By

Nelle prime due parti di questo viaggio abbiamo posto alcune basi utili all’elaborazione di un pensiero organizzato: il fine che perseguiamo, però, non è astratto ma concreto, perché la riflessione serve all’azione, a passare, appunto, dal dire al fare. In sostanza, il problema di fondo della politica italiana ed europea di ieri, di oggi ma speriamo non di domani.

Dopo aver visto che è indispensabile partire da alcuni principi fondamentali non negoziabili, un’ideologia o dottrina dunque, premessa per elaborare una strategia capace di produrre un piano generale adeguato a raggiungere i fini perseguiti, per trasformare idee ed aspirazioni in progetti, questi devono riuscire a rispondere a quattro domande iniziali: Cosa? Dove? Quando? Come? Solo a patto di trovare soluzioni soddisfacenti a tali quesiti le proposte su carta o digitale, fa lo stesso, hanno speranza di diventare qualcosa di più di sogni. Il punto di partenza per fornire delle risposte non può che essere il concetto di complessità, nel senso di reciproca interazione dei vari componenti fisici-economici-sociali, propria dei sistemi adattivi. Questi sono di tipo diverso, ma presentano la comune caratteristica di condividere all’interno sottosistemi, che possono interagire tra loro e si comprendono solo attraverso un esame globale e non riduzionistico: è necessario, cioè, calcolare e valutare tutte le reazioni dei singoli sottosistemi e delle relative interazioni. Tipici dei sistemi adattivi sono l’auto-organizzazione e il comportamento emergente. Il quale si manifesta quando le entità semplici che lo compongono mettono in atto, perché collettività, azioni e reazioni più articolate rispetto a quanto sarebbe prevedibile se fossero singole realtà isolate. Nel caso degli esseri umani, lo snodo è l’individuo. Non solo per la ragione che spetta a lui cercare di padroneggiare la propria vita, unica e irripetibile perché creazione dal nulla,, attraverso la leva della volontà, l’individuo, infatti, è sottosistema in sé e per accrescere le proprie potenzialità si aggrega ad altri in “comunità operative”, che si auto-organizzano e danno origine a comportamenti emergenti. Alla modalità collettiva di maggior successo, nel tempo e nello spazio globale del Pianeta, è stato dato il nome di Stato.

La complessità, dunque, riguarda l’intero spettro di ciò che interessa l’uomo, del tipicamente umano. In ogni sua forma, dal singolo a qualunque livello di aggregazione sociale. Dobbiamo tenerne conto per rispondere alle nostre quattro domande. Questa è la premessa. Non bisogna, infatti, nascondersi al riparo del generico, indicando solo vaghe mete lontane in grado di suscitare il favore universale. Un progetto serio compie delle scelte e queste, inevitabilmente, finiscono per scontentare qualcuno. Impossibile essere sempre tutti d’accordo quando gli interessi toccati sono molti e conflittuali. Alla domanda “cosa?” dunque si deve rispondere con un contenuto preciso e circonstanziato, dal quale derivino in maniera consequenziale gli altri tre. Le quali hanno pure bisogno di altrettanta chiarezza e precisione.

Non è certo casuale “dove”? perché non è indifferente il luogo in cui intendiamo applicare il nostro “cosa?” Cambia tutto, in realtà, mutando collocazione all’intervento previsto. Allo stesso modo il “quando”? La medesima risposta non avrà i medesimi effetti spostandosi lungo la linea temporale. Quella giusta nel momento e nel luogo A si può tramutare in errore, spesso fatale, nel punto e nel tempo B: cogliere l’attimo, scegliere l’ora, questo è il punto. Peccato che un dato tanto banale venga così spesso ignorato a causa dell’incapacità di valutare le conseguenze di un ritardo. Eppure, ogni giorno la cronaca ci fornisce esempi clamorosi dell’incapacità di agire al momento opportuno. Siamo il paese delle buone intenzioni, che restano incompiute. L’ultimo punto è il “come?” Forse il più trascurato. I programmi, specie politici, trasudano di piani meravigliosi, e grandiosi, che non spiegano mai quale strada si debba seguire per giungere all’obiettivo.

Per dare le risposte richieste non servono fenomeni, neppure Grandi Riforme epocali, Rivoluzioni votate a cambiare in modo radicale e per sempre strutture e modi di pensare. L’approccio davvero efficace sarebbe quello della buona piccola amministrazione quotidiana. È questa che fa davvero la differenza in un sistema complesso. Si arriva al paradosso che è preferibile una normativa peggiore, ma affidata a mani abili rispetto alla migliore legislazione possibile però applicata da personale incompetente o, come spesso accade, semplicemente corrotto. Non è certo un caso che qualunque osservatore indichi oggi nella Pubblica Amministrazione il problema baricentrico rispetto a ogni altro in Italia. Al pari di molti altri paesi, del resto.

Si tratta di una constatazione abbastanza ovvia: abbiamo perso un sacco di occasioni inseguendo la chimera di un colpo di bacchetta magica capace, dalla sera alla mattina, di cambiare direzione alla deriva nazionale. Su tale argomento si sono esercitati in tanti e molti hanno proposto i loro elisir miracolosi. Per anni in molti hanno creduto che la risposta si trovasse tra le pieghe di una qualche forma di federalismo, perché il “centralismo” era il male assoluto di cui soffriva la Pubblica Amministrazione italiana. La Pandemia del Covid-19, al contrario, ha esaltato l’efficacia di una risposta unitaria e ben diretta all’urgenza dei problemi, mettendo a nudo il dramma di una Sanità travolta dal modello decentrato applicato. Identica considerazione per la vicenda Mo.S.E. qua in Laguna: in balia della Regione è naufragato travolto da scandali e corruzione, riaffidato ai Provveditori inviati da Roma è improvvisamente risorto. Salvo tornare in cattive acque non appena questi non hanno più goduto dell’autorità necessaria.

Cosa? Dove? Quando? Come? Partiamo da qui, intanto, un passo alla volta e con molta pazienza: i prodigi non appartengono alla dimensione umana, meno che meno quando ci si muova senza seguire un filo logico coerentemente sviluppato. Occorre un pensiero, appunto, gli uomini o le donne della Provvidenza difficilmente centrano l’obiettivo. Non sul lungo periodo, almeno. La sfida della complessità ci attende.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.