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2 Febbraio 2026Venezia ha bisogno di una discontinuità vera: il cambiamento non nasce dal ricollocamento
Perché il futuro della città non può essere affidato alle stesse logiche di sempre. Venezia ha bisogno di una guida civica, autonoma e finalmente libera dal passato.
Nel dibattito pubblico veneziano torna spesso un’idea rassicurante: che per uscire dalla crisi basti riorganizzare il campo, costruire una nuova alleanza politica, ricomporre frammenti noti sotto un progetto aggiornato. È un’idea comprensibile, perché evita strappi e promette stabilità. Ma è anche un’idea che, a Venezia, ha smesso da tempo di funzionare.
La crisi della città non nasce oggi e non è imputabile a una sola parte politica. È una crisi stratificata, che attraversa amministrazioni diverse e stagioni differenti, e che ha prodotto un effetto ormai evidente: la perdita di fiducia dei cittadini nella politica sia come strumento di gestione della cosa pubblica che come strumento di cambiamento reale.
In questo senso, l’attuale amministrazione di centrodestra è stata una rottura solo apparente. Più che un’inversione di rotta, è l’esito di un progressivo svuotamento del rapporto tra istituzioni e città.
Ma sarebbe un errore altrettanto grave pensare che il problema riguardi solo chi governa oggi. Le passate amministrazioni di centrosinistra, pur con differenze interne e risultati non omogenei, non sono riuscite a spezzare un modello di governo che ha privilegiato la gestione dell’esistente rispetto alla costruzione di una visione lunga, capace di guardare al futuro della città e delle nuove generazioni più che alle contingenze del presente. Troppe volte le ambizioni sulla carta si sono tradotte in un equilibrio tra interessi consolidati che ha indebolito la centralità dell’interesse pubblico, rendendo più difficile sia decidere per la città sia garantire una gestione solida e lungimirante del bilancio.
Per questo oggi Venezia non ha bisogno dell’ennesimo contenitore politico, ma di una discontinuità autentica. Non gridata, non ideologica, ma riconoscibile e credibile.
La prima forma di discontinuità riguarda le persone. Venezia ha bisogno di un sindaco civico nel senso più sostanziale del termine: una figura autonoma, non espressione di apparati, non frutto di compensazioni tra gruppi dirigenti, capace di assumere decisioni nell’interesse generale senza i conflitti di interessi che gravano oggi sulla città e i senza conflitti di disinteressi che l’hanno immobilizzata ieri, libera tanto da condizionamenti privati quanto da appartenenze che paralizzano. Non legata a stagioni amministrative già consumate. Una persona che non debba difendere decisioni prese ieri, né rassicurare equilibri costruiti altrove.
In questo quadro, l’idea che il futuro della città possa essere affidato ancora a chi ha già fatto parte di precedenti giunte – indipendentemente dal colore politico – appare sempre meno convincente. Non per una questione morale o generazionale, ma per una ragione semplice: Venezia ha bisogno di uno sguardo libero, non condizionato da appartenenze pregresse e da responsabilità accumulate.
Se poi questo sguardo fosse forte di una storia professionale e civica solida e riconoscibile, fosse magari pure femminile, allora il segnale sarebbe ancora più forte. Non come operazione simbolica, ma come scelta politica precisa: indicare che la città vuole uscire da un ciclo e aprirne uno nuovo, senza nostalgie e senza automatismi.
La discontinuità, però, non riguarda solo chi guida. Riguarda anche il metodo. Oggi si parla molto di “centro”, come spazio da ricostruire o da presidiare. Ma il centro, se non cambia radicalmente modo di operare, rischia di diventare semplicemente il luogo in cui si ricolloca la vecchia politica quando perde consenso altrove. Un centro che si limita a ridefinire confini e sigle non risponde alla domanda vera che arriva dalla città.
La domanda vera è un’altra: come si ricostruisce un rapporto di fiducia con una comunità che si è progressivamente ritirata dalla partecipazione? Come si parla a chi non vota più, a chi non si riconosce nei blocchi contrapposti, a chi non vuole scegliere tra continuità travestite da novità, a chi non si accontenta del meno peggio?
Un progetto civico credibile non nasce da una sommatoria di esperienze passate, ma da una scelta di sottrazione: sottrarre ambiguità, sottrarre personalismi logori, sottrarre l’idea che tutto possa risolversi con un nuovo equilibrio tra i soliti noti. Significa avere il coraggio di dire che questa volta non si faranno apparentamenti rassicuranti, non si distribuiranno ruoli per quieto vivere, non si chiederà alla città un atto di fiducia “ancora una volta”.
Venezia ha già sperimentato cosa succede quando il cambiamento viene promesso ma non praticato. Oggi chiede qualcosa di diverso: chiarezza, libertà, responsabilità. Chiede una guida che non rappresenti una parte che si riorganizza, ma una città che vuole finalmente ripensarsi.
Non una nuova casa per la politica, ma una porta aperta sul futuro. Una fondamenta solida di discontinuità.



