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Attesta Tucidide che i congiurati protagonisti del colpo di stato che nel 411 a.c. avrebbero dato vita all’effimera esperienza del governo dei 400 ad Atene, interrompendo brevemente la quasi centenaria esperienza democratica, portarono a loro giustificazione che l’assemblea era comunque frequentata da “non più di 5.000 persone” sui 20.000 cittadini aventi diritto.

La testimonianza è preziosa perché la democrazia ateniese del V secolo costituisce, nella storia, la realizzazione pratica più vicina alla vagheggiata democrazia diretta, per cui molti movimenti, tra cui il veneziano Coordinamento Io Decido, si stanno attivando allo scopo appunto di cercare un maggior coinvolgimento dei semplici cittadini alla gestione della cosa pubblica.

Tucidide

Dunque, sappiamo che nell’Atene della partecipazione collettiva, nonostante tutto, alle assemblee presenziava circa un quarto della popolazione attiva. Gli altri avevano altro da fare, un campo da coltivare, affari da amministrare, schiavi da seguire, la cura della famiglia.. Credo che, nonostante la distanza nel tempo, questa percentuale rappresenti anche oggi un limite fisiologico, anzi sarebbe assai lusinghiero che ben un quarto della popolazione segua le vicende della politica nazionale e amministrativa con consapevolezza e competenza.  Anche allora, dunque, l’effettiva gestione del potere era nelle mani di una relativamente ristretta élite che, grazie all’influenza del proprio potere economico, del prestigio familiare, di una superiore istruzione e del possesso della tecnicalità necessaria, influenzava a suo favore l’elezione alle cariche pubbliche maggiori (basti pensare che Pericle è stato eletto stratego per 30 anni di seguito …).

Torniamo ora ai giorni nostri ed alla crescente voglia di partecipazione cui accennavo all’inizio. Lo spunto mi viene dall’annuncio della presentazione di un Disegno di Legge di iniziativa popolare che propone un complesso di norme tutte tese, in estrema sintesi, a togliere al Parlamento l’esclusiva del potere legislativo ed a distribuirlo alla generalità della popolazione. I mezzi sono molteplici, spicca tra questi l’introduzione del referendum confermativo e propositivo, una vasta gamma di possibilità di proposta di leggi di iniziativa popolare e, soprattutto, la totale e sistematica abolizione del quorum in tutte le consultazioni. La tesi è semplice: i cittadini sono i titolari del potere legislativo, i parlamentari sono semplicemente dei delegati a cui la delega si può relativamente facilmente togliere. Inoltre, e qui la tesi si fa ardita, non importa il numero dei cittadini interessati: conta solo chi si esprime in base alla tesi “chi si reca alle urne decide; chi sta a casa delega coscientemente la decisione ai suoi concittadini”.

Personalmente trovo quest’impostazione, per quanto alcune proposte siano suggestive, assai velleitaria e per certi versi pericolosa. Vero è che il perseguimento di maggiori coinvolgimento e consapevolezza dei cittadini è cosa meritoria, vero anche che il complesso delle norme auspicate presenta il non trascurabile vantaggio di far sentire il fiato degli elettori sul collo degli eletti, tuttavia c’è più di un vulnus nella costruzione logica dei proponenti.

Provo ad elencare le mie numerose perplessità:

  • Come ho cercato di circostanziare qui sopra, è assolutamente fisiologico che in una democrazia matura la parte di cittadini che si interessa attivamente della cosa pubblica sia una netta minoranza. E la maggioranza, è costituita da cittadini di serie B? No, semplicemente questa maggioranza silenziosa esercita la sua sovranità una volta a legislatura, andando a votare e delegando i suoi rappresentanti sulla base di un programma. Il processo di delega, sconosciuto nell’Atene del V secolo, e motivatamente essendo solo 20.000 gli attori in campo, diventa una modalità assolutamente indispensabile quando il numero dei cittadini elettori assomma a svariati milioni. E la delega (in linea di puro principio, ovviamente) ha pure il senso di affidare agli eletti la responsabilità di decidere su argomenti di tecnicalità tale per cui il principio di maggioranza applicato erga omnes è privo di senso (basti pensare a certi cervellotici referendum nel passato che chiedevano di prendere posizione su argomenti sui quali l’uomo della strada era sostanzialmente impossibilitato ad avere un’opinione fondata).
  • Il meccanismo ipotizzato dai proponenti ha l’effetto perverso di favorire le lobby organizzate, ancorché minoritarie, nel proporre le più disparate disposizioni legislative puntando sullo scarso interesse o sulla incomprensibilità da parte della maggioranza.
  • L’insieme delle norme proposte può costituire una pericolosissima arma nella mani di populisti e velleitari agitatori con i mezzi e la capacità di manovrare il sentimento popolare. Penso per esempio allo sciagurato recente referendum sulla privatizzazione dell’acqua che, purtroppo, ha prodotto danni gravissimi operando con facili slogan (l’acqua è un bene di tutti…)

In definitiva, credo che la strada maestra sia quella di pretendere dagli eletti (sul meccanismo di selezione dei quali, peraltro, c’è molto da lavorare) l’assunzione di responsabilità e la capacità di prendere decisioni ponderate ancorché impopolari. Attenzione a questo proposito a non mitizzare i diritti della maggioranza: Socrate, tanto per dirne una, è stato condannato a morte con 280 voti contro 220. Una decisione democratica e formalmente ineccepibile ma, semplicemente, sbagliata e ingiusta. Ancora, durante il Ventennio 1213 professori università giurarono fedeltà al fascismo contro solo 12 che non aderirono: non per questo essi erano nel torto. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

Nonostante quanto sopra, il concetto di democrazia partecipata non è da buttare… tutt’altro. Presenta anzi potenzialità estremamente interessanti se si tradurrà in meccanismi di controllo, di occhiuta valutazione dell’operato degli eletti, di selezione e “palestra” per il personale dirigente.

In sintesi: la pietanza (il Disegno di legge) è indigeribile ma gli ingredienti sono genuini..

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.