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l’articolo di Lorenzo Colovini sul destino di Azione di Calenda che appare in questa pagina, l’intervista a Claudia Mancina, apparsa in SoloRiformisti e di cui pubblichiamo la prima parte, rimandando poi alla lettura su quel giornale, stimolano la riflessione su un progetto politico che appare sempre più urgente. Quello sulla costituzione o ri-costituzione nel panorama politico italiano, ma mi pare anche europeo, del liberalismo democratico. A me piace chiamarlo così, perché è una definizione bastante. Dove anche lo stesso aggettivo “democratico” sarebbe un termine pleonastico, quasi una tautologia se insieme a “liberalismo”. Per ora lo si potrebbe definire “il terzo assente” o meglio ancora “il terzo perennemente assente”, se non fosse che la “terzietà” risulta riduttiva rispetto alla sua dimensione storica. E questo riduttivismo sta probabilmente alla radice di tutti i fallimenti di rappresentarlo.

Ed è paradossale perché il liberalismo democratico da una parte è l’ispiratore di tutte le democrazie moderne e delle loro Carte Costituzionali e dall’altra di tutti i partiti e i movimenti che hanno negli ultimi due secoli provato a proporre forme, anche antitetiche tra loro, di democrazia concreta e reale, a volte fallimentare, altre più riuscite. Dai partiti liberali classici presenti in ogni stato, che si sono autocollocati a destra, fino agli stessi partiti comunisti, passando per tutte le sfumature tra questi due estremi, compresi i partiti d’ispirazione confessionale: tutti hanno avuto una gemmazione nel pensiero liberale nato dall’illuminismo, anche quelli che poi, penso ai cattolici e ai comunisti, l’hanno declinato  con forme anche illiberali e opposte alla matrice originaria. Alcuni pesantemente illiberali, altri più moderatamente.

Non sfugge a questo riduttivismo neppure un politologo accorto e smaliziato come Ilvo Diamanti che su Repubblica della settimana scorsa http://www.demos.it/a01772.php limita questa assenza o inesistenza ad un problema del centro politico dell’arco parlamentare; lamentando che in tutte le scadenze elettorali che si ripresentano in Italia ( e non solo) ha pochi voti, sempre inesorabilmente inferiori o molto inferiori al 10%. Se va bene, si potrebbe aggiungere. Un ghetto ininfluente.

A parer mio se si vuole veramente ri-fondare il liberalismo democratico è necessario pensare ad uno scenario politico in cui si eliminano le posizioni spaziali storiche. Che invece Diamanti utilizza ancora perché, se si riferisce insistentemente a un ‘centro’, ragiona pur sempre con il binomio sinistra-destra in testa. Nell’intervista che pubblichiamo la stessa Mancina, che pure insiste anch’essa sulla necessità di un neo liberalismo, si arrampica un pò sugli specchi quando deve assegnargli un nome, proponendo un “liberalismo di sinistra”.

Ora io capisco bene che non è facile liberarsi di categorie che hanno un peso storico e che hanno svolto una loro funzione, capisco anche che non c’è ancora in campo qualcosa di delineato che ne possa fare a meno. Eppure resto convinto che una rifondazione liberale non possa prescindere dal superamento delle categorie storiche, per definire invece altre discriminanti identitarie. Nuove ma che riportano all’origine.

Potrà sembrare semplicistico, ancora più riduttivo, ai limiti dell’elementare, ma io credo che un discrimine stia semplicemente tra ciò che è liberale e ciò che non lo è.

Liberalismo versus illiberalismo. In questo schema si che mi sento “di parte” e accetto di schierarmi.

Per la buona ragione che il termine liberale è denso di contenuti anche nel presente. Contiene infatti: la partecipazione politica attraverso la rappresentanza, tutti i diritti di cittadinanza (tra questi la salute delle persone e dell’ambiente), la laicità, la solidarietà, il progresso e lo sviluppo tecnologico a favore della collettività, la giustizia sociale, il pluralismo culturale e sociale, la libertà d’impresa e di iniziativa se compatibile con gli interessi generali, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’internazionalismo e la mondialità. Ciò che è illiberale lo conosciamo bene, porta con sè opzioni e progetti che sistematicamente contraddicono tutti, uno per uno, quei contenuti. In primis sono illiberali tanto lo statalismo totalizzante nell’economia quanto il liberismo economico che subdolamente confonde le idee con quella radice comune. Può bastare?

Diamanti correda il suo articolo su Repubblica con un dato di cui tenere conto e che avrebbe potuto orientare il suo ragionamento, cosa che non è avvenuta: nel sondaggio un terzo abbondante dell’elettorato intende sottrarsi all’alternativa sinistra-destra, senza per questo essere o sentirsi di centro.

Si obietterà che l’unica esperienza concreta, a parole peraltro, di superamento delle categorie sinistra destra nel nostro paese è stata quella dei Cinque Stelle, che ne hanno fatto ad un certo punto persino un elemento identitario. E che però sta finendo male con il rientro di una parte dei loro elettori nei ranghi di una destra più riconoscibile, quella leghista. Quindi un precedente che sta esaurendosi in modo fallimentare. Va però detto che quell’identità di superamento delle categorie storiche è stata per ora declinata con la formula dell’antipolitica fondativa di quel movimento. Non c’è mai stata una controprova in cui c’è un’assunzione di responsabilità di una vasta forza politica in grado di fare proposte innovative richiamate a quei contenuti del liberalismo che ho cercato succintamente di riportare e che in esso trovi l’elemento identitario su cui fondare uno schieramento preciso.

Questa funzione avrebbe potuto svolgerla il Partito Democratico, che era nato per questo. E’ stato invece spinto dalla logica bipolare ad occupare uno spazio autopercepito di sinistra, e perciò non in contraddizione con il liberalismo, ma semplicemente parziale rispetto al liberalismo. E ha finito per accettare senza fantasia e passivamente quella collocazione che pure aveva eliminato, come precisa scelta politica, all’atto della sua fondazione. Perché la missione di una rifondazione liberale sarebbe stata la sua. Non l’ha svolta e il suo tempo mi pare ormai scaduto, quand’anche riprendesse questa funzione. Ormai nella mappa mentale degli elettori è collocato e parziale, qualunque contenuto mettesse in piazza. La sua non credibilità di immagine è più forte delle intenzioni e anche di una potenziale capacità di innovarsi sul fronte del liberalismo.

Neppure a questo punto mi pare possibile puntare per la rifondazione liberale sulla fusione o sulla somma delle siglette che occupano lo spazio tra il Pd e Forza Italia, un’ipotesi che invece prende in considerazione la Mancina. Mi sembra ancora più velleitaria. E non solo per la litigiosità tra questi nanetti, che di per sé sarebbe già un limite di partenza. Comunque una forza nata da queste somme e con quei protagonisti sarebbe inevitabilmente etichettata di centro, che in quanto tale abbiamo visto possedere uno scarso appeal tra gli elettori. E’ solo quell’inservibile oggetto dei desideri delle due aree che ora occupano i due contrapposti spazi politici e che vorrebbero conquistarlo per provare a vincere.

Per la rifondazione liberale ci vorrebbe, ma è solo un sogno di fantapolitica, una sorta di autoconvocazione di uomini liberi portatori di un’idea liberale in contemporanea all’autoscioglimento di tutte le espressioni politiche che maldestramente per una ragione o per l’altra vi si richiamano solo nominalmente. E che si sono, tutte, rivelate fallimentari, a cominciare dal proprio inadeguato personale politico. Infatti nella mia fantapolitica ci sarebbero dei leader inediti e nuovi capaci di essere portatori del verbo liberale, declinato, come si dice, a trecentosessanta gradi.

Continuando nel sogno vedo che questa leadership sappia svolgere egemonia sulla società, accogliendo pienamente nel proprio seno istanze e modalità che sono sempre state ritenute incompatibili, stato-mercato, pubblico-privato, solo per citarne alcuni, ma che il liberalismo in tutte le sue versioni è in grado di rendere compatibili, adeguando le scelte con flessibilità e pragmatismo. La capacità egemonica, che ha avuto nella storia d’Europa del dopoguerra esempi a cui richiamarsi, è fatta di congiunzioni, di eliminazione degli ‘aut aut’, lavorando sugli ‘et et’.

E se proprio vogliamo mantenere la dimensione spaziale a cui sembra nessuno voglia mai rinunciare, l’egemonia la svolge una forza politica pervasiva e dilatata nello spazio in tutte le direzioni. Esattamente l’opposto di ciò che è il centro politico ora, che è alla lettera quello che inesorabilmente gli assegna la geometria: un punto senza dimensione. E infatti è un luogo dove si operano opzioni illeggibili, all’insegna di un inutile “cerchiobottismo”, un espediente maldestro per provare ad esistere, ottenendo l’esatto contrario. Se il conflitto politico nasce dal conflitto sociale, una forza politica dilatata in tutte le direzioni, ispirata al liberalismo, guidata da leader di spessore, potrebbe essere in grado invece di proporre soluzioni che possono soddisfare tutte le istanze, anche le più contrapposte. E’ già successo. Con successo.

Ma l’ho detto, è un sogno.  

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.