
Il dilemma dei riformisti
1 Settembre 2025
Mi piace! (Me l’ha detto l’influencer. E io glielo ridico con il “like”)
3 Settembre 2025Venezia non muore d’acqua, muore di selfie, non affonda, galleggia in un brodo tossico di trolley, spritz da 9 euro e gondole usate come stativi per i video TikTok. Altro che Serenissima, ormai è un Luna Park a cielo aperto. Solo che a Disneyland le mascotte non scappano via, mentre qui i residenti sì.
L’imbuto di San Marco
Il problema non è che ci sono troppi turisti. Il problema è che stanno tutti nello stesso punto, come sardine attorno a Rialto e Piazza San Marco. L’area marciana è diventata un cimitero della spontaneità, milioni di persone che fanno la stessa foto nello stesso angolo, come se fosse un rito voodoo del turismo.
Ad Amsterdam almeno hanno avuto un’idea: Piazza Dam è affollata, ma poi ti avviano su percorsi a musei, quartieri caratteristici, attrazioni diffuse. A Venezia no: la laguna come vetrina, la terraferma come discarica. Urbanistica da premio Attila.
Il Mose e l’illusione del salvataggio
Almeno una cosa funziona: il Mose. Una serie di moduli che fanno da paratia, non una navicella spaziale, ma tiene l’acqua fuori per ora. Ironia della sorte: l’opera simbolo di tangenti e scandali è l’unica barriera che regge. Tutto il resto – politica, urbanistica, idee – è rimasto a mollo.
Venezia 2.0: il manuale per turisti zombie
Smettiamola con le elemosine da “tassa turistica”, serve visione del paradosso, una prospettiva delirante come piano per i nuovi turisti – zombie.
- Digital Twin: Venezia clonata in realtà aumentata. Il turista non la calpesta, ci cammina sopra in VR. San Marco lo guardi col visore, e almeno così non lasci mozziconi. Perché se l’unico obiettivo è farsi un selfie uguale a quello di altri tre milioni di cloni con i bastoncini da trekking, cappellino, zainetto e panini portati da casa, non serve la città vera, basta il simulatore. Ti recapitiamo pure i gadget a casa: un cappello da gondoliere taroccato, una gondola di plastica, e un manifesto a sfondo verde con il Ponte di Rialto. Oppure entri in un portale e generi automaticamente la tua foto “a Venezia”. Già oggi c’è chi va nei ristoranti di lusso, scatta la foto e se ne va senza ordinare. Gente che finge Maldive in piscina gonfiabile. Perché non anche Venezia in jpeg?
- Mestre Reality Park: basta dormitorio, la rilanciamo come hub digitale globale, coworking con vista tangenziale, street food fusion in piazzale Cialdini, esperienze immersive dove puoi “sentirti un veneziano vero” senza mai aver visto la Laguna. Biglietto ridotto se porti il trolley.
- Marghera District: da polo industriale a Burning Man permanente. Capannoni abbandonati trasformati in rave digitali, installazioni VR, fuochi d’artificio h24. La Laguna vera te la sogni, la Laguna finta la balli. Se ti ubriachi nessuno se ne accorge, sembri un’opera d’arte contemporanea.
- Mobilità predittiva: vaporetti e autobus gestiti da IA che ti portano dove non volevi andare. Volevi Rialto? Ti ritrovi a Sant’Elena. Volevi San Marco? Buona permanenza a Fusina. Sei in fila per raggiungere Piazzale Roma, buona passeggiata a Ca’ Emiliani. Così almeno i flussi si spalmano su tutto il territorio. Bonus track: gondole a guida autonoma, che ti lasciano direttamente in barena se rompi troppo le scatole.
- Architettura narrativa: la città che parla. Muri che ti insultano in veneziano se ti piazzi a fare i tuoi bisogni o lasci rifiuti, calli che ti leggono la storia di quei luoghi mentre cammini, installazioni sonore che ti ricordano che non sei speciale, sei l’ennesimo turista del nulla e devi portare rispetto.
Il turista zombie
Il turista oggi è uno zombie col cellulare, cammina a testa bassa, sbava dati, divora spazio vitale. Non guarda i monumenti e la Laguna, guarda il filtro Valencia. Non ascolta il gondoliere, ascolta Spotify. Non cerca la Città, cerca il wi-fi. È un morto vivente in ciabatte e infradito, che paga 300 euro di hotel e poi si scandalizza del caffè a 5 euro in Piazza San Marco.
Dal selfie al superamento del “nulla”
Venezia non la salvi con la nostalgia, quella è già morta, calpestata dalle ciabatte e i cappellini souvenir. La salvi se la trasformi nel più grande laboratorio urbano del mondo. Non “meno turisti”, ma turisti meglio indirizzati: orientati su percorsi più ampi, assistiti da informazioni puntuali, gestiti da tecnologie che li obblighino a guardare oltre il consumo effimero della Città e dei suoi monumenti principali, per andare oltre, per vivere Venezia non come mera cartolina.
La verità è che non è Venezia ad avere un problema con i turisti. È l’umanità nel suo attuale sviluppo della Civiltà ad avere un problema con sé stessa, non sa più viaggiare per capire, apprendere e scambiare esperienze. Si viaggia per mostrarsi, per apparire e non per scoprire, per certificarsi, non per capire. Non si guarda più il paesaggio, lo si usa come sfondo.
E Venezia è lo specchio perfetto. Guardandola non vedi più la sua Civiltà, la sua Arte, la sua Storia, la sua vita quotidiana, vedi solo la scena del rituale dei selfie in Piazza San Marco e degli affacci dal Ponte di Rialto, dimostrazione palese dell’incapacità di vivere la Città trasformandone l’essenza e il contenuto. Una città che è sorta dal fango per assurgere a potenza millenaria, ricca di bellezza e di vita ora rischia di diventare il più grande necroparco del narcisismo globale; la città più fotografata del pianeta, ma anche la più svuotata di residenti, un selfie collettivo del nulla.



