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Quarantaquattro anni fa veniva presentato in televisione un film documentario che raccoglieva gli atti di un processo per stupro perpetrato ai danni di una donna. Fu un film fortemente voluto dal movimento femminista di quegli anni, che faceva capo alla Casa delle donne di Via del Governo Vecchio a Roma, per denunciare la tendenza (una tendenza ampiamente legittimata) a trasformare la donna, in un processo per violenza, da vittima in carnefice. Il film, Processo per stupro, andato in onda nel 1979, ebbe una grande risonanza e un’ampia eco nel di battito sulla legge contro la violenza sessuale.

La difesa di Tina Lagostena Bassi metteva a nudo quella mentalità millenaria di violenza e sopraffazione maschile, che permetteva anche al giudice di consentire domande morbose e di fare illazioni sull’abbigliamento della vittima o sui suoi comportamenti ritenuti troppo disinvolti; permetteva di usare toni sprezzanti e atteggiamenti scherzosamente complici tra gli uomini del processo, a prescindere dal loro ruolo, per la sola appartenenza al genere maschile.

Nulla di eccezionale, ancorché gravissimo: era una consuetudine abbastanza diffusa che ben si attagliava a una legge che considerava lo stupro reato contro la morale, la qual cosa permetteva di condividere colpe e di attenuare precise responsabilità dei veri colpevoli. Ci trovavamo di fronte a quella che oggi viene chiamata vittimizzazione secondaria, che consiste nel cercare attenuanti dimostrando la presunta colpevolezza della donna che denuncia. Una colpevolezza rintracciabile in una gonna troppo corta, in una camicetta scollata, in una spallina abbassata o in un rossetto troppo acceso. Come se il farsi bella giustificasse ogni sorta di soprusi. Come se la cura dei particolari fosse un’incitazione alla violenza e non un’esaltazione della bellezza, intesa come categoria del corpo e dello spirito.

Questo era quanto emergeva dal documentario. Erano gli anni ’70 e i movimenti di liberazione femminile generavano forti crisi d’identità nell’uomo, disorientato e confuso di fronte a tanta forza vitale.

Sono passati tanti anni, è cambiata la legge, e lo stupro è ritenuto ormai un reato contro la persona, eppure… Eppure permangono tante incrostazioni culturali, dure a morire. Eppure l’uomo – almeno un certo tipo di uomo – continua ad essere disorientato e confuso. Le donne hanno conquistato posti di potere, ma il fenomeno della vittimizzazione secondaria è sempre vivo.

È di questi giorni il caso della ragazza che ha accusato di violenza il figlio del presidente del Senato. Detrattori e sostenitori, odiatori e commentatori, frequentatori incalliti del web si sono scatenati nell’emettere sentenze di colpevolezza o di innocenza, a seconda delle simpatie. Sentenze inutili, banali e del tutto fuori luogo, dal momento che è meglio lasciare ai giudici questo lavoro, sulla base di prove concrete. È inammissibile, però, che per scagionare un potente (o figlio di potente) da un’accusa non ancora dimostrata, si debba screditare una ragazza, adducendo, come attenuante, il fatto che avesse assunto droga. È la tecnica usata dal giornalista di Libero, Filippo Facci, che ha suscitato, come era ovvio, forti polemiche. Un’uscita volgare e offensiva la sua, secondo la quale la ragazza, dopo essersi “fatta” di droga, “si è fatta” La Russa figlio. Ciò dimostrerebbe l’assoluta consensualità dell’accaduto e scagionerebbe in pieno il figlio del presidente. Come se l’essere sotto effetto di sostanze stupefacenti fosse una giustificazione e non un’aggravante, come dice invece il Codice penale.

Le uscite di Facci tradiscono purtroppo una mentalità ancora molto diffusa. Il giornalista, prima ancora che sia sta emessa una sentenza, doveva trovare degli elementi a sostegno dell’innocenza di La Russa ed è ricorso agli argomenti più scontati e diretti, seppure volgari e turpi. La scelta non è casuale proprio perché dettata dalla consapevolezza che c’è ancora tanta gente convinta che se violenza c’è, è perché “la donna se l’è cercata”. E che “l’uomo è cacciatore, e che la carne urla”, e che “come si fa a contenersi di fronte a tanto ben di Dio ostentato con tanta sadica determinazione”, e che “siamo uomini, cribbio!” eccetera, eccetera. Alla luce di ciò, è gioco facile per il giornalista, convinto sostenitore del governo, dei suoi sacerdoti e delle sue vestali, difendere con disinvoltura un uomo accusato di violenza sessuale. È gioco facile, poi, trasformare un’accusa tanto grave in un’occasione di autocommiserazione che confluisce nel solito mantra che recita “non riuscendo sul piano elettorale, cercano di combatterci sul piano del discredito morale”. Ed è un po’ questo il senso della difesa di La Russa padre, dal quale anche Meloni ha preso le distanze, dichiarandosi, a prescindere da tutto, “naturalmente” (sue parole) solidale con la ragazza.

Insomma, le volgarità di Facci non nascono dal nulla. Suscitano consensi e insinuano il tarlo del dubbio. Sono lo specchio di una società che non riesce a liberarsi dall’ipoteca sessista e scivola, senza vergogna, nella colpevolizzazione della donna. Adducendo, se è il caso, fatti e presunte prove che attengano al pudore e alla morale. La vittimizzazione secondaria è un fenomeno gravissimo, vietata da tutte le convenzioni internazionali. Dovrebbe essere evitata da qualunque istituzione e da chiunque abbia un ruolo importante nella comunicazione. Ma in un paese dove si estende a macchia d’olio una mentalità retriva e neofascista tutto è possibile e tutto è concesso. Tranne – decisione insperata –  le trasmissioni Rai affidate a quei giornalisti che incarnano questa mentalità. È di qualche ora la notizia che la trasmissione di Facci, prevista per la striscia preserale di Rai 2, è stata cancellata. Un piccolo cambio di rotta che fa sperare.