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Luminosi Giorni presenta una nuova rubrica, denominata RIGENERAZIONE URBANA. Delineo qui il significato dell’iniziativa e da oggi in avanti si comincia.

Il progetto è ambizioso e vorrebbe essere un mettersi alla prova con analisi e proposte sul più generale tema dell’ambiente e della strutturazione del territorio in cui le persone, meglio, i cittadini, vivono e operano concretamente nella loro quotidianità. Con un occhio particolare alla finalità dell’intervento rigenerativo, che diventa qualificante dal punto di vista politico: restituire alla collettività e alla cittadinanza luoghi più o meno strutturati o ristrutturati o socialmente bonificati, per essere pienamente fruiti a favore della vasta gamma dei diritti di cittadinanza e non per un mero esercizio astratto fine a se stesso.

Il termine Rigenerazione Urbana, che è oggi molto usato, a volte persino abusato, da urbanisti ed esperti di territorio, contiene infatti una sua immediatezza e una sua efficacia: fa intendere la rinascita e il rinnovamento radicale di un territorio da una condizione che nel presente si presume o degradata o malata o che ha oggettivamente perduto le funzioni originali dell’intervento che l’aveva determinata. È chiaro in definitiva il riferimento a un deterioramento di una condizione del territorio avvenuta nel tempo. Che non può e non vuole contenere un giudizio moralistico negativo. Si prende atto che tutto ciò che è strutturato nel territorio con l’uso, e il tempo dell’uso, si deteriora e finisce per non fornire più e annullare l’utilità per cui era sorto, fino ad essere in qualche caso un danno oggettivo per molteplici aspetti. Succede agli abiti, ai mobili di casa, ai veicoli, agli oggetti più comuni, e succede alle strutture, alle infrastrutture e a tutto ciò che è stato in qualche modo costruito e non più curato e mantenuto. Non solo: anche ciò che appare come naturalisticamente ‘vergine’, teoricamente intoccato da azioni precedenti, potenzialmente è oggetto di interventi assolutamente nuovi che ne fanno un elemento di rinascita e di rigenerazione. Perché in ogni caso, appunto, nasce nuovamente, rinasce, con un aspetto integralmente nuovo e, ci si augura, migliorativo, anche rispetto alla condizione intoccata e vergine in cui si trovava. Perché non c’è intervento umano che, quantomeno nelle intenzioni, non intervenga se non per dare maggiore qualità ai luoghi, avendo l’occhio sempre rivolto all’utilità collettiva. Quindi anche strutture e infrastrutture del tutto nuove e inedite costituiscono elementi di rigenerazione urbana sia in sé stesse, sia soprattutto per gli effetti, voluti e pianificati dall’intervento, che ricadono come rinnovamento, a distanza da dove è avvenuto concretamente; ed è la ragione per cui l’attività di rigenerazione urbana ha bisogno di una visione olistica d’insieme, che tenga conto di tutti gli elementi in gioco, anche tra loro distanziati.

Nonostante l’estensione e l’applicazione praticamente infinita della rigenerazione urbana al territorio e ai territori, ci sono tuttavia delle peculiarità che la rendono particolarmente idonea alle situazioni in cui molti luoghi urbani si trovano, vale a dire il disuso e la dismissione di strutture e di edifici precedentemente o abitativi o produttivi o anche di infrastrutture inutilizzate, divenuti obsoleti per mutate condizioni demografiche, sociologiche ed economiche. Molte dismissioni notoriamente hanno reso vuoti alcuni spazi urbani, vasti o limitati che siano, lasciati degradare per le inevitabili conseguenze del tempo, della non manutenzione e dell’azione implacabile degli agenti esogeni. Questi spazi si trovano indifferentemente nelle cosiddette periferie, come negli stessi centri storici, a volte anche in quartieri intermedi e tutti costituiscono dei veri e propri vuoti urbani, anche se l’edificato in molti casi resta e riempie.

È qui, in questi casi, che la creatività della rigenerazione può esprimere il meglio di sé, attraverso competenze specifiche di urbanisti, geografi, architetti, solo per citare quelle più dirette, in un lavoro di interdisciplinarità evidentemente necessario.

L’uso e il riuso possono avere in sé scopi plurimi: da una parte, come già detto, riqualificare ad un uso civico luoghi vuoti o svuotati, che di solito in un territorio costituiscono o una barriera alla comunicazione e alla mobilità o un luogo di attrazione per l’emarginazione sociale e repulsivi anche per questo, in quanto barriera sociale. Dall’altra costituiscono un’alternativa a nuova edificazione e quindi all’allargamento del consumo di suolo. In molti casi il degrado strutturale e le carenze di servizi sono presenti in situazioni in cui vi sono ancora molti residenti all’interno, in sofferenza più o meno marcata dovuta al degrado strutturale e in questi casi le tecniche rigenerative degli interventi riescono efficacemente a ridare nuova vita non solo esteriore agli edifici. In altri casi un quartiere magari non degradato nelle strutture, ma anonimo e freddo può acquistare nuova vita anche solo con l’arredo urbano e il verde pubblico. Va da sé che in alcuni casi, estremi ma non infrequenti, strutture e edifici degradati non offrono possibilità alcuna di recupero e si offrono ugualmente al riutilizzo del loro spazio con quell’operazione che efficacemente con una metafora viene chiamata ‘rottamazione’. Un abbattimento integrale, per dar luogo ad una ristrutturazione ex novo dell’area in cui si trovavano, per sostituirla, se necessario, con nuove abitazioni, ma anche con altro di uso civico, come per esempio uno spazio verde o ricreativo.

Tutto questo in una visione ampia assume un significato più complessivo che efficacemente si può chiamare ‘ricucitura urbana’ o ‘ricucitura territoriale’. A volte, in Italia spesso, il territorio si trova privo di connessioni interne, con vuoti e barriere naturali e artificiali, non solo quelle sopra indicate, ma anche in un gamma assai più ampia. Possono essere infrastrutture disattivate, ma spesso altre ancora attive ad essere cesura, ostacolo, barriera, come un fascio di binari ferroviari o un’autostrada. In altri casi, per esempio, una serie di campi agricoli sono stati catturati e incistati all’interno di aree infrastrutturate ed edificate e, paradossalmente, pur essendo spazi aperti, costituiscono non solo una barriera nelle relazioni per la loro inaccessibilità, ma anche un nocivo ‘non-sense’ territoriale, esattamente come potrebbe più chiaramente apparire il contrario: un impattante struttura isolata all’interno di un contesto agrario o naturale. E il ‘senso’ o il ritrovare ‘senso’ è un altro caposaldo della rigenerazione. A volte gli elementi divisori da ricucire possono essere anche naturali. Come in quei casi in cui un fiume o un braccio di mare, anziché essere elementi di unione, se inframmezzati all’interno di aree densamente popolate, dividono, separano le aree urbanizzate che vi si affacciano, ma che vorrebbero e potrebbero anche gravitare reciprocamente, o fruire reciprocamente del bene naturale. Ecco allora che la ricucitura urbana, di cui la rigenerazione è una parte qualificante e imprescindibile, cerca di creare continue connessioni, e abbattimento delle discontinuità, favorendo l’allargamento dello spaziò urbano, che ovviamente non significa necessariamente allargamento dello spazio edificato: è piuttosto  l’allargamento dello spazio connesso, un adeguamento a ciò che già è una comunità identitariamente molto più ampia ma non ancora pienamente organizzata nelle relazioni. Si tratta di qualcosa che avvicina e rende fruibili superfici comuni e cerca di abbattere, per quanto è possibile, il condizionamento del fattore spazio/tempo, creando una massa critica di residenti/produttori/spazi strutturati più vasta e soprattutto rispondente al dato oggettivo del numero e dell’identità delle persone che vi abitano. Con la evidente conseguenza positiva del maggiore accesso ai servizi basilari della cittadinanza e ad una più vasta gamma di opportunità, anche nei beni di consumo materiali e immateriali e nella varietà delle possibilità della loro scelta.

La rigenerazione urbana assume poi un significato ancora più estensivo, e nello stesso tempo specifico, se è rivolta alla dimensione sociale ampiamente intesa e a fenomeni sociali che impattano sul territorio, laddove si palesano criticità di vario tipo, con ricadute negative sul tessuto delle relazioni e sulla sicurezza complessiva dei cittadini. E ciò in relazione o meno con il degrado strutturale dell’edificato e del tessuto economico del luogo, che può esserci ma anche non esserci in modo evidente. In questo caso nella rigenerazione intervengono ulteriori competenze, quelle sociologiche ed economiche in primis, con un allargamento della natura interdisciplinare degli interventi.

Si sarà inteso dunque che la rigenerazione di cui si sta parlando, e che desideriamo presentare in serie su Luminosi Giorni, è tutto meno che un’operazione meramente conservativa. Ciò deve essere chiaro al lettore, ma anche a chi su Luminosi Giorni scrive e propone. Al riguardo, riprendendo quello che è stato già detto sulle finalità politicamente qualificanti di questa azione, vorrei rimarcare uno stile e un metodo della rigenerazione che risulta altrettanto qualificante. Quello di non considerare l’ambiente naturale come un ambito intoccabile che diventa un ostacolo quando l’intoccabilità assume il carattere di priorità e di fatto un oggettivo diritto di veto preliminare a qualsiasi scelta, un filtro che sta davanti a tutto. Ma si sa che il diritto di veto è in realtà uno pseudo diritto ovunque lo si applichi. Il diritto alla salute e alla tutela ambientale, peraltro da poco e giustamente introdotto a chiare lettere nella Costituzione Italiana, è un diritto alla pari di tutti gli altri diritti da promuovere che vengono a chiare lettere enunciati in Costituzione e che dipendono inevitabilmente da azioni umane e da interventi che modificano o possono modificare l’ambiente cosiddetto naturale. Tali sono il diritto alla salute, alla cultura, all’istruzione, al lavoro e soprattutto i diritti impliciti che li facilitano e che consentono l’accesso, rimuovendo le cause che impediscono l’uguaglianza di chance di partenza: il diritto alla casa nel luogo in cui la si desidera o in cui è necessaria e il diritto a una mobilità efficiente e adeguata al ritmo delle relazioni del mondo contemporaneo. La tutela dell’ambiente in definitiva deve poter trovare piena compatibilità con la promozione di tutti gli altri diritti di cittadinanza, evitando di subordinarli. Compatibilità che oggi la scienza e la tecnica consentono pienamente, senza penalizzazioni per alcuno.

Un’ultima riflessione riguarda la seconda parte del termine. Mi riferisco a quell’‘urbana’, l’aggettivo che segue la prima parte del termine, ‘rigenerazione’. E’ un aggettivo efficace come comunicazione e che per questo convenzionalmente si può continuare ad usare, ben sapendo tuttavia che lessicalmente fa riferimento a una concezione del territorio che oggi non può più sussistere. Il sostantivo da cui urbano deriva, urbe, nel mondo latino si riferiva inizialmente a quella per eccellenza, che allora era solo Roma e l’etimo del termine urbe richiama il ‘solco’ che nel mondo antico si scavava per perimetrare lo spazio della città rispetto a ciò che le era esterno; perché lo spazio interno urbano era sacro ed era necessario separarlo nettamente con il solco da ciò che sacro non era, lo spazio esterno all’urbe. Da allora il perimetro dell’urbano si è nel tempo continuamente spostato e allargato, con ampliamenti in serie temporale, pur rimanendo concettualmente tale, perimetro netto (si pensi alle mura medievali e poi anche rinascimentali). Al contrario da almeno un secolo, in progressione sempre più veloce, il perimetro urbano con la sua idea originaria del solco si è invece disintegrato ovunque, complice in una prima fase l’industrializzazione insofferente agli spazi angusti, tant’è che è impossibile stabilire oggi ciò che è urbano da ciò che non lo è. Lo spazio urbano è cioè diventato a tal punto una nebulosa senza confini da diventare totalizzante, rendendo il termine stesso privo di un significato accettabile. Il non urbano in molta parte del pianeta, quantomeno nella sua ecumene, non esiste più. Ci sono ragioni storiche, sociali ed economiche perché ciò è avvenuto e molto è dipeso dalle scelte, o più frequentemente dalle ‘non scelte’, che gli uomini hanno messo in atto nel territorio. Ma è così. E anche laddove, pur raramente, si mantengono spazi molto aperti, inedificati e privi di infrastrutture, percettivamente assegnabili al non urbano, la connessione permanente, gli stili di vita, le attività produttive sono inserite o devono necessariamente essere inserite in un unico meccanismo territoriale, in un mercato comune. Semmai laddove si trovano situazioni con debolezza di connessione ad un comune spazio, per esempio nei servizi, la rigenerazione può intervenire per facilitarla. Perché è ormai impossibile non far parte di tale spazio comune. Ecco che allora un remoto borgo appenninico svuotato di residenti e tagliato fuori dai flussi, se viene raggiunto da una nuova infrastruttura che ne facilita l’accesso e il collegamento, riceve una forma di rigenerazione urbana, anche se mai come in questo caso è improprio l’aggettivo. La riceve diretta, ma anche indiretta per una possibile rinascita di attività e funzioni e di relativi nuovi residenti. Ma saranno funzioni necessariamente legate al mercato comune, sia che diventino attrattive, per esempio, per il turismo, e ciò è più evidente e facile da intendere, ma anche se vengono ripristinate, sotto forma di nuova impresa, attività primarie e agricole della tradizione. Perché inevitabilmente queste non soddisferanno forme obsolete di autosussistenza ma, per reggersi, saranno inserite in un’offerta per la globalità metropolitana.

Con questo superamento, concettuale quantomeno, più che lessicale, dell’aggettivo ‘urbana’, maggiormente appropriato sarebbe, con altro aggettivo, il riferimento ai soggetti e alle persone, donne e uomini del tal territorio, in linea di principio tutti portatori di diritti e di doveri, coloro che costituiscono la civitas, entità di individui e non di mattoni, tralicci e cemento. E a loro favore e dei loro diritti che agisce la rigenerazione, tenendo conto della cittadinanza di cui sono portatori. Dove ci sono donne e uomini viventi in relazione là c’è la civitas. Rigenerazione cittadina per cui sarebbe meglio dirla, se non fosse aggettivo fuorviante nel senso comune, o rigenerazione del territorio, altro valido termine che definisce la presenza umana e il controllo che essa opera sulla natura e sull’ambiente.

La rigenerazione urbana (cittadina, per dirla giusta) è dunque un’azione prettamente politica perché restituisce, rafforza, promuove e difende diritti, ed è politica nella misura in cui nulla, se non la sfera prettamente personale, sfugge alla politica come ambito, a maggior ragione questo. Tuttavia, l’organizzazione delle decisioni politiche, che una mal intesa accezione di democrazia determina, tende, per la sua divisività partitica da una parte e per le sue disfunzioni e inefficienze dall’altra, ad ostacolare la rigenerazione urbana (cittadina), a rallentarla o anche a impedirla. Ma ciò capita frequentemente anche per scelte di natura diversa, e tutte sono spesso ostaggio di  ragioni di bottega e di contesa partitica e, altrettanto spesso, dell’inadeguatezza della macchina amministrativa. Mentre la rigenerazione urbana e in generale l’amministrazione del territorio avrebbero bisogno come il pane di efficienza della macchina e di piena condivisione tra tutte le forze partitiche rappresentate. Questa però è un’altra storia tutta da raccontare.