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A quanti orrori stiamo assistendo. Impossibile restare in silenzio. Mille cose
sono state dette e mille si ripetono ossessivamente e in maniera convenzionale
e reiterata quando succede qualche evento di cronaca che riguarda le donne,
dagli stupri alle violenze, dalle molestie fino ai femminicidi. Difficile dire
qualcosa di originale che non sia stato detto in questi anni e soprattutto in
questi giorni, dopo gli orrori che si sono consumati ai danni di ragazzine.
Iniziamo con qualche numero e ci viene in soccorso la Gabanelli che cita anche
l’Osservatorio sulla violenza. Iniziamo con qualche numero che ci dà la misura
del problema. Sconcerta che la maggior parte sono giovanissimi.
L’età delle vittime: il 40% dai 14 ai 24 anni, il 20% dai 25 ai 34, il 16% dai 35
ai 44.
L’età dei violentatori: il 36% dai 18 ai 34 anni. Il 23% dai 35 ai 44 anni, il 17%
sopra i 45.
Gli stupri denunciati in Italia ogni anno sono oltre 4.000. La donna, spesso, è
vittima due volte, prima del violentatore poi nel processo e spesso la paura di
essere colpevolizzata porta spesso a non denunciare. In prevalenza le violenze
provengono da persone conosciute. Per la legge del luglio 2019 il reato di
violenza sessuale è punito da 6 a 12 anni, quella di gruppo da 8 a 14 anni ma
arriva ad un massimo di 16 anni. La violenza di gruppo non ha nessuna
attenuante. Ad orientare i giudici sono le sentenze della cassazione che
stabiliscono principi di diritto: perché si possa parlare di violenza è necessario
che non ci sia consenso e ci sia dissenso che è implicito quando la ragazza si
mette a piangere, quando non reagisce perché prima è stata minacciata o
picchiata, quando è stata fatta ubriacare o assumere droghe per approfittarne.
Il consenso, secondo le sentenze, deve essere dato fino alle fine perché è
possibile che dinanzi ad un consenso iniziale possa esserci un ripensamento e
quindi ci si deve fermare. Spesso nei processi venivano fatte domande tipo se
indossava i jeans? E’ la prima volta? Che spesso sono un deterrente per chi
deve denunciare. Le sentenze sostengono oggi, dopo i famigerati processi degli
anni ‘70, che non è mai colpa della donna anche se c’è sempre chi ha la
sfrontatezza di colpevolizzarle perché “te la sei andata a cercare”.
E non è pensabile negare la violenza solo perchè “avrebbe dovuto denunciare
subito non dopo mesi”. Sappiamo che un tale trauma prima deve essere
elaborato, le legge codice rosso, infatti, dà tempo fino ad un anno per
denunciare. Bisogna trovare il coraggio di farlo.
Tutte le donne, però’, si autocolpevolizzano: perché non ho gridato, perchè non
ho reagito, perché ho bevuto, perché non sono corsa via, perché ero vestita in
quel modo, perché sono andata in quel locale, perché ho accettato quell’invito!
Se mettiamo insieme un’immagine della donna che ancora è profondamente
radicata nelle menti più sprovvedute, unita spesso alla psicologia del branco in
cui l’individuo compie azioni che magari da solo non compirebbe, capiamo
come certi orrori sono spiegabili e quali dinamiche le sottendono.

Le cause sono state abbondantemente sviscerate:
La cultura del machismo che promuove la supremazia maschile, la svalutazione
della donna, la strumentalizzazione e mercificazione del corpo della donna. Le
disuguaglianze economiche che possono creare situazioni di vulnerabilità
costringendole ad accettare relazioni tossiche. La carenza di educazione
sessuale e di educazione emotiva.
Quante cose si scrivono. Tutto e il suo contrario
“E’ perché ancora le donne sono trattate come oggetto! E’ il modello patriarcale
che bisogna combattere! Dobbiamo modificare le mentalità sessista e
maschilista! Bisogna mobilitarsi contro la mascolinità patologica. Dietro si
nasconde la logica del possesso: tu sei mia e ne faccio quello che voglio!
Donna, pezzo di carne da macello, di cui fare ciò che si vuole! O, ancora, sono i
modelli culturali che bisogna smontare”.
Dall’altro: “E’ una poco di buono, perché non approfittarne! Se l’è cercata!
Basta vedere come si veste: è un invito, prego si accomodi! O ancora quello
che dice che “se eviti di ubriacarti magari eviti di incontrare il lupo”. Ecco
questa è la cultura che ci sta dietro, sintetizzata in una frase!
Ce l’hanno sempre insegnato di stare attente al lupo! E se lui ci sbrana è il suo
istinto, è nella sua natura, è colpa nostra che siamo entrati nel bosco e che lo
abbiamo tentato! Metafora della perdizione!
E pensiamo ai femminicidi. Donne uccise da uomini, violenze psicologiche e
non solo, da parte di mariti, ex mariti, ex fidanzati mollati o separati. Il totale
dei  femminicidi  nel 2023 è di 79: 8 vittime al mese, consumati in ambito
familiare e si configurano come l’ultimo atto di un continuum di violenza di
carattere economico, psicologico, fisico o sessuale. Si dice: “Uccise per mano di
chi diceva di amarle”.  “Una mattanza senza fine” spesso preceduta da quei
reati spia come lo stalking, percosse, lesione personale, violenza sessuale,
violenza privata, minaccia grave, atti persecutori, violazione di domicilio,
danneggiamento. Le denunce sono solo il 27% delle violenze perché hanno
paura di denunciare. Inoltre succede che le denunce sono spesso sottovalutate,
alle accuse di stalking o di percosse o violenze non sempre si dà la giusta
risposta, gli interventi sono tardivi, le donne che hanno paura di poter subire
violenza da partner e famigliari si trovano ancora davanti a membri delle forze
dell’ordine che dicono loro di tornarsene a casa, che se non ci sono segni di
botte o prove concrete di un potenziale rischio, non possono mica farci nulla,
perché la nostra parola da sola non basta, non sempre è ritenuta credibile e
attendibile.
Lo stato non fa abbastanza e le istituzioni non fanno prevenzione, le denunce,
spesso, non tenute in gran conto o a cui non fanno seguito provvedimenti
adeguati.
Necessario quindi, promuovere l’uguaglianza di genere, per sanare
quell’ingiustizia per cui alla “differenza biologica corrisponde una differenza,
una disuguaglianza sociale”.

L’obiettivo è tutelare il più possibile ogni donna vittima di violenze,
soprattutto una volta che decide di denunciarle. Attraverso
un potenziamento delle misure di prevenzione, rafforzando il divieto di
avvicinamento alle vittime a non meno di 500 metri – come ai luoghi da esse
frequentati. Sono previsti inoltre percorsi di recupero.
Per Mattarella “occorre un impegno ulteriore delle istituzioni, della comunità
civile, delle donne e degli uomini, insieme per rimuovere ostacoli, confutare
pregiudizi, operando con azioni concrete, contrastando con forza le inaccettabili
violenze e i femminicidi, che sono crimini gravissimi da sanzionare con il
massimo di severità ” e che la violenza di genere deve essere tra le priorità del
Governo”.
“La legge da sola non basta, Ã¨ necessario un cambio culturale, è 
un imperativo categorico â€. E per la segretaria del Pd “occorre affiancare al
piano legislativo e repressivo quello della prevenzione, educativo e culturale, a
tutti i livelli, e sostenere i centri antiviolenza che fanno un enorme lavoro di
prevenzione e sostegno. Occorre investire di più sulla formazione e la
specializzazione delle Forze dell’Ordine perché sappiano riconoscere da subito i
primi segnali della violenza, possano fare un’attenta valutazione del rischio,
credendo alle donne che denunciano, superando stereotipi e pregiudizi”.
Bisogna velocizzare le valutazioni preventive sui rischi; rendere più efficaci le
azioni di protezione preventiva; rafforzare le misure contro la reiterazione dei
reati a danno delle donne e la recidiva; migliorare la tutela complessiva delle
vittime di violenza. Rafforzare le misure cautelari, dall’ammonimento al
braccialetto elettronico, prevedendo l’arresto in flagranza differita, fissando
tempi rapidi e stringenti per la valutazione del rischio da parte dei magistrati e
di conseguenza per l’adozione rapida delle misure cautelari. Inoltre sembra un
paradosso mettere le donne in protezione attraverso la loro collocazione in
case rifugio, sottraendo loro margini di libertà quando invece si deve
intervenire sulla limitazione della libertà personale dell’uomo violento in quanto
è lui pericoloso per il consesso civile.
Tuttavia ciò che è evidente è che è un fenomeno ancora del tutto fuori
controllo.
Ribadisco: difficile quindi dire qualcosa di nuovo, di inedito, di non scontato o
convenzionale.
Ma ciò che succede intorno spinge a prendere posizione, il senso di
indignazione impedisce il silenzio. Tacere rende complici. Come ci ricorda
Carofiglio non è sufficiente lo sdegno, bisogna indignarsi perché l’indignazione
ci spinge all’azione. Indigniamoci ma agiamo. Agire e subito. Ma come?
Reprimendo? Sanzionando? Emanando nuove leggi contro maschi
inguaribilmente disturbati? Con la castrazione chimica? O educando? O
modificando la cultura, intervenendo su modelli e schemi comportamentali?
Occorre educare i ragazzi al rispetto non le ragazze alla prudenza, insegnare ai
maschi che quando È NO È NO, non alle ragazze la diffidenza o la paura che
limita la loro libertà di vestirsi come vogliono o di andare a feste, o perché no,
di ubriacarsi!

E’ a questo punto che viene in soccorso lo psicologo statunitense Daniel Goleman e riprendere la lettura del
suo Intelligenza emotiva (1996) può essere fonte di intuizioni e
interpretazioni e, perché no, di tentativi di soluzione. E’ certamente evidente
che è necessario un cambiamento antropologico e culturale. L’analfabetismo
emozionale può essere fonte di mali quali l’incapacità di tenere a freno
l’aggressività, l’impulsività, l’attitudine delinquenziale o a comportamenti
antisociali, l’incapacità di considerare le ragioni dell’altro o di mettersi
nei panni dell’altro.
Si sollecita da più parti l’educazione sessuale nelle scuole ma credo che
un’educazione ai sentimenti e alle emozioni possa essere certamente più
efficace. Alcune sue analisi mi sembra siano illuminanti sui meccanismi
scatenanti e sulla interpretazione delle cause ma credo anche che una sana
educazione e sollecitazione dell’intelligenza emotiva da sviluppare nelle scuole
possa essere una strada percorribile.
Essere empatico, avere una capacità di cooperazione e di competenza sociale,
educare ad essere premuroso, disposto a dare e condividere nelle relazioni, la
capacità di partecipare al dolore altrui, la capacità di controllare la propria
aggressività sono abilità sociali come la capacità di gestire la propria collera, e
di direzionare i propri istinti verso azioni socialmente accettabili, di saper
controllare le emozioni. L’assenza di empatia esprime, invece, la propria
inclinazione antisociale.
Cosa significa possedere o stimolare l’intelligenza emotiva o l’empatia?
 Conoscenza delle proprie emozioni, autoconsapevolezza dei propri stati
d’animo e capacità di verbalizzarle.
 Capacità di dominarle ed essere capaci di avere controllo di sé, di
dominare gli eccessi emozionali.
 Riconoscimento delle emozioni altrui, l’empatia basata sulla capacità di
leggere le emozioni dell’altro.
 Capacità di gestione delle relazioni, capacità di dominare le emozioni
altrui.
Goleman inoltre sostiene che in ognuno di noi ci siano 2 menti una che pensa e
una che sente, una razionale e una emozionale che in genere sono in
equilibrio. Ma quanto più intenso è il sentimento e l’emozione è forte,
l’equilibrio si capovolge: la mente emozionale prende il sopravvento e travolge
quella razionale. Le emozioni intralciano l’intelletto che a volte si obnubila o
intorpidisce e vacilla. Chiarisce, ancora, come le donne sono provviste di
un’intelligenza emotiva molto maggiore di quella degli uomini in quanto sono
state educate a provare emozioni, a riconoscere i sentimenti e ad esternarli. Le
bambine sono più educate dei maschi nell’esprimere i propri sentimenti che
invece i maschi non devono tradire perché è ritenuto disdicevole e poco virile
per un maschio piangere o verbalizzare emozioni, mostrare fragilità emotive.
Le bambine e quindi le donne diventano brave ad esprimere sentimenti e a
leggere segnali emozionali. I maschi imparano a minimizzare le emozioni. Le
donne, dunque, sono più emotive e soprattutto più empatiche. Gli uomini
avversano il confronto emozionale, non possono mostrarsi vulnerabili come il
“sesso debole”. Se ne deduce che l’assenza di intelligenza emotiva deriva

dall’educazione che viene impartita evidenziando un’educazione di genere,
differente tra bambini e bambine. Ma questo lo sappiamo da decenni, dai tempi
di Dalla parte delle bambine, della Gianini Belotti!
L’empatia dunque, che è un valore necessario nelle relazioni umane, è un fatto
prevalentemente femminile, la carenza di empatia è prevalentemente
maschile. Inoltre, osserva Goleman, nei criminali, psicopatici, negli stupratori
e nei pedofili si scorge una totale mancanza di empatia che spesso induce a
comportamenti criminogeni. In ogni emozione è implicita una tendenza
all’agire. Essere provvisti di intelligenza emotiva, di una competenza
emozionale presuppone saper controllare i propri sentimenti e leggere quelli
degli altri. Esserne sprovvisti comporta comportamenti spesso antisociali.
Occorre un investimento sociale e un coinvolgimento collettivo nella direzione
di un’educazione emotiva da sviluppare nelle scuole. Ritengo potrebbe essere
un ottimo esercizio per modificare l’approccio alla vita emotiva, modificare una
certa lettura dell’altro e del suo essere persona pensante e riconoscerne
l’alterità senza avvertirla come oggetto da usare. Un’educazione all’intelligenza
emotiva significherebbe addestrare all’amicizia, alla mediazione nei conflitti
interpersonali, alla cura dell’altro, al rispetto. Goleman stesso sollecita, infatti,
l’introduzione dell’alfabetizzazione emozionale nelle scuole perché ritiene che è
una competenza essenziale nella vita quotidiana e nelle relazioni sociali e nei
rapporti uomo-donna. Vedere le cose dal punto di vista altrui infrange
pregiudizi, immagini stereotipate e accettazione delle differenze senza
considerarle con senso di inferiorità/ superiorità, possesso o dominio. Provare a
“mettersi nei panni di” è sempre un esercizio fondamentale che genera rispetto
reciproco. In Danimarca nelle scuole c’è un’ora di empatia la settimana.
Ecco, rileggere Goleman, riprendere queste teorie legate alla competenza
sociale e allo sviluppo dell’intelligenza emotiva potrebbe essere una strada
funzionale a contenere comportamenti antisociali e porterebbe ad
un’autoregolazione delle emozioni sociali, la capacità di negoziare i contrasti,
una maggiore socievolezza, spirito di collaborazione, autocontrollo, maggiore
capacità di ascolto dell’altro/a, minore spinta alla sopraffazione, minore
individualismo, minore impulsività e minore capacità di dare sfogo alla collera,
potrebbe indurre condotte meno aggressive, distruttive e autodistruttive.
La scuola si assuma, quindi, in maniera strutturale e non episodica o
occasionale, demandata alla scelta del singolo docente o del singolo collegio
docenti ma inserito in tutti i curricula a tutti livelli di istruzione e in tutti gli
indirizzi, un reale compito educativo, formativo, di sviluppo del carattere più
armonico e basato sulla disciplina di una vita eticamente fondata sull’”amicizia
sociale”, coinvolgendo gli uomini come alleati nella lotta contro questi crimini
per sviluppare programmi di sensibilizzazione e promozione di comportamenti
sani e rispettosi per sfidare gli schemi maschilisti alla base delle violenze.
E chissà che magari ci sarà più difficile imbatterci nel lupo perché ci saranno in
giro meno lupi da cui difendersi!