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Siamo o non siamo una rivista che pomposamente si definisce di “cultura politica”?

Diamoci da fare allora, onoriamo il nostro sottotitolo e guardiamoci intorno in queste settimane, a Venezia, in Italia e fuori d’Italia. Guardiamoci intorno nella politica citando l’attualità solo per cominciare, senza poi ritornarci sopra che ne abbiamo abbastanza: in Italia e in città di fronte all’emergenza sanitaria la politica è in bilico tra sciacallaggio, tentazione troppo forte per taluni sempre ben individuabili, e tregua con fair play (“ per senso di responsabilità” – urca!). La circostanza è qui in realtà solo un pretesto per una domanda generale da ri-proporsi ancora una volta, una domanda “di pancia” non proprio di alta riflessione.  Ma allora veramente sempre “la politica è sangue e merda”?

La frase qui presa in prestito, divenuta celebre più di chi l’ha ideata e formulata, il politico socialista Rino Formica, ministro nel crepuscolo della Prima Repubblica, dice molte cose che possono filtrare i fatti di oggi e di ieri e darci una risposta soprattutto nei ricorrenti metodi della politica o delle loro intenzioni che possono essere anche diametralmente opposte. Se però la frase ha un senso e si indaga ci si accorge che non va attribuita solo alle settimane recenti ma a un ‘sempre’ storico ricorrente.

E’ difficile stabilire se chi l’ha formulata volesse fotografare una cruda verità con ‘vivo rammarico’ per ciò che era costretto a rilevare sognando una politica ‘diversa’, oppure prevalesse il cinismo di chi non solo l’accetta ma promuove, in nome di una non ben definita ragione superiore, proprio una politica che ha questo carattere indelebile perchè non può che avere questo. Sospetto per Formica quest’ultima ipotesi, che ha avuto in un suo sodale, il politico, anche lui socialista, Craxi un interprete perfetto, anche se non certo il solo.

D’altra parte Formica con la sua frase aveva fatto sintesi efficace di molti aforismi e detti sulla politica che in buona sostanza dicono in forme diverse la stessa cosa. E la stessa cosa della politica ha poi sempre pensato anche buona parte dell’opinione pubblica, non solo in Italia, influenzata da ciò che ne vedeva o da ciò che ne sentiva. Anche se, più che sanguinosa e merdosa, l’idea generale era che la politica fosse una cosa da maneggioni, astuti, approfittatori e ladri, e comunque semmai più merdosi che sanguinari. La cosiddetta antipolitica è maturata alla lunga come conseguenza di questo pensiero diffuso, intrisa tuttavia dello stesso sangue e della stessa merda della politica perché l’antipolitica ha sempre poi aspirato ad essere politica. Non solo oggi con i populismi italiani ed europei che conosciamo ma abbondantemente anche nel passato. Come ci insegna la storia del primo fascismo nato dall’antipolitica o nel secondo dopoguerra la piccola storia antipolitica del movimento “l’uomo qualunque”. Due esempi molto propensi soprattutto al sangue, biologico e reale il primo, molto più verbale e metaforico il secondo.

Questa dimensione horror della politica si è diffusa nel tempo come prassi costante accompagnata e giustificata da una retorica voluminosa nei secoli predemocratici ma mantenuta come binario parallelo anche ai tempi della democrazia fino ai nostri giorni. Moltissimi teorici, filosofi, pensatori di grande levatura, ispirati a un realismo più oggettivo dell’oggetto stesso, hanno steso veri e propri manifesti del “sangue e merda”, portandoli a livelli notevoli dell’elaborazione del pensiero, uno per tutti il cinquecentesco scrittore fiorentino Nicolò Macchiavelli. Per certi aspetti il filosofo ed economista Marx e il sociologo e filosofo Weber a modo loro hanno descritto uno scenario non dissimile per quanto giustificato da fini molto più elevati. Anche Macchiavelli ha giocato con il concetto dei ‘mezzi’ sempre da lodare se perseguono fini virtuosi, ma quantomeno non è che nel suo pensiero, che era meno ipocrita, i fini fossero tanto più elevati eticamente dei mezzi per perseguirli. Almeno in apparenza visto che i fini erano individuati come pura conquista del potere in politica, la virtù esplicita, il potere, dei fini ‘virtuosi’. In apparenza. Poi fini più alti si scoprivano tra le sue righe, ma molto tra le righe, come la conquista del potere si, ma per un’idea ben precisa di progresso e modernità applicata all’Italia con un’idea di stato moderno che la nostra landa stentava a raggiungere.

La prassi politica cruenta e un po’ schifosa sintetizzata da Formica con questi precedenti importanti è stata raccontata, testimoniata a volte rivendicata senza alcun pudore anche nella nostra contemporaneità come un dato di fatto che solo le anime belle non vedono e ha avuto nel politico democristiano Giulio Andreotti un altro interprete sottile. Quando citava volentieri, attribuendola alla politica e al suo modo di interpretarla, la frase di un celebre film americano degli anni ’70 circa il gioco duro dei duri, sanguinoso dunque; e quando, con un’espressione, questa proprio di suo conio, non faceva mistero dei vantaggi del ‘pensar male’ peccaminoso che sa scoprire e mettere a nudo la merda di certe situazioni pensando appunto male di chi vi è coinvolto, in politica ma non solo. Forse anche perché conosceva bene la propria praticandola quotidianamente.

Tutta qui la teorizzazione e la pratica della politica? No, questa è solo la politica versione uno.

Perché poi c’è la politica versione due, molto più teorica della prima, che sembrerebbe smentire Formica. Alla quale versione due si attribuiscono attributi sorprendentemente diversi e apparentemente inconciliabili con quelli della versione uno.

La versione due è una politica letteralmente sommersa da uno tsunami di retorica vaniloquente uguale e contraria alla prima. “Politica nobile arte”, “la si fa per passione disinteressata”, “la politica come militanza civile”, “la politica come servizio per gli altri” “mi presto alla politica per dovere”. E ancora “la politica ha a cuore il bene comune”, “la politica come dovere civico”. Un effluvio di dichiarazioni di principio sulla politica spesso per autodichiarazione di chi la sta facendo che ci spiega perché la fa e la vuol fare, forse per fugare sospetti di interessi (‘merdosi’) inconfessati. L’ispirazione cristiana di questa dimensione altruista è abbastanza evidente e tuttavia ha influenzato anche le aree ideologiche laiche, di sinistra e di destra che l’hanno presa in prestito volentieri e assimilata perché molto utile e facile da esprimere. Se si leggono per esempio i proclami del sacerdote politico Luigi Sturzo fondatore storico della politica cattolica moderna in Italia, la politica è costituita da una corona del rosario di comportamenti ispirati ad un’altissima eticità che seppelliscono l’interesse personale che proprio non deve assolutamente esserci a favore del bene comune. A margine si potrebbe osservare che il bene comune poi in politica si concretizzerebbe nello Stato che è invece un’istituzione che l’altruismo cattolico ha sempre fatto fatica ad accettare. A margine, lasciamo stare.

In definitiva nella politica due prevale un ‘libro Cuore’ di buone intenzioni che contrasta nettamente con la versione uno ma che si alterna gioiosamente con essa senza il minimo imbarazzo, a volte persino nelle stesse persone.

A cucire le due dimensioni nell’opinione corrente più colta e riflessiva con influenze anche più popolari sta la statura di chi fa politica.

Chi ha statura, nell’inconscio e nel conscio dei riflessivi, popolari e non, è capace di accettare il minimo sindacale del ‘sangue e merda’ ma di elevarlo fino a farlo scomparire con l’eticità del suo duro lavoro in politica, fatto di abnegazione, sacrificio e di preparazione solida di politico, che deve essere si navigato e competente, ma guardare lontano. Ai nostri tempi privi di esempi significativi al riguardo scatta allora la nostalgia per queste stature tramontate capaci di far bene contemporaneamente sia politica uno sia politica due e invocate continuamente come esempi che magari tornassero.  La nostalgia per l’alta statura, morale prima di tutto, in Italia è stata a lungo spartita quasi alla pari tra due figure che hanno travalicato il loro mondo di appartenenza. In area cattolica e in una generazione più anziana nostalgia per il democristiano e più volte primo ministro De Gasperi; nella cosiddetta sinistra – non tutta, una certa maggioritaria sinistra – in una generazione diciamo tra i sessanta e i novant’anni attuali nostalgia per il politico eurocomunista Berlinguer. Capaci e abili entrambi nella politica uno, anche se è chiaro che quella loro statura, che nell’opinione generale dei due mondi è ancora ritenuta elevatissima, viene considerata esemplare della politica due e solo di quella. E che dimostrerebbe che la politica due non è solo teorica e conclamata senza riscontri storici. Oibò.

Difficile districarsi tra le due politiche oggi e nel passato e capire quanto c’è in tutto ciò di costruito rispetto alla realtà. Ci aiuta poco anche la tradizione della politica democratica delle origini, in Europa e in occidente greca, che nelle sue pratiche e nelle sue teorizzazioni lasciava aperta la strada ad entrambe le dimensioni. A partire dalla citatissima definizione, molto adatta ai temi di maturità classica perché anch’essa con molta aura retorica attorno, del filosofo e matematico e tuttologo greco Aristotele, che attribuisce all’uomo una spiccata animalità politica. Naturale, sembrerebbe far sapere il filosofo. Con il che ci dice molto ma anche niente, lasciando aperte al libero arbitrio tutte le attuazioni.

O meglio la realtà ci racconta che la politica “nobile arte” restringendola al regime democratico applica alla lettera certi principi della democrazia che ruotano intorno all’idea del pensiero libero di individui e gruppi da contrapporre a quello, altrettanto libero, di chi la pensa diversamente; e ci si slancia a dire ‘diversamente’ perché rappresenta interessi diversi, che è giusto e ovvio che sian diversi e conflittuali. La dimensione democratica della politica si presenta quindi fieramente come un’alternativa al regime autoritario del pensiero unico, dell’unanimismo imposto e dell’azione liberticida che soffoca libertà di pensiero e interessi diversi. Tutte cose che vengono scacciate come un male assoluto antidemocratico. E per far questo accetta, anzi rivendica, la dialettica del pluralismo, altra prerogativa dipinta come nobile e socialmente arricchente e ritenuta irrinunciabile.

E come si manifesta il nobile pluralismo? Quasi sempre nella molto ma molto meno nobile faziosità dei punti di vista. Che hanno sempre la presunzione di essere oggettivi contraddicendo il fatto di essere uno dei tanti punti. Di vista. Da cui si vedono prospettive diverse e mai oggettive. Tanto è vero che il pluralismo dei punti di vista si organizza in partiti politici, adesso anche in movimenti che sono più fluidi ma in sostanza la stessa cosa, di fatto dei neo partiti. C’è sempre qualcuno che cerca di nobilitare la semantica del concetto di partito, attribuendogli il significato, assolutamente arbitrario, di ‘partecipazione’, mentre la sua stessa impietosa etimologia lo inchioda alla sua faziosità ontologica. Partito’ viene da ‘partire’ che vuole infatti dire ‘fare parti’ cioè ‘dividere’ oltre che il più scontato ‘esser di parte’: non c’è niente dunque di più divisivo e sanguinoso della politica basata sulla dialettica tra i partiti e nei partiti dove la lotta intestina in essi è la dimensione atomica di tutte le divisioni più grandi. Al di là della retorica, con la contrapposizione tra partiti e interpartitica sempre e comunque prevale la sanguinosità della politica che è di fatto una guerra civile permanente ammantata da nobili e vacue parole di pace. Come fa ‘bene comune’, sbandierato come alto valore e obiettivo politico, a stare insieme alla politica dei partiti che con la sua divisività insita nel termine stesso ne è l’esatto contrario? La politica cosiddetta democratica arriva infine alla ‘merdosità’ quando poi anzichè la battaglia in campo aperto usa i mezzi più scopertamente faziosi della guerriglia. Specula cioè senza ritegno sui fatti e sui misfatti dell’avversario; non solo per un più giustificato e comprensibile riflesso ‘pavloviano’ ma molto più spesso con piena contezza dice sempre bianco per principio quando l’altro dice nero; fa continua propaganda leggendo la realtà da un solo punto di vista e in conclusione inganna. Sempre. Sicuramente ne fa le spese la verità che in politica non esiste mai perché è sempre personalizzata, la ‘mia’ verità. Una verità esiste sempre in ogni cosa ma attraverso la politica faziosa della cosiddetta democrazia non la si conoscerà mai.

A chi credere? E credere per appartenenza che è un controsenso nei termini? E se anche appartenere, appartenere a chi se queste sono le appartenenze sul mercato?

Non sono molti quelli che riescono con obiettività e onestà intellettuale ad ammettere che la politica e la politica in regime democratico è questa e solo questa. Esserne consapevoli lascia intatte tutte le immense contraddizioni, non ne risolve una. Ma appunto le si conosce. E si percepisce fino in fondo il dramma della politica in democrazia che si fonda sulle sue negazioni.

Quantomeno questa politica in questa democrazia. Perché, sia ben chiaro, la ricerca di un’altra resta aperta e la talpa della storia continua a scavare senza posa. Diversamente avrebbe avuto ragione il filosofo e politologo tedesco Schmitt. Che facendo fermare lo scavo della storia di fronte a un “bene comune” condannato dal conflitto democratico e dallo scontro di interessi e partitocratico, la risolveva a favore del primo abolendo la democrazia e non se ne parla più. Troppo facile.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.