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Pochi sanno che l’11 ottobre Ã¨ stato il Coming Out Day, la giornata internazionale che ha l’obiettivo di celebrare le differenti sfumature di identità sessuale di chiunque abbia voglia di dichiarare la propria. Ha l’obiettivo, inoltre, di sensibilizzare rispetto al tema e di cercare di ridurre lo stigma nei confronti della comunità LGBTQ+. A differenza di quanto si fa per altri simboli e altre figure a cui si dedicano i vari giorni dell’anno, di questa giornata si parla molto poco. O solo in determinati ambienti. Non le si riserva, invece, l’attenzione che si rivolge, talvolta rasentando la retorica, ai nonni, ai cani, ai malati di determinate malattie o ad alcune professioni di solito dimenticate quando è il momento di tutelarle, ma esaltate nel giorno loro dedicato. Del Coming Out Day si preferisce tacere. Immaginiamo il putiferio che si scatenerebbe se solo se ne parlasse in classe. Insorgerebbero genitori benpensanti pronti a puntare il dito contro la blasfemia del docente che se ne dovesse fare portavoce. 

Proprio per le resistenze e i pregiudizi dei quali la nostra società è ancora intrisa, si rende più che mai necessaria una giornata dedicata a un fenomeno cosi delicato. Diventa quasi un atto politico e nello stesso tempo rivoluzionario. 

Il primo (di cui si ha ricordo) a fare coming out fu l’avvocato tedesco Karl Heinrich Ulrichs, a Berlino, nel 1867, all’Associazione giuristi tedeschi.  Durante tale riunione dichiarava di essere attratto dagli uomini e chiedeva una revisione della legge penale, che perseguitava persone innocenti, con l’accusa di pederastia o pedofilia, per il solo fatto di avere un’indole sessuale opposta a quella consueta. Sebbene il suo intervento non fosse stato messo agli atti e avesse scatenato una forte indignazione, quell’impareggiabile primo coming out pubblico cambiò la storia dei diritti civili.

È del 1988 la decisione dello psicologo del New Mexico Robert Eichberg e del politico ed attivista Jean O’Leary, che decisero di istituire il Coming Out Day. L’espressione si collega, nello specifico, alla seguente: come out off the closet – letteralmente, venire fuori dall’armadio – e si usa quando qualcuno rivela o rende pubblica un’informazione personale dopo averla tenuta segreta. 

Tale immagine è evocativa e rende in qualche modo giustizia a tanti uomini e a tante donne che per lungo tempo hanno dovuto tenere nascosta la propria natura. Tanto da pensare di non avere alcun diritto ad esigere una vita piena, fatta di amori e di emozioni, da vivere alla luce del sole. Per secoli condannati alla solitudine e all’emarginazione, rivendicano in pieno la possibilità di rivelare senza timore la propria identità. Rivendicano il proprio posto nel mondo.  

C’è ancora tanta strada da fare. Sono cambiate nel mondo tante cose e sono in molti coloro i quali escono allo scoperto: non tutti, però, hanno il coraggio di procedere nella dichiarazione di quelli che sono i propri diritti. In un mondo in cui essere eterosessuali viene considerato “la norma”, chiunque appartenga alla comunità LGBTQ+ si sente parte di una minoranza e porta con sé le conseguenze, le paure e le difficoltà legate al momento del coming out. 

Questa giornata ricorda ogni anno che tutte le persone, a prescindere dal loro genere sessuale, hanno il diritto di dichiarare chi amano senza per questo essere giudicate.

Non si tratta di esternazione esibizionistica, come vorrebbero quanti sostengono che se omosessualità ha da essere, deve confinarsi in un alveo di privata discrezione. Si tratta invece di un atto politico, teso ad offrire a quanti si sentono esclusi e non rappresentati da un presunto modello di normalità, un incoraggiamento a venir fuori e a non sentirsi diversi. Reclamare di esistere è sempre un gesto rivoluzionario, un gesto verso il futuro che si contrappone ai venti di destra che soffiano sulle nostre teste e, forse, può contribuire a indebolire la tossicità di una società, la nostra, ancora fortemente escludente.