
Un MOSE contro l’overtourism
30 Giugno 2026IL GRANDE ASSENTE 1 Centro liberale decisivo, se smette di comportarsi da comprimario
C’è una domanda politica enorme in Italia, solo che quasi nessuno ha voglia di chiamarla con il suo nome.
Siamo un Paese con oltre tremila miliardi di debito pubblico, una crescita che resta inchiodata intorno allo zero virgola, una spesa pubblica enorme che troppo spesso non produce né sviluppo né servizi adeguati. Continuiamo a raccontarci che basti un bonus, una proroga, una sanatoria, un tavolo tecnico, una mancia territoriale, una misura bandiera, ma il punto è sempre lo stesso: l’Italia consuma futuro per comprare consenso presente.
La Commissione europea stima per il 2026 una crescita italiana dello 0,5%, non il 2, non l’1,5, non una traiettoria da Paese che recupera terreno. Mezzo punto. Nello stesso anno il debito pubblico è previsto al 138,5% del PIL per poi salire ancora al 139,2% nel 2027. Ad aprile 2026 il debito delle Amministrazioni Pubbliche era già intorno ai 3.155 miliardi di euro. Sono numeri che dovrebbero chiudere ogni discussione ideologica e aprire una discussione seria.
Invece no, in Italia si continua a fare politica come se la realtà fosse un’opinione.
La destra promette protezione, identità, ordine, ma poi fatica a toccare rendite, corporazioni, spesa corrente e nodi strutturali. La sinistra continua spesso a confondere la giustizia sociale con l’aumento indefinito della spesa pubblica. I populismi, da qualunque lato arrivino, vivono della stessa illusione: dire agli italiani che si può avere tutto, subito, senza pagare il conto.
Il conto però arriva. Arriva sempre.
Se una correzione liberale, riformista e responsabile non arriverà prima, arriverà dopo. E se arriverà dopo rischia di arrivare nella forma peggiore: non come riforma ordinata, graduale, negoziata, ma come urgenza brutale, una dimensione lacrime e sangue, stile Argentina. Prima si nega il problema, poi si rinvia, poi si urla contro chi lo segnala, infine si taglia. E quando si taglia dopo aver negato per anni non si taglia con il bisturi, si taglia con la motosega.
L’Italia non è l’Argentina, ha un sistema produttivo più solido, un risparmio privato più alto, l’ancoraggio europeo, una struttura istituzionale diversa. Proprio per questo sarebbe imperdonabile arrivare tardi. Abbiamo ancora il tempo per fare le cose con serietà, senza trasformare la responsabilità in punizione sociale. Ma questo tempo non è infinito.
Dentro questo quadro si colloca il dibattito sul cosiddetto “pareggio” alle prossime elezioni. L’idea è nota: se nessuno vince davvero, se i due poli non riescono a conquistare una maggioranza solida allora può aprirsi uno spazio per un patto trasversale, per una stagione di responsabilità nazionale, per una soluzione meno ideologica e più pragmatica.
Ipotesi interessante, ma anche molto nebulosa.
Un patto trasversale può significare due cose. Può significare che forze politiche diverse, ciascuna restando a casa propria, riconoscono alcune priorità nazionali non più rinviabili: debito, produttività, spesa pubblica, scuola, sanità, energia, difesa europea, Pubblica Amministrazione, oppure può significare semplicemente che, siccome nessuno ha vinto, dopo il voto si mette insieme un governo purché sia, con dentro un po’ di tutto, senza mandato, senza coraggio e senza identità.
Il primo scenario è “politica alta”. Il secondo è galleggiamento parlamentare.
Per questo un’area liberale non può limitarsi a tifare per il pareggio, deve organizzarsi per essere decisiva. Tifare per il pareggio significa aspettare che la Legge elettorale, gli errori degli altri e qualche accidente della storia producano uno spazio. Costruire una forza decisiva significa entrare in quello spazio con idee, classe dirigente, programma, radicamento e disciplina.
E qui i numeri iniziano a dire qualcosa di importante.
La Supermedia AGI/YouTrend di fine giugno fotografa un quadro molto più contendibile di quanto sembri. Il campo progressista è dato al 44,5%, il centrodestra al 43,1%. Nessuno può permettersi di considerare marginali pochi punti percentuali. Nel frattempo Azione viene stimata al 3,2%, Italia Viva al 2,3%, +Europa all’1,4% e il Partito Liberal Democratico all’1,4%. Sommate queste sigle valgono più dell’8%, separate rischiano di diventare tattica, sopravvivenza, micro-posizionamento. Insieme possono diventare politica.
Questo è il punto che i partiti “cespugli” dovrebbero finalmente capire: il problema non è che lo spazio non esiste. Il problema è che viene trattato come proprietà privata di leader, correnti, personalità, simboli e rancori.
Con la Legge elettorale vigente un soggetto liberale e riformista può già essere ago della bilancia. Il sistema attuale premia le coalizioni e rende complicata la vita a chi si presenta da solo soprattutto nei collegi uninominali. Ma proprio per questo un’area liberale organizzata può decidere se essere irrilevante, farsi assorbire da uno dei due poli o diventare il punto di equilibrio senza il quale nessuna maggioranza seria può nascere.
Con la riforma elettorale alle porte il discorso diventa ancora più evidente. Il testo in discussione prevede un proporzionale con premio di maggioranza per la lista o coalizione che arrivi prima in entrambe le Camere e superi il 42%. Se nessuno raggiunge quella soglia si torna di fatto a un proporzionale puro. Tradotto: in entrambi gli scenari, un centro liberale serio può pesare. Se c’è una coalizione competitiva può essere decisivo prima del voto. Se nessuno arriva alla soglia, può essere decisivo dopo il voto.
Il Centro Liberale può contare solo a una condizione: deve smettere di essere un arcipelago di personalismi.
Oggi il terzo polo rischia di morire esattamente per questo. Troppo leaderismo, troppa vanità, troppa tattica di giornata. Ognuno vuole essere il federatore, il pivot, il garante, il volto, il capo, il proprietario del campo. E intanto un pezzo reale di Paese, fatto di persone che lavorano, producono, pagano tasse, chiedono servizi pubblici migliori, vogliono Europa, serietà, sicurezza, libertà economica e diritti civili, non trova una casa credibile.
La cosa paradossale è che perfino il dissenso viene vissuto come scandalo. Il caso di Luigi Marattin, criticato da alcuni giovani di Azione il 15 giugno a Milano, è indicativo di una malattia più ampia. Come se fosse strano avere opinioni differenti nello stesso campo politico, come se la politica liberale dovesse coincidere con l’obbedienza personale. Ma il liberalismo è l’esatto contrario: metodo, pluralismo, responsabilità, capacità di discutere senza trasformare ogni divergenza in una scissione.
Il problema non è avere differenze, il problema è non saperle comporre e conciliare.
Un campo liberale adulto non nasce perché tutti pensano la stessa cosa, nasce quando tutti capiscono che le differenze legittime non possono diventare ogni volta una vendetta, una conferenza stampa, un tweet, un posizionamento tattico, nasce quando i cespugli smettono di comportarsi da cespugli e iniziano a ragionare da statisti.
La domanda politica c’è, ed è notevole.
Chi dice agli italiani che il debito pubblico non è una fissazione da ragionieri, ma una tassa implicita sui figli? Chi dice che la spesa pubblica va difesa quando produce sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture e mobilità sociale, ma va tagliata quando produce rendita, clientele e assistenzialismo? Chi dice che la crescita non è un capriccio liberista, ma la condizione per finanziare diritti veri? Chi dice che l’Europa non è un vincolo esterno, ma l’unica dimensione realistica per contare su energia, difesa, industria e tecnologia? Chi dice che il welfare va protetto proprio rendendolo sostenibile?
Questa domanda politica non sarà rappresentata dai populismi, non può esserlo, perché il populismo vive di promesse facili e conti rinviati.
Serve una forza che dica poche cose, ma chiare: meno spesa corrente improduttiva e più investimenti, meno bonus e più produttività, meno protezione corporativa e più concorrenza, meno tasse su chi lavora e produce e più serietà contro evasione e rendite, meno Stato che promette tutto e mantiene male, più Stato che fa poche cose e le fa bene, meno nazionalismo retorico e più Europa politica, meno sussidio come cultura permanente e più responsabilità come patto sociale.
Naturalmente dire la verità non basta, la verità detta male diventa tecnocrazia antipatica. La verità detta senza protezione sociale diventa cinismo. La verità detta senza politica diventa mera testimonianza. Per questo serve una proposta liberale, non una predica contabile. Bisogna spiegare che mettere ordine nei conti non significa odiare i deboli, ma impedire che siano proprio i deboli a pagare quando il sistema salta. Bisogna spiegare che tagliare spesa improduttiva significa liberare risorse per sanità, scuola, sicurezza, natalità, infrastrutture. Bisogna spiegare che la responsabilità non è austerità cieca, ma il contrario dell’irresponsabilità che prepara l’austerità vera.
Il centro liberale può farcela. I numeri dicono che lo spazio esiste. La Legge elettorale, vecchia o nuova, dice che quello spazio può diventare decisivo. La crisi dei due poli dice che esiste una domanda non rappresentata. La condizione economica del Paese dice che quella domanda non è un lusso, ma una necessità.
Ma serve un salto di qualità.
Non serve rifare l’Ulivo. Non serve rifare il Terzo Polo di ieri. Non serve mettere insieme sigle esauste in una fotografia di gruppo. Serve un patto politico leggibile: Europa federale e difesa comune, disciplina di bilancio e revisione della spesa, produttività e salari attraverso investimenti e concorrenza, diritti civili e doveri pubblici, scuola, sanità e Pubblica Amministrazione come infrastrutture nazionali, immigrazione governata, non negata, sicurezza senza propaganda.
Il patto trasversale, se mai ci sarà, non nascerà dal nulla il giorno dopo le elezioni, deve avere prima un baricentro. E quel baricentro non può essere l’ennesima somma di ego. Deve essere una cultura politica che torna a parlare al Paese.
Il tema, quindi, non è augurarsi che Meloni e Schlein pareggino. Il tema è chiedersi chi sarà pronto, in quel caso, a proporre una via d’uscita. Perché se il pareggio produce solo tattica, sarà l’ennesima occasione persa. Se invece produce una forza liberale capace di assumersi responsabilità allora può diventare il momento in cui l’Italia smette di oscillare tra due populismi e ricomincia a discutere di governo.
Il Paese ha bisogno di adulti, non di capi carismatici in miniatura, non di cespugli travestiti da querce, non di personalismi che scambiano la politica per una terapia dell’ego.
Alcuni hanno già iniziato a capirlo altri ci arriveranno. La domanda è se ci arriveranno in tempo.
Perché lo spazio c’è, i numeri ci sono, la domanda politica c’è, il sistema elettorale può renderla decisiva.
Ma la politica non premia chi ha ragione in astratto, premia chi costruisce forza, credibilità e fiducia.
Il centro liberale può essere decisivo, ma solo a una condizione: smettere di comportarsi per essere irrilevante e determinarsi a “pesare” sul piatto della bilancia politica.



