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Il mantra ossessivo più reiterato in questi mesi, da quando abbiamo assistito al preannunciato flop del PD è stato: “la sinistra deve tornare a fare la sinistra” che sembra una tautologia e un concetto decisamente convincente perché è dai tempi di D’Alema che diciamo: Dicci qualcosa di sinistra. Ma il punto è proprio questo: Di quale sinistra vogliamo parlare? La sinistra quale sinistra deve rappresentare, incarnare e veicolare? A chi deve dare voce, chi deve rappresentare, di quali classi sociali deve fare gli interessi, se vuole fare “la sinistra”?

Altra questione che si interseca con questa è la progressiva destrutturazione di un linguaggio politico riconoscibile che ci rimanda ad una certa visione del mondo o una distorsione del lessico che ci propone, spesso, una realtà rovesciata.

Proviamo ad intrecciare questi ambiti.

Se, come dice Foucault, la parola è la cosa, solo ciò che nominiamo consiste e sussiste. Il linguaggio è il segno delle cose e ci costruisce un orizzonte di senso, ciò che chiama episteme che, in una certa epoca, ha reso possibile teorie, conoscenze, idee con la pretesa di scientificità ed ha permesso la costituzione di saperi, ‘modelli’ disciplinari e ideologie. Il lessico modella la realtà e ci indica come percepirla.

Così, giusto per mettere insieme la questione del linguaggio con la questione della sinistra, la prima cosa che balza subito agli occhi che la sinistra non usa più da decenni termini che appartenevano a quella sinistra comunista che si ispirava al modello marxista. Termini come proletariato o come borghesia capitalista o lotta di classe che ancora nelle lotte degli anni settanta era un lessico urlato con grande orgoglio nella manifestazioni e nelle occupazioni di scuole, università e fabbriche in una sorta di lotta unitaria contro la borghesia capitalistica per ideali di giustizia, uguaglianza, sono svaniti dal linguaggio politico. Oggi che vuol dire proletariato? Era la classe sociale a cui dava voce il comunismo e che doveva conquistare il potere politico attraverso una dittatura del proletariato verso una società senza classi. Tutto ciò è morto e sepolto da 50 anni, caduto in un linguaggio affetto da un’obsolescenza irreversibile, la fine di un linguaggio espressione della fine di un mondo e di un’ideologia. IL capitalismo ha bruciato l’ideologia e con essa ha triturato anche il linguaggio ad essa legato. E che ne è stato del concetto gramsciano di egemonia che adesso è rovesciato dallo slogan pentastellato di uno vale uno.

Chi è oggi il proletario? Esiste più con suoi valori, interessi da difendere contro la borghesia capitalista? Certamente non è più quello che aveva conosciuto Marx. Oggi il proletariato o classe operaia, in un processo di omogeneizzazione dei valori della società consumistica e grazie a salari in genere garantiti da accordi e contratti salariali ha gli stessi valori o stili di vita del ceto medio, della borghesia, fa le vacanze, le settimane bianche come tutti, compra pc e cellulari ed ecco che il proletariato si è borghesizzato.

Ed ecco, credo, una delle questioni: la sinistra chi deve rappresentare, visto che è stata defraudata del proletariato che non esiste più? Il popolo, le fasce più deboli, i poveri? Ma qui qualcosa di nuovo succede perché ormai la sinistra si è ritrovata vittima di uno scippo clamoroso: le classi popolari (il nuovo lessico), quelle marginalizzate nelle periferie, quelli che non si sentono più rappresentate dal partito di riferimento, sono cadute tra le braccia delle destre, siano esse Forza italia, e poi Lega, poi è stato il turno dei 5 stelle (quelli del vaffa) e adesso Fratelli d’italia, quelli che urlano di più, quelli che si impongono come i salvatori della patria, quelli che si pongono come messia anti establishment, che se anche ti promettono di abolire il reddito di cittadinanza li voti lo stesso.

Il “popolo” è stato sequestrato dalla destra e la sinistra adesso fa fatica ad incunearsi in questo cul de sac. Perché negli anni in cui cercava di capire chi, nei fatti, avrebbe dovuto rappresentare, ha mostrato incuria nei confronti di un certo mondo, un’incapacità di dialogare con il mondo popolare, mostrando uno scollamento tra paese legale e paese reale.

Ma la domanda è: come mai la destra, nelle sue varie articolazioni, anche quella più estrema, è riuscita a conquistare le classi popolari? Come ha fatto a costruire consenso attorno a sé? Uno strumento semplice: una sorta di neo-lingua che ha costruito un neo-mondo con una sorta di revisionismo lessicale che, facendo intravedere un futuro, recuperava idee, concetti tramite un lessico retrivo riemerso da un passato recuperato ma dimostratosi efficace.

Ed ecco che in una realtà molto più complessa della narrazione che ce ne fanno le destre, in un mondo globalizzato dove si è tutti interconnessi, rispuntano concetti come identità e identitario, terminiche hanno un senso quando bisogna tutelare la sopravvivenza delle minoranze etniche, tipo le tribù dell’Amazzonia che stanno scomparendo o altre realtà minoritarie da far sopravvivere in questo mondo che fagocita tutto e tutti. Direi che non siamo una minoranza etnica. L’esempio più eclatante di questa idea identitaria è stata la nascita dell’idea di una fantomatica realtà geopolitica: la Padania, a cui molti italiani per decenni hanno creduto e si riempivano la bocca. Capolavoro assoluto di questo nesso tra la parola e la cosa: nominarla ha dato sussistenza ad una categoria dello spirito del tutto inconsistente ma che sono riusciti a far diventare realtà concreta. Meglio del cacao meravigliao.

Ma, in un mondo in crisi di valori, di idee e di ideali, nello spaesamento di tutti, in momenti di solitudine, con lo sfilacciamento dei legami sociali soprattutto post covid, l’identità è una categoria rassicurante che dà senso di appartenenza ed ecco che il concetto di Patria, famiglia e popolo è ricco di contenuti emotivamente carichi.

Ed ecco che, se pur apparentemente obsoleti o di derivazione fascista, rispuntano i valori tradizionali coniugati ai valori religiosi.

Ed ecco che si sfoderano il rosario, le madonne e la Bibbia per giustificare l’idea che l’omosessualità è un abominio.  

E riaffiora altro lessico funzionale alla tutela dell’identità contro chi tenta di varcare i confini che segnano le identità: le ondate migratorie di clandestini (!) a rievocarci le orde dei barbari che travolgevano tutto e tutti, contro cui bisogna costruire argini (o da fermare con blocchi navali di cui non si parla più) e che, soprattutto, rappresentano una seria minaccia alla superiorità dell’uomo bianco e ci fanno intravedere come una minaccia reale la sostituzione etnica paventata da tutte le destre, dal suprematismo bianco americano ad Orban.

Nella disgregazione dei legami sociali che stiamo sperimentando si fanno strada nel nostro continente proposte che cercano di far avanzare modelli illiberaliautoritari, basati sull’idea di comunità chiuse con un marcato  individualismo.

Per continuare con la neolingua pace o tregua fiscale o non mettere le mani nelle tasche degli italiani lascia intendere l’idea che il prelievo fiscale sia distorto e strizzano l’occhio all’evasione.

Ma la questione è che le parole ripetute diventano realtà percepita, da cui non ci liberiamo. Disinformazione? No, creazione di universi paralleli, funzionali ad una manipolazione cognitiva dalla quale non sempre è facile salvaguardarsi e spesso anche la sinistra cade nella trappola linguistica. E’ la storia dei diversi modi di “dire il vero” o di far credere alle proprie verità.

E ancora il tema della famiglia, questione sacrosanta, ma espressione del senso di pericolo, incertezza, della debolezza spirituale dell’Occidente, contro la teoria del gender, la fluidificazione di tutte le identità che spaventano e mettono in crisi persino le uniche certezze che avevamo, quelle di genere e che quindi bisogna combattere con ogni arma.

Si parla così a quelli definiti “adultescenti”: adulti ritenuti adolescenti da indottrinare con frasi semplici, sintassi elementare, parole immediate, slogan a cui manca il pensiero creativo e approccio ragionativo. E in questo indottrinamento perdi il tuo sé. Come ha detto qualcuno, la propaganda non inganna le persone ma le aiuta ad ingannare se stessi. Funzionale alla manipolazione e alla soppressione del libero pensiero, al lavaggio del cervello, stravolge il significato delle parole ed interferisce sulla percezione della realtà.

E attraverso l’uso di una lingua vecchia ma proposta come valore assoluto, ingannano le masse perché agisce sull’inconscio, il popolo viene mantenuto in trance e dal subconscio il messaggio passa poi nella mente cosciente e passano idee non sempre condivise, determinando, attraverso messaggi subliminali, dissonanza cognitiva, veicolando la narrazione di un mondo che non c’è più ma che si vorrebbe ancora recuperare, un cambiamento promesso ma che non ci sarà se non come ritorno al passato.

Ma ritorniamo alla questione da dove siamo partiti.

Il PD, pertanto, se vuole rinascere, abbandonata da tempo immemorabile quella narrativa di derivazione marxista, deve costruirsi anche lui una “neolingua”. Non certo quella che inganna, quella populista, quella che manipola le menti ma un lessico che definisca una visione della realtà, che costruisca il migliore dei mondi possibili, che delinei i confini entro i quali muoversi, che denoti ma soprattutto connoti i valori di una neonata sinistra, che individui le classi sociali di riferimento, che circoscriva il perimetro che la distanzi dalle destre, che non rincorra le idee della destra e che costruisca una narrazione credibile, realizzabile e condivisibile.

Una lingua capace di fare rinascere e di farci credere che quella cosa che vorremmo ancora chiamare sinistra sia uno dei mondi possibili.

Questo articolo è un’ulteriore precisazione rispetto al mio precedente (http://www.luminosigiorni.it/2022/09/nazionalismo-e-sovranismo-lesito-degli-equivoci-voluti/)e un ulteriore sviluppo degli interessanti articoli di Annalisa Martino (https://www.luminosigiorni.it/2022/11/futuro-post-elezioni-un-uomo-solo-al-comando/) e di Paolo Cuman (https://www.luminosigiorni.it/2022/11/sinistra-la-fine-di-unepopea/)