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Grazie ad alcuni amici, che di bilanci e numeri contabili capiscono molto più di me, ho avuto l’opportunità di aprire gli occhi sulla galassia di società partecipate (ne abbiamo contate 29 ma non è detto che sia il numero preciso) che a Venezia (e non solo a Venezia: è un male diffuso tra le amministrazioni locali di tutta Italia) il Comune direttamente o indirettamente controlla.

Avete letto bene, ventinove… ventinove piccole/grandi fabbriche di clientele, di luoghi dove piazzare gli amici, dove parcheggiare i trombati, con cui tacitare e/o ricompensare gli avversari. E soprattutto ventinove potenziali fonti di sprechi e mala gestione.

Naturalmente, è fisiologico che un Comune per la fornitura di servizi di pubblica utilità si avvalga di società specializzate di cui abbia totale o parziale proprietà ma quando, come a Venezia, si arriva a casi come Veritas che da sola raggruppa 13 società o di AVM che ne ha 5, il dubbio che si sia esagerato viene eccome.

Se poi si entra nell’analisi dei numeri, si scoprono fatti allarmanti. Su tutti uno strano “palleggio” tra Comune e società partecipate di crediti e debiti per cui il Comune non paga per tempo a queste (e cioè a “se stesso”…) gli importi dovuti per i loro servizi e queste si rivolgono al sistema bancario per anticipare gli introiti dovuti per finanziare la propria attività corrente. In altre parole, siamo di fronte alla situazione che, preso nella sua interezza il sistema Comune + partecipate, questo ricorre al credito bancario, e quindi appesantisce i propri conti con interessi passivi, per pura inefficienza nella gestione amministrativa. Inefficienza che ovviamente grava sulle spalle della collettività tramite il doppio ruolo del Comune quale  erogatore di servizi (tramite la municipalizzata) ed ente impositore (tramite svariate tasse).

Andando ad analizzare le performance in termini di redditività operativa delle società controllate si ha uno spettacolo desolante, redditività bassissime a causa di costi strutturali pesantissimi.

Ne consegue che, se si vuole davvero intraprendere la strada di una amministrazione virtuosa che non costringa ogni anno a vendere (o meglio svendere) gli asset pregiati come è regolarmente avvenuto in questi anni, la nuova Amministrazione dovrà disboscare con l’accetta questa giungla e procedere ad una generale riorganizzazione per ridurre i costi operativi e, vivaddio, mettere ordine nella gestione dei trasferimenti di costi per i servizi comunali.soc_partecipate2

Spazio ce n’è molto: esistono società che non hanno ragione d’essere. Un esempio su tutti Insula, che passati gli anni gloriosi dell’escavo dei rii e del risanamento delle insulae (e chi scrive è stato diretto testimone del buon lavoro svolto). Esistono altresì società che erogano in regime di monopolio servizi a tutte le altre (vedasi Venis) essendo di fatto una palla al piede per i costi fuori mercato.

Meriterebbe un discorso a parte il Casinò di Venezia, la cui gestione burocratica e l’incapacità del management di fare fronte alla concorrenza dello slot machine negli esercizi pubblici ha portato al pauroso calo di incassi.

Ma forse il caso più eclatante lo offre il “capitolo” mobilità: basterebbe una sola società in cui accorpare per fusione tutte quelle  facenti capo al settore mobilità, tra cui Vela e ACTV, riorganizzandole successivamente in divisioni funzionali autonome.

Si tratta evidentemente di azioni di riassetto organizzativo/funzionale che avrebbero vari effetti positivi:

  • Diminuzione dei costi per presidenti, direttori, amministratori delegati e similia
  • Sinergie operative
  • Riduzione di strutture amministrative intermedie e conseguente riduzione della probabilità che sia necessario ricorrere all’indebitamento bancario
  • Filiera “produttiva” più corta, minimizzando i costi di trasferimento interni: è chiaro che più società si infilano “in serie” nel processo produttivo, dovendo ognuna di queste trovare i propri i costi complessivi aumentano (un po’ lo stesso fenomeno per il quale un kg di mele dal coltivatore al mercato al dettaglio aumenta progressivamente di prezzo ad ogni passaggio intermedio)

Ultimo ma non ultimo, potrebbe essere l’occasione di ripensare gli ambiti operativi che potrebbero essere direttamente affidati al mercato senza necessariamente ricorrere a società partecipate dal Comune.

Naturalmente, tutto questo ha un “costo”. Un costo enorme per chi ha creato il sistema: meno clientele, meno centri di potere, meno poltrone, meno possibilità di giocare con i conti e di nascondere la mala gestione.

E per questo che non c’è alcuna speranza che questo processo virtuoso venga intrapreso da chi per vent’anni ha scientemente operato per creare questo sistema. Conditio sine qua non è dunque che la prossima Amministrazione sia costituita da personale completamente nuovo non implicato in nessun modo con l’apparato che fino ad oggi è stato nella stanza dei bottoni. E questo peraltro non riferito alla sola maggioranza rosso verde ma anche alla (stanca) opposizione che per anni ha assistito allo scempio per inerzia, per interesse, per incapacità.

Seconda condizione, fondamentale: la prossima Amministrazione dovrà avere persone capaci di leggere i numeri e la volontà politica e le palle per affrontare e perseguire un compito che sarà immane. C’è da augurarsi che, tra la moltitudine di potenziali candidati Sindaco, ci sia qualcuno che porterà questo tema in primo piano.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.