. L’insiemitudine come antidoto alla malattia dei  tempi nostri: siamo tra noi … (…) … trent’anni fa i figli dei fiori sentivano lo stesso bisogno … (…) … Questo per dire che il bisogno di insiemitudine è tipico d’ogni generazione che si affaccia sulla scena: da solo non basta a trasformare una folla in un soggetto sociale.[4]

Tutti i grandi movimenti di massa, e tra essi i partiti della sinistra, hanno assegnato a questo bisogno di “insiemitudine” un valore sproporzionato, sottovalutando, viceversa, il difficile rapporto tra massa e democrazia.

Per trasformare una folla in un soggetto sociale – e politico – ci vuol ben altro che un generico desiderio di riconoscersi in un indistinto insieme di persone per non sentirsi soli; né può bastare un valore unificante come una fede religiosa.

Si sentono ugualmente “insieme” anche migliaia di persone accomunate da un tifo sportivo, dall’ammirazione per un gruppo musicale; spingono, e hanno spinto, a stare “insieme” – purtroppo – anche ideologie aberranti.

Quando il singolo perde la cognizione della differenza tra privato e pubblico, quando si esaurisce nelle occasioni che solo l’esterno gli fornisce, quando il successo è misurato solo dall’approvazione dei propri simili e tace la coscienza individuale, emerge, come sola realtà degna di considerazione “the lonely crowd” quella “folla solitaria” di eterodiretti, descritta quasi profeticamente da David Riesman più di mezzo secolo fa[5].

La sinistra, soprattutto quella marxista, ha enfatizzato il concetto di “massa”, intendendola come insieme di lavoratori consapevoli della loro appartenenza di classe, fino a farne un “totem”, un concetto che ha “valore in sé” e che in tal senso è stato troppo spesso interpretato: anche la sinistra, insomma, ha attribuito valore al conformismo – sia pure un conformismo ad ideali “alti” – diretto da “élites” rivoluzionarie.

Nel rapido processo di modernizzazione capitalista il ruolo delle “masse”, tuttavia, non è stato solo quello valorizzato dai marxisti, come ampliamento della partecipazione popolare; anzi, l’effetto principale è stato quello – già paventato nell’ottocento da Tocqueville e John Stuart Mill – di condurre l’individuo a riconoscersi pienamente solo nelle “masse”, siano esse “masse” di lavoratori, di consumatori, di contestatori, di tifosi.

Questo conformismo esteriore rischia di condurre anche a un conformismo, interiore, di identificazione nei costumi, nei comportamenti, nelle opinioni della massa di consumatori; e l’individuo, terrorizzato dalla perdita della sua identità soggettiva, “fugge dalla libertà”, rifugiandosi nell’identità “sostitutiva” dell’adesione al conformismo.[6]

 E siamo in presenza di una democrazia “affievolita”, una democrazia che mantiene alcuni connotati istituzionali – il suffragio universale, i partiti (o i diversi succedanei dei partiti), le assemblee elettive – ma che si fonda su una inconsapevole – o  rassegnata – immersione del soggetto individuale in una, indistinta e indefinita, “opinione pubblica” massificata, dove il “cittadino” – nobile parola – diventa l’ignobile “gente”.

E, intendiamoci, tale condizione è compatibile sia con governi di destra che di sinistra. 

La democrazia ha basi solide solo se fondate sulla ragionata adesione individuale a un complesso di idee e programmi che accomunano e che distinguono, e, ancor prima, su regole condivise da tutti gli attori politici: essere democratici non è un “sentire” ma un “capire”, comprendere la necessità di istituzioni e regole, saper manifestare consenso e dissenso anche a titolo individuale.

E nella libera accettazione di istituzioni e regole, che possono, soggettivamente, essere sentite anche come sgradite, sta la capacità di superare i limiti dell’individualismo, riconoscendosi, da individui, in una collettività.

E, del resto, non è forse il fondamento primo e irrinunciabile della democrazia l’esercizio individuale, libero, eguale del voto?

La differenza tra un liberalismo conservatore e un liberalismo democratico consiste nell’ampiezza delle materie oggetto del contratto sociale; il primo teorizza uno “Stato minimo”, che provvede esclusivamente alla protezione  degli individui da ogni possibile violazione dei diritti individuali; il secondo postula uno Stato “interventista”, che gioca un ruolo nel contenere le scelte più radicalmente individualistiche, nell’assicurare una giustizia distributiva, nel favorire processi di cooperazione: una interpretazione del liberalismo che assume i princìpi del Welfare State.

E’ un dibattito che nulla ha a che vedere, s’intende, con il liberalismo d’accatto delle poverissime destre italiane che possono, al meglio, definirsi “liberiste” – ma senza una legislazione “antitrust”  – non certo liberali.

In realtà si può ben essere “liberali” senza essere “liberisti”; paradossalmente si potrebbe dire che proprio un genuino “liberale” è, oggi, il più critico nei confronti della mitizzazione del “mercato”, nella pretesa di subordinare la politica all’economia.

Solo rozzezza culturale – o malafede politica – possono insistere nell’identificare ”liberalismo” e “liberismo economico”; non lo dico solo io – che potrei essere tacciato di presuntuosa partigianeria – ma la massima espressione filosofica italiana del pensiero liberale, Benedetto Croce, per il quale, in polemica con Einaudi, considerare il liberismo come caratteristica irrinunciabile della dottrina liberale significa fare di … “un legittimo principio economico” una “illegittima teoria etica”[7].

La necessità di estendere a tutti gli uomini del mondo i diritti di libertà – che non sono soltanto i diritti civili e politici, ma anche quelli sociali, i diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione, ecc. – rende indispensabile una nuova forma di “governo mondiale”, di democrazia internazionale: un obiettivo squisitamente “politico”, capace, anche, di dettare le regole per lo sviluppo dell’economia “globalizzata”.

E una tale politica non può che essere “liberale”, perché deve fondarsi sull’affermazione dei diritti, non sulla loro limitazione. E va sottolineato che molti dei temi rivendicati come “di sinistra” – dal femminismo ai diritti LGBT – non sono riconducibili alle idee-forza di socialismo, comunismo, cattolicesimo democratico, ma al liberalismo.

Se a qualche stupidotto viene il mal di pancia, perché abituato a confondere il liberalismo con …Berlusconi, non so che farci: lo perderemo per strada e … auguri di buon viaggio!

Sentire Salvini e i suoi sicofanti autodefinirsi “liberali” è una delle poche affermazioni che mi fanno andare fuori di testa. E proprio perché sono “di sinistra”.

La sinistra ha compiuto grandi passi in avanti, dai tempi nei quali porre al PCI temi quali il divorzio, l’aborto, l’abolizione della censura, significava essere liquidati con sufficienza come propugnatori di “lussi borghesi”; ho il timore, tuttavia, che la sinistra abbia fatto proprie alcune battaglie più per opportunismo che per convinzione.

Nella – pur logica e necessaria – ricerca del consenso di elettorato moderato, cattolico, giustizialista, temo che la sinistra sia stata disposta a troppe concessioni sul piano della laicità dello Stato e dei diritti individuali.

Stato laico, ovviamente, non significa Stato antireligioso, ma semplicemente uno Stato nel quale nessuna confessione religiosa, nessuna concezione etica, nessuna ideologia o fede politica, nessuna cultura sia riconosciuta come privilegiata o, per converso, discriminata; nello Stato laico ciascun cittadino deve poter pensare quello che vuole e trovare le identiche opportunità di comportarsi in coerenza con le sue idee, con il solo limite della legge penale, che definisce e sanziona il lecito e l’illecito, non già il bene e il male.

John Rawls si chiede: “La cultura politica di una società democratica è sempre contraddistinta da una molteplicità di dottrine religiose, filosofiche e morali opposte e inconciliabili … quali sono le basi della tolleranza intesa in questo modo, dato il fatto del pluralismo ragionevole come prodotto inevitabile di istituzioni libere?”[8]

Tali basi sono quelle che Rawls definisce “costituzionali”, di valore politico, non etico.

E, poiché in Italia è sempre forte il richiamo ad un’etica confessionale, ecco la necessità di sottolineare la laicità della sfera pubblica, il rifiuto intransigente di porre vincoli morali nei comportamenti individuali.

È un terreno difficile, certo: la gran parte della cosiddetta “gente” se ne frega del monopolio – o duopolio o polipolio – televisivo, della libertà di stampa, dell’antitrust, delle “rogatorie”, ecc.

Un popolo di faziosi, anzi, peggio, di tifosi, non desidera arbitri imparziali, ma arbitri che fischino i rigori solo a favore della propria squadra.

La sinistra ha, anche in questo, il compito di aiutare a ragionare, innanzitutto facendone fede con i propri comportamenti.

E, nella società italiana del nuovo millennio, i valori della Sinistra devono essere anche i vecchi valori liberali, che, in Italia, non hanno mai trovato largo spazio.

A me, quando dico “liberale” viene in mente Ugo La Malfa.

Quando dico “liberalismo” penso a quanto scriveva uno dei capi storici della Resistenza, Leo Valiani, che ho avuto il privilegio di conoscere, cofondatore di “Giustizia e Libertà” e del Partito d’Azione: “Il liberalismo può sopravvivere … a condizione di non incatenarsi al liberismo economico. Esso deve fare propria, in tutta la sua ampiezza … la democrazia. Deve, infine, accogliere le esigenze positive del socialismo.”[9]

E’ perfino paradossale notare come l’avversione di una certa sinistra per il liberalismo coincida con quella della destra per il comunismo: l’una e l’altra attribuiscono all’ideologia le nefandezze che sono state commesse invocando quell’ideologia a giustificazione.

Così i neo-comunisti attribuiscono al pensiero liberale tutte le colpe del capitalismo, fino ad attribuirgli responsabilità, perfino, nella genesi di fascismo e nazismo e i para-liberali addossano al marxismo tutte le responsabilità dei regimi comunisti, dalle “purghe” di Stalin al massacro di Piazza Tien-an-men.

Sia chiaro; non ho mai considerato ingiurioso l’aggettivo “comunista”, né – tanto meno – ritenuto i comunisti pericolosi; lo dimostra il dibattito alla Costituente, dove né Togliatti, né gli altri maggiori esponenti del PCI ingaggiarono battaglia per far passare l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, né, tanto meno, sistemi elettorali che potessero favorire il “partito unico”.

Credo si possa tranquillamente riconoscere – se non altro in sede storica – che le democrazie industriali moderne sono, tutte, rette da ordinamenti e istituzioni liberali; anche le socialdemocrazie operano in un quadro istituzionale liberale; e ciò per la semplice – ma ottima – ragione che solo il pensiero liberale – ribadisco, il pensiero liberale , che non ha nulla a che fare con questo o quel partito liberale  – prevede esplicitamente la convivenza – competitiva, ma garantita – con i suoi concorrenti, anche con i suoi più agguerriti avversari e la possibilità di essere, da essi, sconfitto.

Ed è in questo senso che intendo il “liberalismo” della sinistra, richiamando le idee di un grande liberale, portato a una precocissima morte anche dalle percosse dei fascisti, Piero Gobetti, che scriveva, nel 1924 “... si può fissare un programma liberale, che tenga fede alle tradizioni le quali si riassumono in una: non aiutare gli egoismi, i pregiudizi, i dogmatismi delle classi dirigenti. (…) O conservatori o liberali. O conservatori con le classi agrarie e con la plutocrazia o liberali con le forze dell’economia italiana (media industria e commercio) che devono allearsi col proletariato per conquistare la libertà contro le classi plutocratiche e nazionalfasciste.”[10]

Del resto non sono mancate, nella storia del nostro paese, anche esperienze politiche che hanno tentato una feconda sintesi tra liberalismo e socialismo; sia il “socialismo liberale” di Carlo Rosselli (“Il socialismo non è né la socializzazione, né il proletariato al potere … Il socialismo … è l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini  … possibilità di svolgere liberamente la loro personalità, in una continua lotta di perfezionamento contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo preda al demonio del successo e del denaro”[11]), che il “liberalsocialismo” di Guido Calogero (“Non è dato essere pienamente liberali senza essere insieme anche socialisti, non è dato essere adeguatamente socialisti senza essere insieme anche liberali. Il liberale “puro” è in realtà solo il liberale a metà, come il socialista puro è il socialista insufficiente”[12]) avevano ben chiaro che la libertà è condizione di giustizia e che non vi è giustizia nella disuguaglianza anche economica, che rende meno liberi.[13]

Lo scarso successo che arrise a tali teorie, e ai movimenti politici che ne derivarono, segnatamente il Partito d’Azione, sembra meritare, oggi, una qualche riscoperta..

Uno storico socialista come Salvadori scriveva: “E oggi (il socialismo liberale n.d.a.) rappresenta il più fecondo tra i fondamenti possibili di una cultura politica della Sinistra italiana di ispirazione socialista. Le ragioni del socialismo liberale hanno così infine ritrovato la storia, divenendo fermento rinnovatore di quella Sinistra che le aveva in passato respinte e sconfitte”[14] 

In questa ottica il “sentirsi socialisti” è perfettamente lecito e compatibile con l’adesione a un partito non socialista, come lo è il “sentirsi cattolici”; non è lecito, viceversa, pretendere che un partito, nella sua attività politica, si impegni a tradurre in “regole” per la vita sociale gli ideali socialisti o cattolici.

E non già perché tali ideali siano “sbagliati” (il vero liberale non considera alcuna opinione “sbagliata”, ma solo diversa dalla sua), ma solo perché sono “parziali”, appartengono a chi li condivide, ma non possono essere presentati come “superiori” a chi non vi si riconosce.

Chiunque di noi può essere convinto, nel suo “foro interno”, di possedere la “chiave magica” che apre tutte le porte, può andare orgoglioso della sua identità; nessuno ha il diritto, tuttavia, di fondare la propria azione politica su un “sistema di credenze” che ad altri può apparire – del tutto legittimamente – fallace.

Appare singolare, per altro, che anche alcuni che dichiarano – senza rinunciare a dirsi socialisti – di aver accettato l’economia di mercato e la proprietà privata (anche il vecchio PCI, fin dalla Costituente), neghino ai liberali il diritto di distanziarsi dal liberismo puro, quasi fosse possibile solo ai socialisti di integrare in sé alcuni principi liberali e non il reciproco.

La realtà è – a me sembra – che sia il socialismo “classico”, sia il liberalismo “classico” – con tutto quanto di indefinito e controverso vi è nel termine “classico” – hanno fornito, nel 20° secolo, “chiavi” interpretative delle dinamiche sociali che, oggi, non riescono più ad aprire tutte le porte.

E ciò per la buona ragione che … sono cambiate le serrature.

Il più grande ostacolo che una cultura politica liberale incontra nell’affermarsi a me pare la diffusa domanda di “chiavi universali”.

Il mondo nel quale viviamo è talmente diverso – e ogni giorno muta – da quello abbastanza statico dei secoli trascorsi, che non esistono più chiavi universali e la politica deve, ogni giorno, verificare gli strumenti di analisi e fabbricarsi nuove chiavi, da usare per il tempo necessario, nella consapevolezza che, probabilmente, domani se ne dovranno fabbricare altre.

Lo so, è difficile accettare che non ci siano un “vangelo” dove trovar risposta a tutti gli interrogativi dell’esistenza umana, una fede religiosa che sappia dare imperativi morali, una filosofia e una scienza che sappiano spiegare tutto quello che non si riesce a spiegarsi, una ideologia politica che sappia dettare regole stabili per un buon governo.

Eppure basterebbe riflettere sulle grandi contraddizioni che religioni, filosofie, ideologie producono proprio in chi ad esse si affida, per capire come l’aspirazione all’assoluto sia una mera illusione irrazionale.

Quante volte il credente, che pure accetta di buon grado l’insegnamento della sua chiesa e vorrebbe che tutti vi si conformassero, respinge quelle prescrizioni – ad esempio nella morale sessuale – che gli appaiono eccessive, impraticabili o, semplicemente, scomode?

Quante volte chi fida nella scienza, arretra, inorridito, di fronte agli sconvolgenti scenari aperti dalla ricerca genetica?

Quante volte il buon marxista difende con tenacia la proprietà privata, se riguarda la “roba” sua?

E quante volte il credente pretenderebbe dalla sua chiesa di essere più rigida nell’imporre ai governanti i propri precetti; quante volte si vorrebbero porre limiti etici alla ricerca scientifica per impedire paventate mostruosità; quante volte si pretenderebbe dalla politica di dare tutto a tutti, senza rinunciare a nulla di quel che si ha?

Tutto ciò dovrebbe convincere che nulla e nessuno può dare risposta a tutte le domande, che la più perfetta religione, la più rigorosa ricerca scientifica, la più umana delle ideologie, possono offrire un “mazzo di chiavi”, ma la scelta su quale chiave usare, volta a volta, per aprire le diverse serrature, è una fatica che ciascuno deve compiere da sè.

Ed è la fatica che si chiama “libertà”.[15]


[1]              Perry Anderson, “Norberto Bobbio e il socialismo liberale”, tr. it. in “Socialismo liberale”, Cles (TN), 1989

[2]              N. Bobbio, “Il futuro della democrazia”, op. cit.

[3]              ibidem

[4]              Eugenio Scalfari, “I figli dei fiori trenta anni dopo”, “La Repubblica, 20.8.2000

[5]              David Riesman, “La folla solitaria”, tr.it. Bologna, 1956

[6]              Così lo descrive Eric Fromm, “Fuga dalla libertà”, tr.it. Milano, 1963

[7]              Sulla polemica Croce – Einaudi, si veda P.Solari (a cura di) “Liberismo e liberalismo”, Roma-Napoli, 1957

[8]              John Rawls, “Liberalismo politico”, tr.it. Milano, 1994 

[9]              Leo Valiani, “La sinistra democratica in Italia”, Roma, 1977

[10]             Piero Gobetti, “Scritti politici” a cura di P. Spriano, Torino, 1960

[11]             Carlo Rosselli, “Socialismo liberale”, Torino, 1973

[12]             Guido Calogero, “Difesa del liberalsocialismo ed altri saggi”, Milano, 1972

[13]             Per una rapida, ma esauriente, panoramica sulle idee e la storia del “liberalsocialismo” si veda Nadia Urbinati, Monique Canto-Sperber (a cura di), “Liberal-socialisti”, ed. it. Venezia, 2004

[14]             Massimo L. Salvadori, “ La Sinistra nella storia italiana”, Roma-Bari. 2001

[15]             Consiglio la lettura di Michele Ainis, “La libertà perduta”,Roma-Bari, 2003. Si tratta di una raccolta di brevi note sul tema delle libertà, anche di quelle quotidiane, che si perdono, via via, spesso senza nemmeno accorgersene.