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17 Giugno 2025Tra le spigolature dei giornali ogni tanto nelle pagine interne compaiono notizie su ciò che si muove nel cosiddetto Terzo Polo in Italia. Poca roba, due colonnine al massimo, una volta o due alla settimana. Solo che recentemente l’osservatore attento con la lente d’ingrandimento, segnala che qualcosa impercettibilmente si sta muovendo in millimetrica controtendenza allo scellerato processo di autocastrazione che quest’area politica ha voluto darsi. Per esempio, recentemente la manifestazione per Gaza e Israele a Milano, ben distinta e autonoma da quella più schierata pro-Palestina di Roma.
Può bastare per certificare una reale controtendenza? Certo che no.
Ma il sismografo che è in me lo registra, sempre partendo dal presupposto, non so quanto realista, che l’area si ricostituisca rattoppando i cocci precedenti, nonostante il dato desolante di strategie diverse nelle alleanze da parte di tali residui cocci. So bene che, proprio per questo, ma non solo per questo, c’è chi scuote la testa davanti a tale ipotesi di rattoppo; e allora ci si rifugia su una prospettiva diversa, tutt’altra, una sorta di palingenesi generale, un ribaltone legato a una figura nuova, a un Papa Nero, che tuttavia per ora non si scorge all’orizzonte. In un editoriale di qualche settimana fa ho segnalato con altrettanta (flebile) speranza la costituzione del Circolo Matteotti, un ‘iniziativa nazionale che vede tra i partecipanti a titolo personale figure di tutti i partiti del Terzo Polo insieme ai riformisti del PD. Ma è un’iniziativa ‘culturale’, che mette le mani avanti rispetto alla prospettiva di una riaggregazione politica. Meglio di niente, ma ancora troppo poco.
Resta perciò il dato sempre attualissimo di un vuoto politico in Italia che non ha eguali in Europa. Lo dico chiaro e tondo: provo rabbia e impotenza. Avessi denaro sufficiente, molto più tempo a disposizione, minori vincoli esistenziali, più gente attorno a me, un’altra età e salute meno ballerina, andrei io personalmente a far qualcosa direttamente, non sto scherzando, non so cosa, ma qualcosa.
È drammaticamente assente nel nostro paese la rappresentanza di una tradizione politica, di un sentire politico che si rifà alla più schietta cultura democratica, quella senza altre etichette. Paradossalmente è una cultura politica che è prassi quotidiana nelle democrazie occidentali e permea di sé le loro Costituzioni, compresa quella italiana. Molti partiti hanno bisogno di Statuti specifici per definirsi e per esplicitare il loro obiettivo, mentre questo soggetto ‘terzo incomodo’ non ne avrebbe bisogno: La Costituzione della Repubblica Italiana è già il suo Statuto costitutivo, a tutto tondo, senza bisogno di altro. Ciò aumenta il paradosso dell’assenza, che nasce anche dalla consapevolezza che gli altri fronti politici, due o mille o quanti siano, interpretano in modo parziale, per non dire fazioso, il dettato costituzionale, di fatto non è pienamente il loro statuto.
Ripeto. È la constatazione di un paradosso. Il progetto democratico, nato da un’illuminazione che ha quasi tre secoli, risulta da una parte ancora incompiuto e dall’altra ha conosciuto una attuazione concreta e ormai duratura in non pochi paesi del mondo occidentale europeo ed extra europeo, certificato, appunto, dalle Costituzioni democratiche. E tuttavia il pensiero politico che dovrebbe rappresentare questa egemonia di fatto risulta negli stessi paesi più o meno minoritario, in Italia molto minoritario. Lo dice con chiarezza su questa stessa pagina Sergio Benvenuto in un illuminante articolo che invito tutti a leggere e di cui cito integralmente un passaggio chiave:
il paradosso (apparente) è che i partiti che rappresentano più puramente la realtà nella quale viviamo – il mondo liberal-democratico e capitalistico – sono rimasti sempre partiti “di nicchia”. Le forze politiche che di fatto hanno governato e governano i paesi plasmati dalla rivoluzione liberale sono quasi sempre non-liberali, o francamente anti-capitaliste.
Verità sacrosanta. Anche se va detto che In Europa la situazione è in parte diversa, perché quest’area ha una maggiore rappresentanza o dove non è forte ci sono partiti formalmente di impronta diversa, sulla carta di sinistra ma anche di una certa destra popolare – e in ciò contraddicendo in parte Benvenuto – come i Socialisti e i Popolari in Germania, in grado di assumerne i contenuti: La SPD, per capirci, non è il PD. Ci sono poi in Europa numeri lusinghieri di formazioni politiche esplicitamente liberaldemocratiche, c’è un 15% di Renew Europe nel Parlamento Europeo e il 20% di En Marche di Macron, in una situazione come quella francese simile a quella Italiana soprattutto nella radicalità degli estremi, che teoricamente non lascerebbe troppo margine. È realistico pensare che questa forchetta 15-20% sia un potenziale serbatoio di consenso di un’area libdem anche in Italia, se la rappresentanza fosse gestita al meglio, numeri che sarebbero determinanti in qualsiasi coalizione di governo. D’altra parte, i nostri eroi sono riusciti a buttare– e mi si scusi la franchezza – nella ‘tazza del cesso’ percentuali minori ma non distantissime da tale forchetta, ottenute da un partito persino un pò ‘bullizzato’ come Iniziativa Civica di Mario Monti, nato in tutta emergenza e fino ad ora mai più rimpiazzato. Altri anni, si dirà e, certo, i sistemi elettorali italiani sembrano fatti apposta per impedire una terzietà politica, ma questa è una ragione in più per costituirsi con forza e non rinunciare. C’è anche una battaglia sul fronte di una nuova legge elettorale più proporzionale da fare, se no chi la fa? Non certo i bipolaristi che ci tiranneggiano, che han tutto l’interesse contrario.
Proviamo a scuoterci almeno a livello locale, parliamoci, teniamoci pronti. Prepariamo i contenuti. Ho detto che la Costituzione Italiana è già per noi un manifesto, ma c’è la traduzione dei programmi cittadini e regionali che comunque vanno effettuati e c’è soprattutto un’immagine da rilanciare. L’Europeismo è importante ma non basta, anzi rischia di essere un attributo edulcorato e scontato come il ‘voler bene alla mamma’. E chi non le vuol bene?
Semmai a proposito del ritrovare e rilanciare un’immagine vorrei porre l’attenzione sulle etichettature che ormai, pur nell’assenza rappresentativa (cosa ancor più paradossale!), una posizione terzista si porta comunque sempre addosso quando se ne parla. C’è la necessità di togliersi di dosso queste definizioni che a mio modesto parere declassano e non valorizzano appieno tutte le potenzialità.
Tralascio di infierire sulla definizione di ‘terzietà’, vale a dire Terzo Polo, anche se pur essa parte dall’idea preconcetta che le appartenenze politiche debbano essere al massimo sempre e solo tre e non N, tanti quanti sono i pensieri umani. Per la fisima insita nella comunicazione, massmediatica, ma anche storica e saggistica, di accorpare le idee per analogie e presunta vicinanza, un’operazione artificiale che inevitabilmente riduce e confonde le differenze. Se le idee sono tali e definite sono tutte diverse dalle altre in egual misura e quindi non accostabili in insiemi più ampi. Ma passi per ‘Terzo Polo’, definizione stupida, ma tutto sommato innocua, anche se non se ne comprende la logica, se non quella bislacca che le altre due, quali che siano, abbiano una precedenza nella numerazione (cronologica? d’importanza? Di cosa?)
Invece una necessità impellente è allontanare o quantomeno limitare concettualmente la definizione di ‘centro’, proprio nei suoi riferimenti di contenuto politico.
Mi rendo conto che nel marketing elettorale questa elisione può suonare controproducente. Come una quota non indifferente di cittadini si sente di ‘sinistra’ o si ‘sente’ di destra, al di là della pertinenza e dell’ambiguità delle due definizioni, nello stesso modo c’è anche una porzione che si sente di ‘centro’ proprio nei termini dell’equidistanza. Farne a meno potrebbe voler dire perdere una visibilità di partenza che può essere efficace nella comunicazione e, come si dice, ‘non si butta via niente’. È però altrettanto vero che, a differenza delle altre due appartenenze, se si deve stare ai risultati del consenso, il sentirsi ‘di centro’, quantomeno nella versione laica attuale, risulta comunque costantemente minoritario. Perciò la perdita di un’etichetta così pilatesca può costituire nel dare e avere un valore aggiunto che compensa il deficit di comunicazione, se accompagnata da contenuti chiari e leggibili dall’elettorato.
Ma non è solo un fatto nominale. Centro è una definizione che evoca un’area politica priva di propria autonomia, se è vero che presume di riferirsi ad altri due punti precostituiti. Evoca infatti un’equidistanza che a sua volta è fuorviante. Per due ragioni. Vive di subordinazione, quasi di sottomissione a due aree che si autodefiniscono con termini, come sinistra e destra, in cui non solo è lecito non riconoscersi, ma la cui stessa definizione, se mai ha avuto senso, lo ha di molto perso oggi. Infatti, sempre più frequentemente si è assistito ad assunzioni di contenuti di sinistra e/o destra all’interno di entrambe, oppure contenuti comuni e condivisi in entrambe (vedi per esempio la attuale politica estera italiana e molto altro, con demagogia e populismo diffusi trasversalmente).
L’altra etichetta da togliersi di dosso è quella di ‘moderati’.
Il moderatismo è una postura politica che contiene anch’essa ambiguità e ambivalenze. Da una parte è una tautologia. La moderazione dovrebbe essere una virtù costante e generalizzata, se riferita alle relazioni, alla dialettica politica quotidiana, soprattutto per chi rappresenta l’istituzione e detiene il potere. La laicità stessa di sua natura è moderata. Il pragmatismo, il realismo ne sono dei complementi, dal momento che un politico è moderato nella misura in cui cerca sempre di porsi obiettivi effettivamente raggiungibili in una situazione data, secondo il motto che ‘il meglio è il peggior nemico del bene’ (e punta costantemente solo al bene). Va da sé che il meglio è invece la cifra del massimalismo di ogni epoca, anche l’attuale. Politicamente sterile.
Ma il moderatismo dello stile e del pragmatismo si accompagna costantemente alla radicalità su tutti i valori fondanti non negoziabili del ‘progetto democratico’. Per esempio, La tolleranza, valore principe del pensiero laico e valore di sua natura moderato, si nega radicalmente a chi fa abuso della libertà e limita e soverchia la libertà dell’altro o soprattutto dei tanti. Punto. Oppure se combatto il de-merito in ogni campo, dalla scuola al lavoro, radicalmente non lo tollero, per premiare con radicalità il suo contrario. Punto. E molto altro.
Si potrebbe continuare ma il concetto è chiaro.
Inoltre, un’aura moderata in politica possiede un’ulteriore fondamentale controindicazione, che vergherei sottolineata e in grassetto nel ‘bugiardello’ delle avvertenze del farmaco. Ed è questa. Storicamente i fronti politici percepiti come moderati, specie quando erano installati al potere o in procinto di esserlo, sono stati usati, loro malgrado e non necessariamente consenzienti, come rifugio di interessi sociali, politici ed economici conservatori, reazionari e/o affaristici, in Italia mafie incluse. Che li preferivano alle destre estreme troppo esposte o considerate deboli o semplicemente estranee al potere. Il moderatismo occultava molto meglio, specie se governava.
Scomodo la storia per capirci, e non sembri fuori luogo perché i ricorsi certificano la pertinenza dell’osservazione.
In piena Rivoluzione Francese gli ‘Indulgenti’ di Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins, che si opponevano, come dice la loro definizione così chiaramente ‘moderata’, alle forme estreme del terrore egualitario giacobino, sono stati ad un certo punto, loro malgrado, un potenziale riferimento per residui ceti nobili di ancien regime e reazionari in genere che pure Danton e Desmoulins avevano combattuto e continuavano a combattere.
Il russo Aleksandr Kerenskij, pur non avendo un vero partito di appartenenza (si diceva genericamente socialista, per altro rivoluzionario) nei suoi brevi cicli istituzionali e parlamentari che avevano preceduto la Rivoluzione Russa dell’ottobre ’17 che poi lo defenestrò, era stato fieramente avverso all’estremismo bolscevico, e perciò, nonostante il suo radicalismo democratico mai contraddetto fino alla fine, era stato percepito come ‘moderato’. Era tuttavia riuscito, con merito, a tenersi alla larga da sostenitori zaristi e reazionari, assenti nei governi di coalizione, ma non poté evitare che alcune potenze europee come Francia e Gran Bretagna contassero sul suo ‘moderatismo’ per bloccare l’esito rivoluzionario finale di matrice comunista e, forse, quel che è peggio, per restaurare lo zarismo stesso.
Per venire alla nostra Italia e ai tempi contemporanei che ci sono più familiari, nella fase in cui la destra missina era ancora impotabile per gli italiani, è accaduto al Partito Socialista Italiano di essere l’oggetto del desiderio di certo capitalismo rampante e illiberale e Berlusconi ne è stato l’esempio più evidente prima che si mettesse in proprio. Tra parentesi, in precedenza c’era stato poi il caso del PSDI, visto come versione moderata del sentimento di sinistra e sostenuto anche finanziariamente dagli USA e dalla CIA proprio per questo. Sono convinto che il ‘renzismo’ del PD, percepito come sinistra moderata, ad un certo punto sia stato, come si dice, attenzionato dai medesimi ceti e dalle medesime inclinazioni come potenziale attore di potere. Solo il ciclo troppo breve non ha consentito che certi matrimoni anche solo si proponessero, al di là del fatto che fossero o no graditi e accettati, perché si sa che le infiltrazioni sono silenti e anonime, anche se indesiderate.
Ma l’esempio principe e il più duraturo di moderatismo centrista dalla doppia faccia è stata la lunga egemonia democristiana, durata in Italia quasi 50 anni. La DC, partito della ricostruzione post-bellica, sicuramente con alcuni chiari valori genuinamente democratici (dichiarati e non sempre praticati) e soprattutto rappresentata da un certo numero di uomini specchiati sul piano morale e personale, a cominciare ovviamente dal suo segretario fondatore Alcide De Gasperi, possedeva un decisivo collante in più che invece mancava al moderatismo laico, giudicato meno affidabile per le sue venature un po’ troppo radicali. Vale a dire possedeva il collante del cattolicesimo tradizionalista ispirato alla dottrina sociale della Chiesa. Che sopiva il conflitto, risolveva la povertà con l’assistenza, richiamava ordine e sottomissione ed appariva perciò ideale come casa madre di chi, evitando di avventurarsi in una destra considerata tagliata fuori dal potere e perciò inutilizzabile, voleva gestire la ricostruzione e soprattutto il successivo boom economico senza lacci e lacciuoli di controllo, con spartizioni di potere e denaro. Il tutto all’ombra del ‘familismo a-morale’ italiano. De Gasperi aveva fatto a tempo a vedere e a capire, se non anche a volere tutto ciò? Secondo me sì, ma era un prezzo da pagare. E che prezzo, viste le conseguenze. E in ciò sta tutta la differenza con gli esempi precedenti che quelle ‘attenzioni’ invece avevano cercato meno o affatto e non erano comunque ‘organiche’ al loro progetto, come invece lo era per la DC.
D’altra parte, che ‘moderato’ sia un appellativo usato anche per mascherarsi lo dimostra l’appropriazione nominale del termine da parte di un partito che moderato non è per nulla, visto che sposa in pieno molte politiche di destra-destra, quello di Maurizio Lupi, a cui ad un certo punto aveva aderito un non-moderato per definizione come il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Basterebbe solo questo per attivare anticorpi alla definizione.
Il messaggio quindi credo sia chiaro. Guardarsi dal moderatismo come cifra di riconoscimento politico a tutto tondo, soprattutto dalla sua etichetta mass mediatica. L’abbinata con ‘centro’ poi può essere letale è uccidere il bambino nella culla.
Tutti questi discorsi possono apparire prematuri (qualcuno li direbbe oziosi o accademici o semplicemente inutili) in un panorama di stallo, dove lo stormire di qualche fronda di rimessa in moto del processo è ancora troppo debole. Eppure, ritengo che sia bene farli perché, se dovesse invece mettersi in moto un processo costituente di matrice liberaldemocratica, localmente e nazionalmente, iniziare con l’immagine più adeguata, un profilo alto, un orizzonte visibile significa partire con il piede giusto.
E al di là delle definizioni da togliere per sottrazioni, c’è bisogno ancora e sempre di contenuti da addizionare e cumulare.
Presto proporrò un glossario, un’agenda, un indice e chiederò ad amici e collaboratori di scriverci sopra pensieri e riflessioni.
Al lavoro, dunque. E insieme, perché da solo non vado da nessuna parte.



