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Il giorno dopo l’esito del referendum sulle trivelle il web è stato invaso da livorose esternazioni dei sostenitori del SI, tutte varianti sul tema ci rivedremo a Filippi con auspici di “rivincita”  alle Amministrative e al Referendum costituzionale. Va da sé che né le Amministrative né il referendum costituzionale hanno alcuna attinenza con il tema delle trivelle (e quindi si può per esempio essere, nel merito, convintamente contro le trivelle ed insieme un sostenitore della Riforma Boschi o viceversa). L’unico fil rouge che unisce le due cose è  il posizionamento di Renzi. D’altra parte anche prima della consultazione nessuno faceva mistero che la partecipazione al referendum sarebbe stata letta come un termometro della popolarità di questi. Sicuramente il fenomeno sarà ingigantito per il prossimo referendum e questa volta va detto soprattutto per responsabilità dello stesso Presidente del Consiglio che ha esplicitamente messo sul piatto la sua esistenza politica.

Insomma, il referendum delle trivelle ha certificato che si sta consolidando un fronte anti Governo e soprattutto anti Renzi. C’era da aspettarselo… Renzi ha pestato troppi piedi ritenuti finora intoccabili: il Sindacato, il Senato, l’apparato del suo stesso partito, i magistrati. Ha toccato i nervi scoperti di un Paese in cui a parole sono tutti riformisti poi quando si tratta di passare alla pratica, si scatena il sentimento inconscio del com’era verde la mia valle e trionfa la conservazione più becera. Si elimina (finalmente!!) il bicameralismo perfetto e gli emolumenti dei senatori? Subito si mobilitano gli esegeti del Pensiero dei Padri Costituenti, i Grandi Costituzionalisti che dall’alto dei loro scranni dorati bocciano senza appello. Si prova a modernizzare  il mondo del lavoro? Ecco i Sindacati che insorgono. Si ipotizza una razionalizzazione delle municipalizzate dell’acqua? Apriti cielo! Il Bene Pubblico, la volontà popolare… C’è sempre un Grande Saggio pronto alla bisogna. E dietro i grandi saggi una moltitudine di grilli parlanti lancia allarmi sull’attacco alla Costituzione, si blatera di pericolo per la Democrazia, di tentazioni autoritarie con l’unico inconfessato obiettivo di difendere lo status quo.

Si obietterà giustamente che nulla di nuovo sotto il sole… in fisica vige il principio di inerzia: la natura tende a opporsi a qualsiasi variazione del suo stato di quiete o di moto e questa resistenza ai cambiamenti è fisiologica anche nelle dinamiche sociali e politiche … C’è però anche un altro elemento, tutto italiano, che comincia a giocare contro il Premier: il suo stesso successo. Sì, perché l’Italia è uno strano Paese, un po’ perché scottata dal fascismo, un po’ per indole, diciamo la verità.. quelli che hanno troppo successo (e non sono Vasco Rossi o la nazionale di calcio) agli italiani alla fine diventano antipatici. E se sono politici, scatta in automatico la sindrome del tiranno, del despota, dell’uomo forte che minaccia la democrazia. Da qui la strada è breve verso il dileggio personale, la messa in ridicolo, la satira greve, l’andare a rimestare in conti, rapporti personali e familiari sperando di trovare qualcosa di marcio. Esattamente come è successo a Berlusconi.

S’intende, Berlusconi ha dato di sé una prova men che mediocre. Abile, abilissimo a raccogliere voti, fantasioso e spregiudicato nel concepire alleanze politiche ma, alla prova dei fatti, dimostratosi sostanzialmente inetto e oggettivamente privo della statura e della personalità di uno statista. In più, con il problema oggettivo del conflitto di interessi e le infinite vicissitudini giudiziarie. Ma se nel ventennio berlusconiano il Paese è rimasto sostanzialmente al palo traccheggiando nella mediocrità, la responsabilità è ovviamente in primis di Berlusconi ma anche di un’opposizione che ha inchiodato il confronto politico su una continua e stucchevole polemica sul conflitto di interessi, sul presunto dominio dell’informazione, sulle propensioni da puttaniere del Nostro (queste decisamente non solo presunte…), sulle gaffes nel contesto internazionale mentre il Paese andava lentamente alla deriva e non uno dei grandi temi in agenda (giustizia, lavoro, bilancio, costi della politica, infrastrutture, politica industriale, tutela del territorio, mezzogiorno e potrei continuare) è stato efficacemente affrontato.

Renzi non ha gli scheletri nell’armadio di Berlusconi e ha dimostrato una statura ed un piglio riformatore che Berlusconi neanche si sognava (fermo restando che certo non tutto quello che fa è oro colato, s’intende). Ricominciare da capo con la lenta e sistematica distruzione del leader sarebbe esiziale per il Paese. Eppure, gli aspiranti tirannicidi sono molti e coprono un ampio raggio di posizioni. C’è la batteria degli indignati di professione che, già orfani del bersaglio su cui hanno costruito la carriera e la popolarità (i vari Travaglio, Scanzi) si sono prontamente risintonizzati sul nuovo obiettivo (in fondo è facile: il despota, il prepotente, lo sbruffone.. basta fare un copia incolla dei vecchi editoriali). Mezzo PD aspetta con nemmeno troppo nascosta aspettativa che cada l’usurpatore per riprendersi la ditta. In più, le opposizioni politiche: i cinque stelle, la destra becera di Salvini & Co., i mille ed uno pulviscoli a sinistra del PD ed il centro-destra “classico” che, pur esangue, mantiene comunque una potenza di fuoco non irrilevante con i giornali berlusconiani.

Ovviamente, lo schieramento sopra descritto è così variegato che in nessun caso può essere un competitore quanto a progetto di governo. Tutti insieme non possono costruire nulla. Ma possono eccome distruggere l’unica vera idea di futuro per questo Paese, l’unico progetto concreto sul tavolo. Il prossimo Referendum costituzionale sarà per tutti il redde rationem. Renzi stesso ha imprudentemente messo in gioco il suo destino politico. Doppio errore: sia perché ogni referendum dovrebbe essere l’occasione di pronunciarsi nel merito e non diventare un muro contro muro su tutt’altro, sia perché dà l’occasione ai molti aspiranti tirannicidi sopra descritti di liberarsi di un ingombrante avversario.

Ecco perché, nonostante i molti aspetti criticabili e/o perfettibili della riforma, il prossimo ottobre DEVE vincere il SI.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.