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25 Febbraio 2026Il paese perfetto non esiste, si sa. Ma narra la favola che c’era una volta un paese fatto nel modo che segue.
C’era una volta un paese in cui la criminalità era quasi inesistente e si poteva girare per le strade di giorno e di notte, a qualunque ora, a piedi o in bicicletta. Le donne andavano in giro sicure. Basti dire che il grado di fiducia negli altri era tale che le giovani coppie, entrando in un bar, erano use parcheggiare all’esterno del locale le carrozzine coi loro neonati, sicure di non correre rischi.
C’era una volta un paese in cui le pratiche burocratiche di qualsivoglia ordine e tipo si potevano tutte evadere utilizzando un unico tesserino recante il codice fiscale del cittadino ed altri codici, il che consentiva l’accesso ad un unico portale “user friendly”, al fine di dichiarare redditi, pagare tasse, operare in “home banking”, accedere al proprio profilo sanitario, prenotare visite mediche e via di questo passo. Un’unica, uniforme e facile interfaccia per tutti i cittadini, stranieri compresi.
C’era una volta un paese in cui per il lavoro vigeva la cosiddetta “flex sicurity”. Quasi niente disoccupazione. Trovare lavoro (sempre e rigorosamente a tempo indeterminato, si badi) era assai facile perché le imprese potevano assumere facilmente ma altrettanto facilmente potevano licenziare (costrette a ciò, per esempio, da una contrazione degli giro d’affari): sì, potevano licenziare, perché era lo stato (cioè la collettività) a farsi carico dei licenziati, con sussidi capaci di garantire un dignitoso tenore di vita, fino a quando, di solito in breve tempo e facilmente, il lavoratore non trovava una nuova occupazione. Licenziare non faceva paura ai datori di lavoro. Perdere il posto non spaventava i lavoratori. Le tutele per tutti non mancavano e le occasioni nemmeno, anche per i giovani studenti.
C’era una volta un paese in cui si lavorava il giusto, con orari contenuti e anche flessibili, perché il giusto è avere anche tempo per sé, per l’amicizia, per lo svago, per la propria famiglia, il proprio spirito, i propri sogni. C’era un paese in cui la flessibilità dello “smart working” era diffusa da ben prima della pandemia del covid e si poteva poi alternare con facilità lavoro a distanza e lavoro in presenza. C’era un paese senza “divise” e cravatte sul luogo di lavoro e nelle cui aziende le distanze tra dipendenti e dirigenti, tra subordinati e titolari d’impresa non erano vertiginose né come reddito né come rapporti umani, e qualunque lavoratore poteva facilmente conferire con i dirigenti dell’impresa: ci si dava abitualmente del tu e l’amicizia era possibile e frequente anche tra i capi e le ultime ruote del carro.
C’era un paese in cui uomini e donne lavoravano a casa e fuori casa allo stesso modo e in cui anche i padri e non solo le madri potevano facilmente ottenere permessi domestici per la cura della prole, senza differenze e privilegi in base al sesso. Anche se puta caso il padre era un dirigente nella sua azienda e la madre lavorava come dipendente in un’altra azienda. O viceversa.
C’era un paese in cui la sanità e l’istruzione erano interamente (dicesi interamente) gratuite e a carico dello stato (cioè della collettività) per tutti i cittadini. Niente ticket da pagare in ospedale o per analisi e visite mediche, comprese quelle di controllo e prevenzione. Era un paese in cui perfino l’università era completamente gratuita, anzi, ogni studente riceveva dallo stato un congruo sussidio pubblico e magari facilmente trovava un lavoro part-time per permettersi un affitto ed uscire di casa a 19 anni, già durante il corso degli studi.
Certo, in questo paese le tasse per cittadini erano un po’ più alte che altrove, ma l’evasione fiscale era quasi sconosciuta e il maggior peso delle imposte dirette era ampiamente ripagato, per i cittadini, dai benefici sociali di cui tutti godevano: ciascuno pagava volentieri il proprio con-tributo perché ogni cittadino sperimentava poi quotidianamente che cosa vuol dire uno stato che ti è amico e ti sostiene, e perché sapeva che, in caso di bisogno e di difficoltà, non sarebbe rimasto a piedi, non sarebbe stata abbandonato dalla collettività alle proprie sciagure o alla miseria.
C’era una volta un paese fatto così. E c’è ancora questo paese. Questo paese, lo avrete capito, risponde al nome di Danimarca. Che, come è noto a chiunque, si trova nella cosiddetta vecchia Europa. Il paese perfetto, si capisce, non esiste e, va da sé, anche la Danimarca ha i suoi difetti e magari anche qualche colpa storica. Però non è a questo che ora pensiamo. Vogliamo dire che esiste davvero, che è possibile sul serio il cosiddetto “welfare state”: lo stato dello stare (fare) bene (well), cioè del benessere materiale e morale. Ed è sicuramente questo tipo di stato, che accompagna i suoi cittadini dalla culla alla tomba, è, questo tipo di stato, il punto più alto che sia riuscita ad esprimere nella storia (per quel che ne sappiamo) la cosiddetta democrazia.
Diciamo “cosiddetta” perché, si sa, democrazia è solo una parola. Bisogna poi vedere da quali contenuti reali è riempita questa parola. Tanto per fare un esempio a caso, per quanto tempo gli Stati Uniti d’America sono stati spacciati come la più “grande” democrazia dell’Occidente, se non del mondo? Ma è proprio così? Ci pare che oggi si possa dire che sia così? Oggi che la parola democrazia si usa anche per il sanguinario e coloniale governo d’Israele? Oggi che, in era “trumpiana”, il mondo sta andando in direzione eguale e contraria a quella descritta più sopra? Non ci pare proprio che oggi le cose stiano così.
Oggi che il mondo pare stia precipitando di nuovo completamente nel vortice dell’arroganza e della prevaricazione, del sopruso e della violenza; oggi che questo mondo “trumpiano” (ma ciò vale, a onore del vero, anche per le altre grandi autocrazie, gli imperi russo e cinese) sta rapidamente sprofondando e disgregandosi nella legge del più forte, senza più limiti, nel dispregio dei diritti dei singoli e delle genti. Oggi che in men che non si dica ci stiamo trovando ad essere risucchiati in questo baratro di regresso. Oggi che i venti di guerra mondiale hanno ripreso a soffiare nell’orizzonte della specie umana. Oggi che tutto questo retromarcia di civiltà è uno stillicidio talmente rapido che increduli ce ne avvediamo a stento.
Ma allo stesso tempo il famoso “bicchiere mezzo pieno” ci conforta e c’induce a dire che, tuttavia, è possibile. Non tutto forse è perduto. È possibile davvero che uno stato e una società siano fatti nel modo che abbiamo detto prima. È possibile che il mondo vada in quell’altra direzione. È possibile (anche se ahinoi non sembra più tanto probabile) che almeno l’Europa finalmente ritrovi una sua dignità ed unità. È possibile lavorare ancora per questa grande speranza dell’età moderna, per quel sogno di civiltà che si era andato concretizzando negli ultimi 80 anni dopo la seconda guerra mondiale. Almeno nella parte del mondo in cui viviamo. È forse possibile ancora che il mondo torni sui binari giusti a procedere nella direzione della favola bella che abbiamo raccontato fin qui…



