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Questo articolo esce volutamente prima della celebrazione dell’agognato (per alcuni) e detestato (per altri) referendum sull’autonomia del Veneto proprio per significare che le considerazioni che troverete si applicano comunque, quale che sarà la partecipazione al voto (diamo per scontata una maggioranza bulgara a favore dei SI).

Ora comincia la vera partita, la negoziazione con lo Stato centrale. Cerchiamo di capire quale è davvero la posta in gioco. Diciamolo chiaramente: non lo è l’autonomia. L’autonomia come valore in sé, come surrogato di indipendenza, fa palpitare davvero pochi cuori. Qualche veteroleghista, un po’ di patetici nostalgici delle glorie del vecchio Leon, il signore che vende tabarri in campo San Stin e che tradurrebbe in venessian anche la Critica della Ragion Pura… poco altro. L’autonomia in realtà è il mezzo, non il fine. Il tema vero sono i denari, i schei. Questo sì tema concreto e serissimo. E assai complesso: invito a leggere il botta-risposta Covre-Vigneri meritoriamente ospitato dalla rivista Ytali (https://ytali.com/) per coglierne le molte sfaccettature.

In tema di soldi, tiene molto banco la questione, in realtà come vedremo non centrale, del residuo fiscale ovvero la differenza tra i denari che ciascuna Regione trasferisce allo Stato tramite l’imposizione fiscale ai suoi abitanti e quelli che riceve indietro (residuo fiscale primario). Circa metà delle Regioni versa più di quanto riceve e l’altra metà il contrario. Il Veneto quanto a contribuzione pro capite è quinto tra le Regioni (dopo nell’ordine Lombardia, PA Bolzano, Lazio, Emilia Romagna). Qualcuno peraltro obietta, con ragione, che se si considera il residuo fiscale totale ovvero comprensivo delle spese sul debito e del residuo previdenziale (= differenza tra i contributi previdenziali e spesa per la protezione sociale) che è negativo per tutte le Regioni, il delta si ridimensiona di molto (il Veneto rimane comunque quinto in classifica) e lo Stato alla fine si rivela non essere lo sceriffo di Nottingham che sembra a prima vista.

Ma attenzione: il residuo fiscale, pur essendo un argomento suggestivo, non è il punto dirimente. Il maggiore o minore contributo fiscale delle Regioni infatti dipende dalla ricchezza prodotta da queste ed è normale che quelle più ricche diano più gettito all’erario. È come se in una famiglia vi fosse un figlio che lavora e contribuisce con il suo reddito al bilancio familiare e uno disoccupato: la madre darà da mangiare amorevolmente ad entrambi.

Lo scandalo vero è un altro: nella famiglia Italia accade che i figli che portano soldi a casa cenano con un tozzo di pane rancido mentre gli altri pasteggiano a caviale e champagne..

Un pamphlet pubblicitario della Regione Veneto per il SI al referendum

Un pamphlet pubblicitario della Regione Veneto per il SI al referendum

I dati incontestabili del MEF sulla spesa statale finale pro capite (dati 2015) per Regione mostrano infatti sperequazioni folli. Si va dalla PA di Bolzano con 8679 € alla Lombardia con 2447 € (il Veneto è terzultimo con 2853). Penultima l’Emilia Romagna con 2704 € mentre il Lazio, per completare il panorama delle maggiori contributrici, è quarta con 7750 €. E qui casca l’asino: se è accettabile una forte diversità tra i contributi di ciascuno non lo è affatto la sperequazione sulle spese. Con l’aggravante che Lombardia, Emilia e Veneto, proprio tra le maggiori contributrici, sono le più penalizzate. Il classico becchi e bastonati. Non è un caso che proprio queste tre Regioni abbiano in animo di ridiscutere la partita. Perché il tema di una iniqua ripartizione di risorse tra cittadini di uno stesso Stato c’è e grida vendetta.

Vediamo dunque le carte che hanno in mano le Regioni. Il famoso art. 116 della Costituzione (post riforma del Titolo V) dice che le Regioni possono avere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117..Ovvero, previo accordo, lo Stato cede competenze operative. Cioè la Regione fa delle cose che adesso fa lo Stato. E quest’ultimo “remunera” la Regione per fare queste attività al posto suo. Questo “scambio” è contemplato all’art. 119:

Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti (NdR: quelle derivanti da entrate locali più la compartecipazione al gettito erariale del territorio di competenza) consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

Tradotto: la Regione in teoria si arrangia con le entrate proprie e con la compartecipazione del gettito erariale. Poi può intervenire lo Stato e riversare alle Regioni delle risorse aggiuntive per tutta una serie di motivi tra i quali (vedasi testo in grassetto) anche il fatto che eventualmente le Regioni facciano più attività operativa del normale.

E se la Regione è più brava dello Stato e per fare le stesse attività spende meno, in linea di principio, i proventi di questo incremento di efficienza spettano alla Regione. Pretesa direi ragionevole, appunto in linea di principio. Poi nella pratica… come e chi stabilisce quanto deve valere la “remunerazione” dello Stato per il lavoro fatto al posto suo? La risposta dell’entourage di Zaia a questa domanda è po’ uno slogan un po’ una preghiera “i costi standard, non un euro più né uno meno”. In realtà sarà oggetto di una pura e dura negoziazione con lo Stato. Che, in un’ottica appunto negoziale, avrà interesse a concedere il meno possibile pretendendo il profit sharing (cioè spartirsi i benefici della maggiore efficienza: meccanismo oggi in essere per le società elettriche ad esempio). E tratterà da una posizione di forza: ha di fronte un Governatore che deve portare a casa la bandiera dell’autonomia e non può perdere la faccia: “vuoi tornare a casa e dire ai tuoi che hai ottenuto che la Regione farà questo e quello? Bene, allora abbassa le tue pretese!”.

Luca Zaia

Luca Zaia

Da qui si capisce quanto sciagurata sia stata la scelta di Zaia di indire questo referendum. Perché ci perdiamo in ogni caso: tanto più alta sarà la partecipazione, tanto più debole negozialmente sarà Zaia; mentre se l’affluenza sarà bassa (o addirittura non si raggiunge il quorum) il segnale politico sarà che ai Veneti non interessa l’autonomia e quindi il de prufundis su ogni futura sacrosanta richiesta di più equa distribuzione delle risorse. La Regione doveva attivarsi subito, come la Costituzione le consente e come saggiamente ha fatto l’Emilia Romagna. Oltretutto Zaia è stato eletto con un consenso altissimo e certo non ha mai fatto mistero delle sue tendenze autonomiste. Quindi politicamente il mandato ad agire lo aveva già avuto. Veramente un passo falso, su cui rischia la sua fine politica.

E gli starebbe bene.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.