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Dunque, è definitivo: la pista olimpionica di bob (e slittino e skeleton) a Cortina – il cosiddetto Sliding Center – non si farà. Molte le cose da dire. La prima: bisognerebbe seriamente interrogarsi se certe discipline olimpiche, pur storiche e gloriose, abbiano oggi ancora un senso. Stanti gli immani costi di costruzione e di manutenzione il numero di impianti nel mondo è estremamente esiguo, in Italia non ne esistono e i nostri atleti nazionali peregrinano per tutta l’Europa a mendicare una pista dove allenarsi. Pochi impianti comporta pochi praticanti (e alti costi logistici per praticare l’attività). Il che peraltro pone qualche domanda sul valore intrinseco delle medaglie olimpiche. Il maratoneta che vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi si pasce della soddisfazione di essere il migliore tra milioni di praticanti nel mondo, così chi vince in una qualsiasi disciplina di sci alpino.. ma vincere una medaglia in una disciplina praticata da quattro gatti ha davvero lo stesso valore? Il dubbio è che, strutturalmente, queste sono discipline che non hanno futuro. Certo, ha un senso interrogarsi sul rapporto causa effetto, si potrebbe obiettare che ci sono pochi atleti proprio perché non ci sono piste e che se queste ci fossero, la disciplina vedrebbe un moltiplicarsi di addetti. Ma ci sono molti dubbi sulla veridicità di questa tesi: per esempio, la pista creata per le Olimpiadi di Torino (110 M€ all’epoca) non ha dato luogo a nessun boom di atleti e giace tristemente in abbandono (ed eventualmente per riutilizzarla ci vorrebbero almeno 10 M€). E nello stesso business plan fatto per Cortina, i costi annui del mantenimento della pista, tra refrigerazione e manutenzione, a malapena venivano coperti dai presunti futuri incassi. E parliamo dei soli opex, cioè i costi operativi. Nemmeno a parlare di capex, ovvero l’investimento per costruirla (i cui costi, come noto, erano lievitati a dismisura). Insomma, uno sport per pochissimi praticanti, con un pubblico che si accorge della sua esistenza solo alle Olimpiadi, che costa un botto in termini di impianti e che spesso produce costose cattedrali nel deserto, ovvero sprechi di denaro pubblico. Senza entrare nel merito della sostenibilità ambientale (si pensi al costo energetico per mantenere il freddo).. davvero sarebbe il caso di pensarci per il futuro. Peraltro c’è un precedente: alle Olimpiadi del 1960 di Squaw Valley gli organizzatori statunitensi ritennero di espungere dal programma le gare di bob slittino e skeleton proprio per gli alti costi. E in quell’edizione non si assegnò alcuna medaglia.

Tutto quanto sopra però si applica al futuro e al buon senso dei dirigenti del CIO. Per l’oggi, resta il fatto che chi ha presentato la candidatura di Milano Cortina e successivamente vinto l’assegnazione dei Giochi aveva preso un impegno. Si era solennemente promessa una cosa e non la si è portata a termine. E non riuscire a mantenere l’impegno espone tutto il Paese a una figura tapina (verrebbe spontaneo usare un’altra espressione più corriva, per la verità). E si sorride amaro a pensare all’immenso florilegio di dichiarazioni trionfanti e grondanti ottimismo all’indomani dell’assegnazione dei Giochi. Riporto queste due, particolarmente stridenti con l’amara situazione di oggi:

Ghedina (Sindaco di Cortina): “Emozionatissimo, “merito di una squadra seria, forte, compatta e di un progetto sostenibile e a basso costo, reso unico dalle nostre magnifiche Dolomiti. Da domani saremo già tutti al lavoro per rendere questo evento perfetto e indimenticabile”.

Salvini: “Vincono l’Italia, il futuro e lo sport: grazie a chi ci ha creduto fin da subito, soprattutto nei Comuni e nelle Regioni, e peccato per chi ha rinunciato. Ci saranno almeno cinque miliardi di valore aggiunto, 20mila posti di lavoro, oltre a tante strade ed impianti sportivi nuovi: con le Olimpiadi invernali confermeremo al mondo le nostre eccellenze e le nostre capacità».

Non valgono le scusanti, il Covid, i costi lievitati, i ritardi, le proteste degli ambientalisti che più di qualche ragione di opporsi alla pista di bob ce l’avevano (ma il tema andava posto ab origine!). Come tutte le figure di merda (ecco, l’ho detto..) naturalmente non avrà padri.. nessuno dei potenziali colpevoli ha preso macchia, non un rappresentante dello Stato, né del CONI, né delle due Regioni interessate,; non un commento financo dalla Società di scopo appositamente creata, la Simico. Copio dal sito ufficiale della stessa, la missione aziendale era curare: “nella misura di oltre l’80% del proprio fatturato, la progettazione, operando anche come società di ingegneria ai sensi degli articoli 24 e 46 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n.50, nonché la realizzazione quale centrale di committenza e stazione appaltante, anche previa stipula di convenzioni con altre amministrazioni aggiudicatrici delle opere infrastrutturali..”. Una onesta ammissione di fallimento, magari condita da tutte le attenuanti di questo mondo, da espressioni di commitment da qui in avanti, un segno di vita insomma.. almeno da questi, non sarebbe stato doveroso?

E se non si sono visti capi cosparsi di cenere, in compenso la cronaca ci offre facezie come il Sindaco di Milano Sala che si dice tutto contento (!!) perché il fallimento dell’opzione Cortina apre la possibilità che le gare si tengano a Sankt Moritz e così si farebbe un unico villaggio olimpico a Livigno. Incommentabile.

Venendo al punto di vista del Veneto, la cancellazione dello Sliding Center ridimensiona drasticamente il peso di Cortina e mette in luce una debolezza che la perla ampezzana ha avuto da subito in tutta la vicenda Olimpiadi (per la quale il Presidente di Regione si è speso senza meno). Perché già in partenza, nell’assegnazione delle varie gare (vedasi figura sotto) a Cortina erano state assegnate briciole.

immagine tratta da Corriere del Veneto

Tra Val di Fiemme, Anterselva e soprattutto Valtellina, moltissime gare sono altrove (peraltro tutte fuori Regione e questo per Zaia non può non contare); Cortina, oltre le discipline legate allo Sliding Center ora perse, aveva solo curling e sci alpino femminile. In particolare, è incredibile che, sin dall’inizio, fosse previsto che la Regina delle Dolomiti NON ospitasse lo sci alpino maschile. Insomma, la netta sensazione è che il nome di Cortina sia stato usato per l’appeal internazionale ma che le carte le abbiano date altri, soprattutto la Regione Lombardia. Un po’ come l’abuso del nome di Venezia, a cui siamo tristemente abituati, per cui il Veneto è la Land of Venice, Abano le terme di Venezia e così via. Questa volta è stato il nome di Cortina a essere “venduto” come specchietto per le allodole. E temo saranno vane le per certi versi ragionevoli richieste di Zaia di ottenere qualche gara in più a Cortina ora che ha perso tutto il circo del bob et similia.

Ci si potrà chiedere: ma possibile che Zaia sia stato così ingenuo (per non dire peggio)? Una risposta possibile (e io personalmente credo che sia vera) è che ci sia stato sostanzialmente uno scambio politico. Il Veneto ha ceduto il brand Cortina accontentandosi di bruscolini (ripeto: la cessione dello sci alpino a Bormio grida vendetta!) in cambio di investimenti infrastrutturali molto rilevanti. Parlo di interventi NON sugli impianti necessari alle gare ma di opere accessorie, funzionali (almeno in teoria) allo svolgersi della manifestazione. che sono quelle che restano al territorio. Prendendo a riferimento la Deliberazione Giunta Regionale del Veneto (DGR) n° 934/22, a Cortina gli investimenti di cui all’Allegato C: “opere infrastrutturali da realizzare al fine di rendere sostenibili le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026” sommano circa 591 M€. 591 M€ (a totale contributo statale) per la sola Cortina a fronte di 804 M€ per l’intera Lombardia! Quei 591 comprendono la variante di Longarone e quella di Cortina (ora parzialmente sub judice, come ricaduta del mancato Sliding Center) lavori sulla tratta ferroviaria Venezia Calalzo e l’ammodernamento (per 12 milioni) della stazione di Longarone. Non solo, a queste cifre si aggiungono (in Allegato B della citata DGR) due voci (con un ridottissimo contributo regionale): 1) “Proposta di partenariato pubblico privato per un nuovo sistema integrato di mobilità intermodale nel Comune di Cortina” (93,5 M€) e 2) “Riqualificazione di immobili pubblici nel Comune di Cortina da destinare a funzione direzionale, servizi logistici e ospitalità di supporto alla realizzazione dell’evento in chiave di legacy per il territorio” (15 M€). Sommando il tutto, 600 M€ (esclusi, si badi bene, gli investimenti diretti sugli impianti di gara) sul territorio. Si capiscono dunque molte cose.

Una considerazione finale sul Sistema Paese in riferimento al complesso degli investimenti previsti per i Giochi. La citata DGR contiene il dettaglio degli interventi e, voce per voce, gli stanziamenti (e le provenienze di finanziamento). Sono in forma tabellare e divisi nei tre allegati A, B e C.

L’allegato A contiene opere strettamente connesse alle infrastrutture necessarie allo svolgimento dei Giochi. Vale 168 M€.

L’allegato B elenca opere sia strettamente connesse alle infrastrutture sportive come in All. A e pure interventi collaterali non strettamente legati alle gare. Per esempio, qui ci sono gli 85 M€ (stanziati all’epoca) per lo Sliding Center ma anche i due interventi a Cortina da 93,3 e 15 M€ sopra citati (che certo non sono indispensabili per i Giochi). Vale 318 M€ compresi i denari per lo Sliding Center (che saranno ovviamente espunti).

L’allegato C, come detto sopra, compete interamente a opere infrastrutturali non connesse alle gare (tipo appunto le varianti di Longarone e Cortina) ma funzionali, come detto, a creare le condizioni di contorno ottimali. Vale 1678 M€.

Ora, anche considerando conservativamente tutto l’allegato B come strettamente funzionale ai Giochi, la somma tra All. A e All. B dà 486 M€. Meno di un terzo dei 1678 delle opere “altre”. Mi chiedo se questa proporzione sia ragionevole. Attenzione, non dico affatto che i denari spesi per le opere di All. C siano soldi buttati. Mi interrogo solo sul fatto se ha senso che, proprio tutte, siano diventate indispensabili per i Giochi. O lo erano già prima (e allora perché aspettare le Olimpiadi?) oppure si può maliziosamente pensare che, con l’occasione dei Giochi, si sia approfittato di “buttare dentro” di tutto, anche ciò che non era affatto indispensabile, per pochi giorni di gare. Non è certo una novità (ricordiamo lo spreco di denari pubblici per i mondiali di calcio nel 1990) ma, appunto, conferma un andazzo tristemente ripetitivo nel nostro Paese. Le grandi manifestazioni sportive usate come occasione di spesa, come greppia da cui attingere, solitamente giustificando il tutto con mirabolanti previsioni degli incrementi di PIL che tali manifestazioni procureranno (circostanza su cui è forse opportuno essere cauti).

Un Paese serio non funziona così.

© immagine di copertina: La Repubblica