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Da qualche tempo i casi di femminicidio infestano la cronaca con cadenza quasi quotidiana. Una regolarità tale che rischia addirittura di mitridatizzare l’opinione pubblica quasi che si tratti di un orrido ma inevitabile tributo da pagare ai tempi che corrono. È un rischio verso il quale bisogna guardarsi: non siamo di fronte ad una qualsiasi attività criminale, purtroppo inevitabile e, entro certi limiti, fisiologica in una società libera.

In tutti i casi che la cronaca generosamente (ahimé) ci offre, il meccanismo mentale che anima questi maledetti, sciagurati, assassini è il postulato “se non posso averla io, non la deve avere nessun altro”. Sono tutti omicidi intenzionali, di particolare ferocia, spesso lungamente meditati. Dettati da una logica brutale, primitiva, che fa strame di secoli di elaborazione del pensiero umano sui diritti fondamentali, la vita innanzitutto, nonché il diritto alle scelte affettive, alla libertà individuale. Un incubo che ci riporta al Medioevo.

Lascia basiti peraltro l’impossibilità di individuare un identikit del femminicida tipo. Ci troviamo infatti di fronte indifferentemente a ragazzini, così come a giovani uomini oppure ad individui maturi. Ne’ pare si possano distinguere dei parametri sociali: gli eventi si verificano in tutte le classi, ne’ sembrano specificamente correlati a situazioni di disagio economico o psichico. Quasi che il buio della ragione colpisca a caso tra i maschi del nostro Paese, gente che studia, lavora, che ha figli, che in giorni passati ha amato (forse) in modo sano e normale. Gente che non ha certo l’alibi di aver vissuto in una società dove la donna è tenuta in posizione di soggezione al maschio, persone nate e cresciute in un contesto dove il diritto degli individui all’autonomia delle proprie scelte affettive è un fatto scontato.

La spaventosa progressione, quasi geometrica, nei numeri lascia supporre che sia in atto un fenomeno di perversa emulazione. È possibile. Detto questo, la soluzione non sta certo nel passare sotto silenzio questi avvenimenti: i media hanno anzi il dovere di riportarli puntualmente. A mio parere però c’è molto da ridire sul come vengono riportati. Il servizio televisivo o l’articolo di giornale è sovente freddamente cronachistico, come frenato da un imbarazzato pudore, spesso focalizzato sul solo aspetto investigativo della vicenda e talvolta addirittura finisce involontariamente con l’offrire considerazioni vagamente giustificatorie nei confronti degli assassini (“era morbosamente geloso”, “non ha capito più nulla” ecc..).

Una manifestazione contro il femminicidio

Una manifestazione contro il femminicidio

NO, va detto forte e chiaro: i maschi protagonisti di questi crimini sono, senza se e senza ma, miserabili assassini e questo andrebbe ricordato ad ogni occasione possibile. E va sempre ribadito che è del tutto falso l’assunto “l’amava tanto che..” . “No, caro aguzzino – verrebbe da dirgli – tu non l’amavi, questo non è amore. Il problema è che tu sei un grandissimo STRONZO”.

I mezzi di informazione hanno un grande ruolo in tal senso. Credo che la esecrazione pubblica, la condanna inappellabile, corale e partecipata di tutta la società costituisca il migliore antidoto al rischio di emulazione nonché la prevenzione più efficace contro questo orrendo crimine.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.
  • Paola Giudici

    caro Lorenzo, grazie per aver affrontato il tema della violenza contro le donne che sai essere un problema di cui mi occupo da tempo. Occorre ricordare che il maltrattamento e la violenza verso le donne è un reato. In particolare questo, penso che non occorra aggiungere altro, nè di difensivo (giustificativo) né morale. E’ un comportamento che la società deve considerare come reato e grave lesione verso l’umanità. Non interessa sapere se questo è o non è uno stronzo. Purtroppo anche chi per primo deve affrontare i fatti di violenza come reati lasciano purtroppo le donne da sole e soprattutto indifese ad affrontare persone pericolose che hanno messo in atto più azioni predittive di una aggressione poi finale. Infatti, come dicono poi le cronache, dopo una morte di donna tutti ricordano che la povera aveva fatto denuncia, querela, segnalazione, chiesto aiuto anche rivolgendosi oltre che a tutte le forze dell’ordine, anche ad avvocati. Purtroppo non conosco esiti positivi e di vera protezione della donna da parte del sistema giudiziario.Sarà perchè è tutto affidato ad uomini?

    • lorenzo colovini

      Grazie a te, Paola, per l’attenzione e per la giusta puntualizzazione che molto spesso ci sono segnali di allarme grandi come una casa che la nostra organizzazione di società non è in grado di cogliere.

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