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Trovo interessante l’articolo di Federico Oggian su LuminosiGiorni E’ il momento di uscire dalle ztl anche da quelle mentali .  Oggian ci parla di una tecnica, quella del Coaching, che potrebbe essere applicata all’attività politica; e basandosi su questo percorso di carattere metodologico, rivolge un invito, alla sinistra, ad uscire dalle zone ZTL cittadine, e contemporaneamente dalle ZTL mentali, per rinnovare o produrre esperienza, produrre empatia; va recuperato il linguaggio della gente comune:  “Trasmettere la propria missione, piuttosto che la propria identità”.

L’articolo tocca tante tematiche, ma come invito lo ritengo azzeccato. Anche perché l’empatia, la relazione positiva sono state caratteristiche della subcultura territoriale toscana (e di quella veneta), che ho sempre apprezzato. Soprattutto quando accorrevo ai vari Festival dell’Unità ad ascoltare i dibattiti tra esponenti di partiti diversi, e mi piaceva trovarci amici e colleghe di lavoro, che spendevano il loro tempo libero collaborando all’organizzazione.  

Ma non c’era solo l’empatia, nel mondo comunista. C’era il rovescio della medaglia, ovvero gli atteggiamenti settari e intolleranti di tanti militanti, e i sentimenti di odio. Fuori della risonanza ufficiale, soprattutto nell’ambito ridotto e più nascosto del luogo di lavoro (fabbrica, scuola, uffici) se ti contrapponevi o solo la pensavi diversamente, per parte dei militanti eri non solo da combattere, ma anche da distruggere, non valevano ragionamenti o dialettiche. E non erano episodi marginali.

Ma torniamo all’articolo, ed alla situazione attuale. Mi soffermo su alcuni punti.

L’invito è di cambiare l’approccio con i cittadini, adottare un modello di politica relazionale ed esperienziale, e su questo concordo pienamente. Ma ci sono vari elementi dell’articolo che andrebbero precisati. Si legge “Non puoi trasmettere ispirazione se parli solo dei fatti, se dimostri solo competenza descrivendo il cosa, devi essere in grado di trasmettere il perché…..”.  

Vorrei allora soffermarmi sul peso degli elementi “fattuali”, che dall’articolo mi sembrano ridimensionati.

Per ricorrere ad esempi fattuali, utilizzo il libro-inchiesta del giornalista David Allegranti, “Come si diventa leghisti”, del 2019, che parla di Pisa, per decenni di sinistra, passata al centrodestra. Il libro tratta anche del quartiere dove sono nato, dove ho parenti ed amici, e dove i cittadini per 70 anni hanno votato comunista, e quando erano scontenti del PCI-PDS-DS-PD, votavano Rifondazione Comunista. Alle ultime elezioni, il quartiere è passato alla Lega. Il fattore scatenante è stato il fenomeno migratorio. E’ un esempio di stampo localistico, però è emblematico.

Allegranti ha confezionato un reportage fatto di interviste, e fornisce una buona lettura per capire questo mutamento. Quello che emerge inequivocabilmente dai cittadini è il rifiuto della situazione di degrado in cui è precipitata la città.  

Qui accenno sommariamente ad alcuni fatti: alle risse violente tra gruppi di immigrati (c’è scappato il morto) per il controllo delle zone di spaccio; agli scippi ai cittadini, a volte con pestaggio annesso; alle pattuglie di carabinieri e finanzieri, durante controlli, accerchiate e costrette alla ritirata; alle strade vicino alla stazione e a quelle del centro storico trasformate, oltre che in zone di spaccio, in urinatoi. (Il gestore di un albergo” Non posso aprire la finestra al primo piano, sotto c’è una media di trenta pisciate al giorno”.)

Ad onor del vero, un contributo al degrado lo danno anche i nostri bravi studenti (e studentesse) universitari, ripresi dalle telecamere di sicurezza a urinare e vomitare davanti alle abitazioni, ai monumenti storici, alle chiese. E qui si apre un campo sterminato di meditazioni sull’educazione impartita; ma andiamo avanti.

In più occasioni gli intervistati si lamentano del fatto che gli spacciatori, arrestati, dopo poche ore ritornano tranquillamente in attività. Un fatto notevole che ha esasperato gli animi, nella provincia, è stata la competizione per l’assegnazione delle case popolari, in quanto con l’arrivo dei migranti è cambiata la graduatoria ed è saltata l’assegnazione a chi, cittadino italiano, da anni l’attendeva.

Questi sono fatti, ed evidentemente i perché della sinistra non sono stati convincenti.

In questi casi il risentimento, la spinta a cambiare sono la conseguenza delle scelte politiche della sinistra, e Salvini ne è stato il beneficiario.  

Passo sinteticamente ad alcune valutazioni personali.  Lo snobbare chi prova sentimenti di paura, o meglio di insicurezza, come viene fatto da buona parte della sinistra, ricambiando con il disinteresse o addirittura la derisione, è una manifestazione di alterigia, anche perché chi deride dovrebbe mostrare di non essere suggestionato dalla paura, di non avere cioè alcun timore, per esempio, a uscire di sera.  Invece, mi si permetta un po’ di ironia, non si vedono in giro la sera, nelle zone poco sicure, compagni e compagne intrepidi, a far mostra della loro sicurezza. In generale i cittadini, che siano di destra o di sinistra, sono piuttosto rintanati nelle loro case.

Esiste la paura, questa sì concreta, massiccia e preoccupante, che i cittadini hanno di scendere nelle posizioni della scala sociale, spesso acquisite con anni di sacrifici. A questa paura le risposte di tutta la politica mi sembrano alquanto inadeguate.

Un altro fenomeno, che interessa tutti i partiti e provoca insofferenza e astio tra i cittadini, consiste nelle pochissime possibilità di ascesa sociale attraverso il lavoro; nell’esistenza delle varie caste. E’ un vasto, diffuso e pesante elemento fattuale, quello della occupazione della cosa pubblica da parte dei partiti, è un fenomeno di lunga data, già operante ai tempi dell’empatia. Le assunzioni al lavoro di propri iscritti, da parte dei partiti, e l’imperare del familismo; se ne parla troppo poco, essendo considerata da più parti una prassi scontata, ma è un fattore potentemente negativo: è un elemento che soffoca la speranza. Nel caso della sinistra, questa prassi apporta un surplus negativo, in quanto rappresenta uno scostamento fattuale tra la proclamata per decenni “diversità” e la gestione concreta, disinvolta e talvolta illegale della cosa pubblica.

Nell’articolo di Oggian mi sembra di cogliere – se ho interpretato correttamente – una allusione all’idea che la razionalità sia di peculiare attribuzione alla sinistra, dei “progressisti”. Questa attribuzione la trovo azzardata. Non si tratta piuttosto di un residuo ideologico, un riflesso del ruolo leninista del partito, del ruolo delle sue élites-guida?

Faccio anch’io un invito alla sinistra, dato che di sinistra si sta parlando, ed è l’invito ad abbandonare il suprematismo intellettuale e morale che ha coltivato in questi decenni, e che è diventato un suo tratto identitario.

Recuperare l’empatia dunque, ma prima bisogna chiarire la linea da seguire, e pensare alle risposte da dare ai cittadini, sulle loro paure e sulle loro richieste.

Può essere attraverso il vituperato congresso,  oppure utilizzando la rete internet, però in maniera strutturata, organizzando i destinatari, ponendo domande precise e chiedendo risposte precise. Internet, ma non alla maniera del M5S.

Abbandonare l’aurea di superiorità, dicevo. Non conoscendo il Coaching, segnalo scritti per me interessanti: il libro di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”; e gli scritti di Luca Ricolfi, soprattutto il libro “Perchè siamo antipatici? la sinistra e il complesso dei migliori”.

Riguardo al caso di Pisa, penso comunque che alla prossima tornata elettorale la città tornerà alla sinistra, ed è probabile che varie altre città che hanno cambiato colore ritornino al colore “storico”, in tutto il Paese.

Questo perché un voto generato da motivazioni altamente emotive, un voto determinato in buona parte dalla rabbia e dal risentimento, provoca poi un ritorno di forte delusione, come del resto in buona parte sta succedendo.  Delusione che rischia di diventare endemica nelle varie tornate elettorali.

Personalmente, per le città, non mi dispiace una concezione dinamica della democrazia,  la possibilità cioè che una minoranza diventi alle successive elezioni una maggioranza, e viceversa; significa che l’elettorato cittadino svolge un ruolo attivo, di valutazione e di giudizio.

Solo che c’è un risvolto problematico: la velocità di cambiamento elettorale, se eccessiva ed altamente emotiva, rischia di trasformarsi in un aspetto patologico, di diventare cioè un indicatore di disperazione in seno all’elettorato.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ex consulente e manager aziendale, in aziende industriali e di servizi pubblici. Collaboratore di istituti universitari e enti di ricerca. Membro della Società Italiana di Studi Elettorali. Appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.