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14 Giugno 2012E’ grande ed evidente il disorientamento generale nel commentare gli esiti di quest’ultima tornata elettorale, caratterizzata da risultati nuovi, e poco prevedibili. Lo stupore ha caratterizzato tutti, gli osservatori più attenti, i politologi più esperti e gli ‘antropologi della politica’ più accaniti; tutti in qualche modo hanno cercato di dare delle spiegazioni più o meno veritiere, più o meno attendibili intorno a questo grande cambiamento che si è espresso politicamente, ma che in realtà abbraccia secondo me complessivamente una dimensione sociale e culturale nuova. Potremmo partire da una lettura superficiale, sui dati generali e poi provare ad andare un po’ oltre i numeri, e vedere quali domande e quali risposte pongono questi numeri. Gli elementi essenziali che emergono da un primo sguardo generale riguardano essenzialmente la caduta a picco delle due colonne portanti di centrodestra, Lega e PdL; un sostanziale stato di immobilità del PD e del centrosinistra (con un lieve calo dell’IdV), e la crescita di un movimento, il Movimento 5 stelle, che (quasi) inaspettatamente è riuscito ad ottenere importanti risultati, come a Parma e in altri comuni meno grandi dove è riuscito ad elegger perfino il proprio candidato a sindaco. Ma in aggiunta a questi risultati emerge anche una percentuale molto alta di astenuti, che impone ulteriormente una riflessione in questo senso. Da un’analisi recente dell’Istituto Cattaneo di Bologna, emerge che l’importante successo elettorale raggiunto dal movimento 5 stelle a Parma come in altre parti d’Italia in modo più o meno evidente sarebbe stato determinato non, come sembrava da una prima frettolosa valutazione generale, interamente dal nomadismo dell’elettorato di centrodestra (indistintamente leghista o berlusconiano) ma in modo trasversale dall’elettorato che si riconosceva invece tradizionalmente in quelle uniche due forze nuove spuntate fuori dalla seconda repubblica, e che si incarnano nelle figure carismatiche di Bossi e Di Pietro. Tuttavia credo sia fuorviante vedere in questi risultati unicamente una vittoria dell’antipolitca qualunquista e giustizialista. I margini vanno ancor più allargati. Questi risultati elettorali hanno mostrato un problema più ampio: un problema di grave mancanza di rappresentanza politica oggi nelle istituzioni politiche . La situazione italiana oggi vede un’anomalia sconcertante di un governo che agisce per legittimità parlamentare, ma non popolare. Un popolo che non si riconosce più nella volontà politica del parlamento. Un parlamento che riconosce l’urgenza e la necessità di adottare certi provvedimenti immediati da parte di questo governo tecnico, e che un mandato popolare non potrebbe mai legittimare. E’ in questa forte contraddizione politica che si rilancia secondo me l’enorme distacco della politica dalla propria base elettorale, e queste ultime elezioni lo hanno mostrato in modo evidente. L’emergere di una forza politica nuova come il M5S che (spesso in modo ideologico) fa della partecipazione e della condivisione democratica la propria e quasi unica ragion d’essere è significativo di un’ urgenza di partecipazione e di alternativa. Bisogna poi vedere come si reagisce a questa urgenza democratica. Se nel centrodestra italiano si impone un minor radicamento alla propria identità e cultura politica, nel centrosinistra l’attaccamento alla propria tradizione storica e sociale tiene l’elettore ancora fedelmente incatenato alle categorie partitiche attualmente esistenti, e stenta a promuovere eventuali novità politiche sulla scena che superino anche e finalmente l’inutile e anacronistica dicotomia destra-sinistra. Nel blocco sociale del centrodestra invece, per la sua storia relativamente recente, nata con Berlusconi, si mostra più aperta la predisposizione ad un cambiamento radicale degli scenari politici. La situazione quindi che ci troviamo di fronte apre la possibilità ad inaspettati e difficilmente prevedibili scenari politici nuovi. La morsa dentro la quale si trova stritolata la rappresentanza politica dei partiti oggi sembra non dare respiro: se da un lato ci troviamo di fronte a un parlamento di nominati che non è stato in grado di imporsi politicamente come attore di grandi spostamenti di resistenza all’attacco della crisi e al collasso dell’eurozona, dall’altro quella stessa rappresentanza oggi viene messa in crisi da movimenti sotterranei di un magma ribollente imprevisto: un civismo radicale, sempre più esteso su scala nazionale, che punta non più sulla simbologia dei valori tradizionali e sulla retorica del politicamente corretto, ma su una prassi diretta che imponga l’individuo di fronte alle proprie responsabilità civiche e sociali. I veri protagonisti quindi oggi in Italia sono l’esempio del governo tecnico ‘antidemocratico’ (nel senso non spregiativo spiegato sopra) e una riscossa di coinvolgimento dal basso ‘ultrademocratica’. E la politica in mezzo avrà un ruolo? L’auspicio rimane quello di un forte rinnovamento della cosiddetta politica tradizionale che, in un momento di crisi come questo, possa servirsi della lezione ‘tecnocratica’ dei nostri attuali governanti e delle istanze democratiche della cittadinanza insoddisfatta. E farne sintesi virtuosa.



