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Ogni stagione elettorale somiglia ad una gara automobilistica di Formula 1: il sabato prima della sfida i piloti gareggiano per conquistare la qualificazione più favorevole alla partenza. Chi farà il tempo più veloce in pre-gara, partirà in pole position, davanti a tutti gli altri. Nelle elezioni, sono i partiti a scegliere chi correrà per i posti in palio. La selezione avviene in incontri per lo più opachi tra i dirigenti del club-partito. In sostanza le candidature sono scelte da e tra pochi intimi, dopo un’estenuante trattativa tra capipartito e correnti interne.
Gli italiani che hanno compreso fino in fondo la Costituzione del 1948, sanno che per le candidature il decisore di prima ed ultima istanza è (sarebbe) il cittadino, ma oggi non è esattamente così: tutti i partiti badano a non coinvolgere troppo la loro stessa base fin dalla fase di setaccio nella valutazione di chi aspira a candidarsi. Una volta sfornata la candidatura, gli elettori han facoltà di sceglierla recandosi alle urne oppure di esimersi. Gli uffici del Viminale registrano da decenni il calare dell’appeal di quanto preconfezionato dai partiti ma questi non se ne curano perché la legge non fissa una percentuale minima di partecipazione al voto. Basta una quota qualsiasi di cittadini in cabina elettorale ed ecco eletti parlamentari europei, nazionali, consiglieri regionali e comunali, presidenti e sindaci.
Solamente per i referendum esiste un quorum di partecipazione, indispensabile per la validità del voto: il 50% degli iscritti alle liste elettorali più uno.
Di recente in alcune elezioni regionali, la partecipazione è stata al di sotto di questa cifra! Peggio ancora in alcuni collegi elettorali deputati e senatori sono risultati eletti con meno del 20 % di elettori recatisi ai seggi. Partiti preoccupati? Forse, ma certamente non abbastanza perché l’attribuzione dei posti in ballo è comunque garantita, a prescindere dal tasso d’affluenza. Per memoria: nelle elezioni regionali venete del 1990, il tasso d’affluenza è stato del 91%, sceso nel 2020 al 61%. Tra pochi mesi l’adesione a questo passo fondamentale per la scelta del governo del Paese sarà, probabilmente ancora, in calo.
L’unico a preoccuparsene è il Presidente della Repubblica che nella ricorrenza del 25 Aprile, Festa della Liberazione dal nazi-fascismo, ha avvertito che senza partecipazione popolare siamo in una “democrazia a bassa intensità”. Ammonimento di scarsa presa sui professionisti della politica, almeno a vedere come si prepara il Veneto per le prossime elezioni regionali: esemplari in questo senso un paio di posizioni.
Il treno che passa una o più volte nella storia, l’agosto 2025 di Zaia e Martella
Prima, doverosamente, quella di Luca Zaia, governatore regionale fra i più apprezzati dagli italiani. La sua permanenza in carica è di lunga durata: il quinquennio da vicepresidente e i quindici anni da presidente, tranne un interludio ministeriale nel Governo Berlusconi quater tra 2008 e 2010. Egli, è stato un testimonial consolidato tra il brand, “Veneto una magia tra cielo, terra e mare” e il pubblico dei media, dei network in rete e dei cittadini votanti. Quest’ultima tipologia di utenti dal 2010 al 2025 lo ha sempre sostenuto e premiato nelle tornate elettorali, attribuendogli quasi un milione di preferenza personali. In questo prolungato periodo, Luca Zaia ha dimostrato un’abilità di informare, comunicare, veicolare sé stesso e il suo team, davvero eccezionale ed esemplare …sebbene secondo l’ultimo referto dei magistrati contabili sull’amministrazione regionale egli lasci in eredità pesanti fardelli: conti in rosso per la Pedemontana e per le Olimpiadi Cortina-Milano2026, liste d’attesa in sanità, polveri sottili che fanno male alla salute in diverse aree urbane e pesante consumo di suolo. Tranne queste “minuzie”, tutto il resto è andato alla grande, una messe di successi. Tuttavia, in questo rigoglioso panorama fiorito resta ostinatamente una pianta seccata e pungente.
La ragione dell’arrivo a Palazzo Balbi del quarant’enne presidente della Provincia di Treviso e dello sbarco in forze della Lega in giunta, erano stati motivati da una bandiera da issare su tutti i campanili veneti, si andava all’assalto di “Roma ladrona”; per diventare “paroni a casa nostra”. In realtà, trascorsi cinque lustri, i leghisti si sono acquietati e “divanati”; e i proclami degli inizi sono diventati brochure da distribuire ai gazebo per distrarre dalla sconfitta clamorosa sul fronte dell’ “Autonomia”. Da qui la furbata, l’ennesima. Cosa fare per riempire il vuoto del niente portato a casa? Il creativo Luca Zaia, davanti all’orizzonte ferragostano, lancia dunque un appello al Governo per estendere lo stesso riconoscimento di Roma Capitale, (già c.d. ladrona) a Venezia quale città-stato con poteri specialissimi. Lui l’ha pure definita “museo a cielo aperto” e “unicum mondiale”. Chissà se i residuali e resistenti abitanti del centro storico, oramai poco più di 48mila anime, saranno contenti di essere stati qualificati custodi/uscieri/interpreti dei musei “honoris causa” e al tempo stesso investiti di tanta responsabilità e potere, ma possiamo tranquillizzarli: nulla di quanto richiesto da Zaia sarà dato, l’accorato invito sarà archiviato, come del resto anche i precedenti.
Del resto, lo stesso Governatore in uscita assieme al “suo” Consiglio Regionale aveva ben titolo ad approvare una proposta di legge su misura per Venezia-Città Stato. A dir il vero, il Governatore, persona diligente e seria, è stato assicurato dal Consiglio di Stato che la data ultima del voto per il rinnovo del Consiglio Regionale e della Presidenza del Veneto è domenica 23 novembre, di conseguenza l’Assemblea di Palazzo Ferro Fini può ancora ben legiferare una proposta di legge per la ventilata “Città-Stato di Venezia”. Anzi, questo Consiglio Regionale può ancora farlo dal 20 agosto al 23 settembre. Troppo comodo pensare che basti esternare questo auspicio sul Corriere della Sera e sul Sole 24 ore, come si è limitato a fare Zaia, perché sia poi Giorgia Meloni a sbrogliare la matassa pur essendo il Presidente del Consiglio certamente consapevole che in Europa, il concetto di città-stato riguarda entità urbane che godono di un alto grado di autonomia politica, spesso con status costituzionale speciale o sovranità statale. Alcune sono veri e propri stati sovrani, altre hanno uno statuto speciale all’interno di uno stato più ampio.
La prima categoria. Le città-stato indipendenti e sovrane che coincidono con una città sono solo un paio di principati, quello di Monaco, monarchie costituzionali e paradisi fiscali, San Marino, la repubblica più antica (che nel 1944 dichiarò Guerra alla Germania e Hitler se ne ebbe certamente a male) e il Vaticano, monarchia assoluta teocratica con il Papa Capo di Stato.
La seconda tipologia di “Città-Stato” comprende quelle che hanno uno statuto speciale all’interno di uno stato più ampio: Amburgo, Berlino e Brema in Germania, San Pietroburgo, in Russia , in Austria Vienna capitale e infine, Bruxelles capitale del Belgio quale , regione autonoma e bilingue. Tutte queste sono città-stato federate all’interno di una federazione. Per capirci. La federazione (o stato federale) è un’unione di stati o regioni che mantengono una forte autonomia. È, quindi, la costituzione federale che stabilisce la divisione dei poteri tra: governo centrale (federale) e governi locali (stati o regioni federati).
Ecco noi siamo davvero contenti che il Presidente prima di andarsene, abbia riscoperto le sue origini per un “Veneto indipendente e sovrano” e dal mese di agosto perfino “Venezia Città-Stato“ ! Va da sé che la Repubblica Italiana-Stato Unitario va trasformata, in tempi brevi in quanto tanto tempo è stato perso, da quando 164 anni si smarriva la buona via del federalismo indicata da Carlo Cattaneo. Gli consiglieremmo innanzitutto di chiedere al Governo l’abrogazione della Legge Calderoli. A settembre saranno demandate in sede periferica le prime tre materie no-LEP. In realtà tale devoluzione regredisce l’autonomia regionale agli anni Settanta del secolo scorso, quando le funzioni erano trasferite: senza soldi, senza personale, senza prestazioni minime da garantire al cittadino. Per la proposta di legge da spedire a Roma entro il 23 settembre l’ufficio legislativo di Palazzo Ferro-Fini è certamente ben attrezzato per l’incarico da svolgere.
Tuttavia, non possiamo esimerci da ricordare tutto il tempo e le opportunità lasciate da chi ha comandato il Veneto negli ultimi vent’anni, Luca Zaia, con Lega, Fratelli d’Italia (già A.N.) e Forza Italia. Al Governatore in uscita che parla di “un treno che passa una sola volta nella vita” vogliamo ricordare che quel treno lui lo ha mancato un paio di volte. La prima, quando era ministro nel Governo Berlusconi quater (2008/2011), la seconda quando gli era stato offerta dal Governo Gentiloni nel 2017 qualcuna delle 13 materie dell’Autonomia Differenziata e non ne ha portato a casa alcuna.
Nel campo degli assedianti, fuori delle mura zaiane, abbiamo letto la proposta del senatore Andrea Martella del Partito Democratico e non ci pare che si tratti di un gran Cavallo di Troia. La novità è che si tratta di un disegno di legge costituzionale. Si sa, ogni parlamentare ha facoltà e titolo per una proposta e tuttavia la possibilità che quella scritta si trasformi in ciò che afferma è pari allo zero virgola. Ci sembra che manchino i presupposti e le percorribilità politiche di contesto.
In particolare, stupisce che si intenda attribuire al Comune di Venezia (realtà assi più vasta la cui corrispondenza con le necessità della città storica è stata assai messa in discussione) ben 11 delle 23 materie, da assegnare secondo l’Autonomia Differenziata alle regioni ordinarie. Una previsione normativa contradditoria in radice con il vigente palinsesto costituzionale, Titolo V. È questo un particolare non trascurabile per tutta la coalizione che- contemporaneamente- candidava Giovanni Manildo alla presidenza di una regione integra e non priva, in ipotesi, del capoluogo, città, unicum, irripetibile, senza pari nel mondo!
In terraferma, un quotidiano online, Vicenza Più, ha semplicemente titolato la notizia “Andrea Martella (PD) fa i primi passi da candidato sindaco: in Senato suo disegno di legge per uno statuto speciale per Venezia .
Stiamo pure tranquilli tutti, i politici veneti sono persone simpatiche e ci lasciano i loro pensieri anche per l’estate. Alla ripresa autunnale, tutto sarà dimenticato e insabbiato. Da parte nostra prossimamente una proposta per Venezia-Unicum nel frattempo buone ferie!
Da BELLUNO PRESS



