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Una volta, parecchio tempo fa, poco dopo la metà del secolo scorso, io già c’ero. Ero un bimbetto che andava a scuola. Gesso e lavagna d’ardesia, pedana sotto alla cattedra, pennini, calamai e carta assorbente; grembiule nero, perché non si vedessero le macchie d’inchiostro e fossero salvi i vestiti.
Eccetera eccetera.
A quel tempo lì, le maestre e i maestri erano piuttosto severi. Nell’esercizio della loro professione erano normalmente contemplate anche le punizioni agli alunni. A volte erano solo intere paginate su cui andava ricopiata decine di volte una parola sbagliata o una frase di monito su un
comportamento scorretto.
Ma altre volte erano anche previste, per gli alunni discoli (così si diceva) o per i troppo somari, niente di meno che le punizioni corporali. In ginocchio dietro la lavagna! Oppure: scappellotti e tirate d’orecchie. O (specialmente) le famigerate bacchettate sulle dita, a suon di righello o strumenti affini.
Non è che maestre e maestri fossero tutti tonti oppure insensibili, che non intuissero, alcuni, o
che non conoscessero le cause familiari o sociali che stavano dietro gli insuccessi scolastici o i comportamenti devianti dei ragazzini. Spesso lo sapevano, lo capivano, e non pochi di loro ne tenevano conto (quale che fosse il modo) o addirittura si adopravano di propria iniziativa (si badi) per
aiutare gli alunni in difficoltà, magari anche intervenendo presso le stesse famiglie.
Queste cose non le hanno mica inventate la didattica e la pedagogia di ieri o dell’altro ieri.
Però diciamo che a quel tempo lì di cui sto parlando (fine dei Cinquanta, inizio dei Sessanta) non era istituzionalmente previsto che gli insegnanti si occupassero di tali aspetti extrascolastici.
Formalmente la loro “mission” (per dirla in italiano contemporaneo…) era solo quella d’istruire (e magari educare) e di valutare profitto e rendimento dei discenti. Si premiavano quelli bravi e si punivano quelli riottosi e svogliati, i vari Franti, insomma. E morta lì.
Sicché, nel novero delle mansioni dei docenti erano tacitamente comprese anche le punizioni, incluse quelle corporali. Nella maggioranza dei casi, beninteso, non è che i maestri picchiassero davvero, che facessero male agli allievi. Il dolore degli scolari, in fondo, era più morale che fisico.
Anche quelle corporali erano essenzialmente delle punizioni simboliche, delle mortificazioni.
Ora, tale costume di bacchettare (sic) gli scolari era una prassi diffusa e normale, socialmente accettata: si dava per scontato che, alla bisogna, gli insegnanti alzassero le mani sugli alunni. Non di rado, la “teppa” che le prendeva a scuola ne riceveva poi altrettante a casa dai genitori. Non ho
contezza invece di genitori che protestassero, allora, per tali misure disciplinari. Né ho mai sentito i miei stessi genitori, protestare, in privato o in pubblico, per questo costume manesco.
Eppure i miei genitori (che per l’epoca erano genitori emancipati e progressisti) non sono mai ricorsi a tale genere di misure nei confronti miei e dei miei fratelli. Di episodi debolmente simili se ne contano su due dita di una mano: una volta uno scappellotto, un’altra una tirata d’orecchia. Stop. Ciò nondimeno, noi figli rigavamo diritti. Non so come facessero i miei, e ancora li ammiro per questo. Io come genitore non sono stato così bravo.
Sta di fatto, però, che anche loro, mio padre e mia madre, accettavano di buon grado e senza nulla eccepire ciò che era noto e risaputo dai più: che i maestri avessero, all’occorrenza, facoltà di picchiare gli alunni (anche se “picchiare”, come già detto, è davvero una parola esagerata).
Era giusto “alzare le mani” sui ragazzini? Oggi si direbbe, con orrore, che no, non era affatto giusto né ammissibile, in nessun caso. I bambini non vanno mai picchiati, neanche con un fiore (ah, no: quelle sono le donne). E questo sarebbe ciò che accade oggi tra insegnanti ed alunni (ma poi il condizionale è d’obbligo per ciò che riguarda i genitori).
Ora, lungi da me voler caldeggiare il ritorno a quei tempi e a quei metodi educativi maneschi.
Dio ce ne scampi e liberi. Però mi domando se uno scappellotto o una tiratina d’orecchie qualche volta non ci stia; se non sia talvolta il modo più efficace, diretto e semplice (vivaddio) per fare un rimprovero, anziché abbandonarsi ad un’estenuante reprimenda o ad una predica (che magari è
anche più frustrante di una sberla data al momento giusto) oppure (peggio mi sento) intavolare un confronto dialogico articolato col ragazzino, il che presupporrebbe nel piccolo destinatario una maturità che egli non ha, non può avere.
E’ lo stessa ragione, in fondo, per cui si dice che a volte bisogna solo dire un no ai ragazzini senza spiegazioni fuorvianti e incomprensibili, cosa tanto più vera quanto più piccoli sono i bambini.
Semplicemente: no, questo non si fa. Discorso chiuso.
Mi si dirà che queste sono opinioni da bieco conservatore, anzi, peggio, da reazionario. Può darsi. Ma vorrei aggiungere che, quali che siano le punizioni adottate (corporali oppure no) un principio va salvaguardato. Ed è il principio per il quale il merito va premiato e il demerito va sanzionato e punito. Non che questo sia il rimedio per ogni male scolastico, né che sia il viatico per educare efficacemente, sia chiaro. Ma è sicuramente uno dei “meccanismi” basilari di cui bisogna avvalersi nel processo di insegnamento-apprendimento: è il meccanismo premio-punizione.