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E’ necessario ripercorrere le tappe fondamentali che hanno portato alla realizzazione del MoSE per darci alcuni punti di riferimento che aiutino poi a ragionare sul futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.

1975 Al fine di raggiungere in modo definitivo gli obiettivi specificati della legge speciale del 1973 – nata sulla spinta, anche emotiva, causata dall’Acqua Granda del 4 novembre 1966 – lo Stato attraverso il Ministero dei Lavori Pubblici indice un appalto concorso, ma la procedura si conclude senza la scelta di un progetto da realizzare fra quelli presentati, in quanto nessuna ipotesi d’intervento risulta essere adeguata all’insieme delle problematiche in campo.

1980 Con un decreto il Ministero dispone l’acquisizione degli elaborati presentati al concorso, che vengono affidati a un gruppo di esperti al fine di elaborare un progetto per la conservazione dell’equilibrio idraulico della laguna e la difesa di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta.

1981 Dopo otto mesi di lavori il team di esperti presenta il progetto di massima relativo agli interventi da effettuare in laguna il cosiddetto “Progettone”, che una volta ultimato viene approvato l’anno seguente dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che richiede un gran numero di sperimentazioni da eseguirsi prima della sua implementazione.

1982 Il 18 dicembre viene firmata la prima convenzione con il Consorzio Venezia Nuova a cui è affidata la gestione del progetto attraverso la legge speciale del 1984 (una revisione della precedente) che decreta anche la nascita di un comitato presieduto dal Presidente del Consiglio, il cosiddetto “Comitatone”, dedicato allo sviluppo del progetto.

1986 Con l’inizio dei lavori il “Progettone” è superato e il Consorzio Venezia Nuova presenta un progetto più articolato, il “Progetto Venezia” approvato il 6 giugno dal Comitato tecnico di Magistratura

1988 nel novembre vede la luce il progetto Progetto REA – Riequilibrio e Ambiente che prevede opere mobili alle bocche di porto per la regolazione della marea in laguna.

1988 – 1992 In questo ambito vengono eseguite sperimentazioni sul prototipo di una paratoia, il MoSE (Modulo sperimentale elettromeccanico), nel 1989, la stesura del progetto preliminare di massima delle opere mobili, ultimato nel 1992, in seguito approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, sottoposto a procedura di valutazione di impatto ambientale e a ulteriori approfondimenti richiesti dal “Comitatone” durante il periodo del Governo Prodi.

2001 Con una delibera del 6 dicembre il Comitatone decide di proseguire con l’attivazione del progetto, resosi sempre più necessario visto l’incremento delle acque alte legato ai cambiamenti climatici in corso.

2002 Il 30 settembre il Consorzio Venezia Nuova completa la progettazione MoSE e di tutte le opere complementari che viene poi approvato l’8 novembre 2002 dal Comitato Tecnico di Magistratura ricevendo il 29 novembre 2002 dal CIPE i primi 450 milioni di euro finanziamenti

2003 Il 3 aprile il Comitatone dà il via alla sua realizzazione e nello stesso anno vengono aperti i cantieri alle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia. Il 14 maggio si tiene la cerimonia d’inizio dei lavori sull’isola di Sant’Elena alla presenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, del ministro delle riforme Umberto Bossi, del ministro delle politiche comunitarie Rocco Buttiglione, del ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi, del ministro dell’ambiente Altero Matteoli, del presidente della Regione del Veneto Giancarlo Galan e del sindaco di Venezia Paolo Costa. La prima pietra del MOSE, benedetta dal patriarca di Venezia Angelo Scola, è stata poi calata nel canale di Malamocco.

2014 nel mese di giugno scoppia lo scandalo. Nell’ambito di un’inchiesta anticorruzione da parte della Magistratura italiana, sono scattati 35 arresti e 100 indagati eccellenti tra politici di primo piano e funzionari pubblici, per reati contestati quali creazione di fondi neri, tangenti e false fatturazioni. A seguito delle vicende giudiziarie verificatesi tra il 2013 e il 2014, che hanno visto coinvolti parte degli organi dirigenziali del Consorzio Venezia Nuova e delle sue imprese, lo Stato è intervenuto al fine di assicurare il proseguimento dei lavori e la conclusione dell’opera: a dicembre 2014 l’ANAC propose la gestione straordinaria del consorzio, cui seguì la nomina di tre amministratori straordinari.

2020 Il 3 ottobre il MoSE è stato testato per la prima volta in condizioni di effettiva operatività dando esito positivo.

2023 entro la fine del prossimo anno l’opera si concluderà e dopo il collaudo definitivo passerà nelle mani dell’Autorità per la Laguna (Magistrato alle Acque) che ne dovrà curare anche la manutenzione.

Un intervento secolare, non solo perché nato nel secolo scorso, e ha richiesto decenni dalla prima idea alla sua realizzazione, ma anche perché si inserisce nella gestione plurisecolare della Laguna che storicamente non solo è la laguna più antropizzata dell’orbe terracqueo ma nella quale gli interventi dell’uomo sono stati continui, duraturi e stravolgenti fin dai primi insediamenti storicamente documentati.

Il MoSE, tra l’altro, è un’opera a cui nessuno può mettere il cappello, come qualcuno ha improvvidamente tentato di fare in questi ultimi giorni, perché è stata pensata, progettata e realizzata durante tutte le possibili espressioni politiche delle formazioni di governo del nostro Paese.

E il suo successo, se ha pur vero messo in difficoltà i massimalismi del fronte del NO che hanno tentato di difendere l’indifendibile con alcune improbabili arrampicate sugli specchi, ha però aperto anche qualche spiraglio di revisione per un approccio più sistemico e meno ideologico in alcuni dei più intelligenti rappresentanti dell’ambientalismo veneziano.

Non c’è dubbio che il clima in città è cambiato e che si è ormai fatta strada, anche nella psicologia dei suoi abitanti, una sicurezza sulle garanzie di tenuta del MoSE, che ha avuto una notevole performance durante l’ultimo episodio del 22 novembre scorso. Un vero e proprio stress test in condizioni meteorologiche difficili e avverse.

Gli stivali di varia misura, indossati fino a ieri, saranno destinati all’Ecocentro o alla raccolta degli oggetti vintage accatastati nelle soffitte.

Con il che anche la celebre battuta cacciariana “C’è acqua alta? Veneziani, mettete gli stivali” – un modo semplice e provocatorio che esprimeva, verso la fine degli anni ’90, la perplessità nei confronti dei vari e costosi progetti che erano in campo per risolvere il problema della salvaguardia di Venezia dalle acque alte – passa alla memoria ma nello stesso tempo apre un altro fronte.

Il MoSE è stato largamente pensato in momenti in cui gli studi sul cambiamento climatico non erano ancora entrati a far parte del bagaglio delle conoscenze scientifiche acclarate e assunte come benchmark di riferimento per le scelte politiche di tutte le Economie della Terra, cosa che è avvenuta solo alla fine del millennio scorso.

Il suo punto di efficacia infatti è collocato fino ad un innalzamento del medio mare di 50cm, livello che gli studi oggi danno per raggiungibile entro i prossimi 50 anni.

Più avanti nel tempo potrebbe essere collocato anche ad 1m!

Con il che ci sono due ordini di problemi: il primo è quello relativo alla frequenza con cui le barriere potrebbero venire chiuse con una ricaduta pesante non solo sull’economia del porto ma anche sull’equilibrio della salubrità della Laguna stessa perché verrebbe pesantemente alterato lo scambio mare-laguna.

Il secondo traguarda il picco previsto del medio mare con il quale il MoSE stesso diverrebbe del tutto inefficace.

Quali siano gli scenari possibili perché Venezia e la sua Laguna abbia ancora un futuro, non siamo ancora nelle condizioni di prevederlo, ma pare che al momento non siano nemmeno nelle disponibilità di chi studia e progetta soluzioni atte a contrastare questo tipo di fenomeni.

C’è però una certezza ed è quella che definisce un punto incontrovertibile: se per una qualche decina di anni possiamo stare tranquilli e al riparo dalle acque alte non possiamo tergiversare troppo nello studiare, valutare e sperimentare le soluzioni per il futuro.

In epoche in cui la democrazia partecipativa non era certo diffusa e praticata nel genere umano, in cui le decisioni potevano essere prese da pochi e senza troppi vincoli, questioni di questa portata avevano comunque sviluppato discussioni pluriennali.

Ne è un esempio la disputa nel XVI secolo fra Cristoforo Sabbatino e Alvise Cornaro sulla deviazione dei fiumi: tutta incentrata sul Piano di sviluppo e di sistemazione idraulica di Venezia, redatto dal Sabbatino stesso e pubblicato dopo la sua morte in un documento del 1557, che è un esempio ante litteram di piano regolatore del territorio.

Rispondeva al progetto proposto da Alvise Cornaro di deviare il corso del Brenta per scongiurare il pericolo di interramento della laguna di Venezia, nonché di chiuderla in sé stessa separandola dal mare, con una sola bocca di porto verso l’Adriatico (hai visto mai le stesse idee qualche secolo dopo?).

Sabbadino avallava la deviazione del fiume, opponendosi però alla chiusura della laguna; intuendo che il reale problema fosse lo scavo della laguna e dei canali; proponeva di riutilizzare i fanghi estratti (il Protocollo fanghi?) per l’ampliamento urbano di Venezia nelle aree nel retro della Giudecca, Santa Marta, tra San Francesco della Vigna e San Giovanni e Paolo; il finanziamento necessario all’opera si sarebbe ricavato con la vendita dei nuovi terreni; in tal modo la città si sarebbe espansa, anziché rinchiudersi in sé stessa.

Alvise Cornaro rispondeva proponendo una cinta muraria costruita nell’acqua, con dei bastioni ed un terrapieno tutto attorno creato con i fanghi scavati, su cui poteva sorgere un parco: egli voleva spingere l’ampliamento urbano verso la terraferma (in anticipo di 4 secoli sulla storia).

Loro ne hanno discusso per qualche lustro e alla fine la tesi di Cristoforo Sabbatino ha prevalso.

Perciò se per arrivare ad avere i piedi all’asciutto ci abbiamo messo 50 anni dalla prima Legge Speciale, 40 dai primi studi sul Mose e 20 dalla posa della sua prima pietra non è pensabile che scenari di quella portata indotti dai cambiamenti climatici, con una ricaduta di così rilevante impatto sugli equilibri ambientali, economici, sociali possano essere “risolti” in tempi tanto più brevi: estote parati dicevano i latini, ma anche i Boy-scout.