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C’era una volta l’aborto clandestino. Sembra l’inizio di una brutta fiaba, ma è una storia vera. Sono abbastanza in là con gli anni per ricordare il sacrificio di tante donne a cui veniva negata una maternità consapevole. Donne costrette a subire la volontà di un legislatore che aveva decretato, prima ancora che nascessero, che decidere di mettere al mondo un figlio non fosse un atto d’amore, ma una proposta da mettere ai voti sugli scranni di un Parlamento.

Il percorso di emancipazione femminile è costellato da tante piccole storie ignobili. Storie di morti per dissanguamento, di perforazione uterina, di setticemia, dovute all’imperizia, spesso incolpevole, di mammane che, improvvisatesi infermiere, con infusi e ferri da calza, interrompevano la gravidanza di donne prive di mezzi economici, costrette spesso da gravi circostanze a rinunciare alla maternità.

“Piccola storia ignobile” è una canzone scritta da Francesco Guccini a metà degli anni ’70, che racconta la storia di una delle tante ragazze morte a quei tempi, per una scellerata esperienza di aborto clandestino. Le sue note mi sono sopraggiunte sinistre all’orecchio quando i giornali, circa due mesi fa, ci hanno informato della sentenza emessa negli Stati Uniti, nota come Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ribalta  il principio secondo il quale l’aborto è un diritto costituzionale. Tale principio era stato decretato nel 1973, quando una Corte Suprema Usa di orientamento liberale, con la storica sentenza Roe vs Wade, decise che “indebite restrizioni” all’aborto dovessero ritenersi incostituzionali. Questa tendenza, dopo ben 49 anni, rappresenta una poderosa marcia indietro ed è la prova inoppugnabile che la democrazia non è un bene raggiungibile una volta per tutte, ma un valore da non dare mai per scontato. 

Sì, perché in questo passo a ritroso nel tempo, si annidano i germi di un riconoscimento ineguale, e quindi antidemocratico, di alcuni diritti fondamentali. Si tratta di un vero e proprio attacco alle donne. In alcuni stati, come l’Oklahoma, il Missouri, il Texas, la Florida, si è tornati alle leggi dell’800 quando l’aborto era completamente illegale. In taluni stati, chi è vittima di incesto o di stupro dovrà provarlo in tribunale per ottenere l’aborto. Le donne che soffrono un’interruzione di gravidanza dovranno provare che non è stata volontaria. Chi compra pillole anche online rischia una multa o il carcere.

Sappiamo bene che se il servizio sanitario nega una prestazione gratuita, ci sarà una fetta, ristretta e privilegiata, della popolazione che ricorrerà a strutture private, dotate di tutti i confort necessari. Un’altra fetta, stavolta più cospicua, ci rinuncerà o si arrangerà alla meno peggio. L’interruzione di gravidanza è un problema che coinvolge donne di ogni età e di ogni ceto. Ci saranno, quindi, quelle che potranno recarsi  negli  Stati dove è consentita o si consegneranno a equipe di medici che rinunceranno all’obiezione di coscienza di fronte alla promessa di un lauto guadagno. Ci saranno quelle che dovranno  affidarsi a mammane o, nel migliore dei casi, a medici non obiettori che, a causa della legge, non potranno intervenire nell’alveo della legalità e della sicurezza.

Tutto ciò con grave nocumento per la salute della donna. E non si dica che è una decisione in difesa della vita e della salute. Se così fosse gli Usa non sarebbero l’unica democrazia che non riconosce il diritto al congedo parentale. 

Senza allontanarci più di tanto, è noto che in molti ospedali d’Italia, soprattutto nel centro sud, l’obiezione di coscienza sia molto diffusa. Ho letto, di recente, di un medico di 70 anni, in Molise, unico non obiettore di coscienza, in tutto l’ospedale nel quale presta servizio, che ha dovuto rimandare la pensione pur di garantire il rispetto della legge 194 per tutte le donne.

Quando nel maggio del 1981, col referendum, la legge 194 veniva confermata, l’Italia sembrava essere diventata un paese laico, sciolto dai lacci di un condizionamento, quello della Chiesa, che impediva una libera e serena divisione di competenze. Il cammino di questa legge non ha coinciso però con una sua evoluzione. E l’esperienza del Molise ne è prova. 

Esistono diversi modi per cancellare un diritto: uno è abolirlo con una legge, come è avvenuto in America, un altro è fare terra bruciata intorno a chi vorrebbe tutelarla, e invece si ritrova abbandonato al suo destino di eroe per caso. 

Oggi soffiano venti di destra che non preannunciano nulla di buono. La propaganda elettorale ingloba tutto e fa piazza pulita anche di alcuni sacrosanti diritti, come quello alla salute della donna, asservendoli a parole vuote e a slogan di circostanza. Il filo che mantiene ancora in piedi la legge 194 è sempre più debole. Anche il silenzio dei mezzi di informazione, che è seguito alle prime notizie su quanto è avvenuto in America, è preoccupante. La salute delle donne è una priorità, così come lo è il diritto a una maternità consapevole; una maternità protetta da politiche sociali fondate sui fatti e libere da demagogie sovrastrutturali che non portano da nessuna parte. Il rischio di un’involuzione c’è, ma se si procede con l’onestà necessaria, forse eviteremo tante piccole storie ignobili. Che, come diceva il poeta, “non meritano nemmeno due colonne di un giornale, o una musica, o parole un po’ rimate…”