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9 Luglio 2026Di GIOVANNI COMINELLI L’udienza pubblica tenuta martedì 23 giugno dalla Corte costituzionale, cui hanno partecipato fisicamente o on line pazienti sia favorevoli all’assistenza al suicidio sia contrari, e la petizione sottoscritta da 270 medici su Change.Org intitolata “Suicidio assistito: non una cura, ma la fine del rapporto medico-paziente”, che si oppone alla legiferazione in questo campo, hanno rinfocolato il dibattito sul fine-vita. Il fine-vita può accadere in quattro modi: per via naturale, per suicidio, per suicidio assistito, per eutanasia.
Quanto al suicidio – in Italia ne avvengono circa 4.000 all’anno, con un incremento di quelli degli adolescenti – occorre distinguere tra quello autoinflitto e quello “assistito”.
La Chiesa cattolica condanna da sempre il suicidio, il suicidio assistito e l’eutanasia, perché la vita è un dono di Dio e possiede una dignità intrinseca dal concepimento fino alla morte naturale. Questa posizione è ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 2276/2279 e 2280/2283) e nella Lettera “Samaritanus Bonus” del 2020.
I casi di suicidio assistito non sono stati molti, ma alcuni piuttosto clamorosi: Englaro, fine anni ’90, Piergiorgio Welby nel 2006 e altri a seguire fino ai nostri giorni: Libera marzo 2026, Silvano marzo 2026, Stefano aprile 2026, dopo ricorsi, interventi e contro-interventi della magistratura ordinaria e delle Regioni interessate. L’effetto finale è stato l’allungamento delle sofferenze delle persone coinvolte.
Essi hanno evidenziato le contraddizioni tra le prescrizioni etiche, quelle giuridiche e la condizione reale di uomini e donne. Si dice “assistito”, perché la persona vuole porre fine ad una vita fatta di sofferenze fisiche e psichiche, ma non dispone più dei mezzi né per vivere né per morire. È eticamente giustificata e giuridicamente fondata la sua eventuale richiesta di essere aiutata a morire? Ne conosco una, da anni. Faceva l’idraulico. Dal 2019 un incidente stradale l’ha reso immobile. Il cervello funziona, ma solo dal collo in su. Sente le parole, ma non è in grado di rispondere. Muove le palpebre (aperte vogliono dire SI, chiuse vogliono dire No; se lo sguardo si concentra su una delle lettere dell’alfabeto che compaiono sullo schermo di un computer, riesce a comporre brevi messaggi. Luca Coscioni riusciva anche a sintetizzare una voce.). Nessuna funzione fisiologica attiva: non è in grado di deglutire. Essendo un uomo di cinquant’anni, in piena forza e salute fisica, ha davanti la prospettiva di passare i prossimi quarant’anni della sua vita come gli ultimi sette. Ha l’intelligenza di un uomo, ma la mobilità di una pianta. Che cosa ha impedito finora a quest’uomo di non rinnovare dal profondo della sua disperazione immobile e impotente la richiesta di morire?
Solo la rete degli affetti familiari e amicali. Ma non tutti hanno questa fortuna. Domanda: ha diritto una persona in tali condizioni di porre fine ad un dolore esistenziale insopportabile? La mia risposta è sì tanto sul piano etico quanto su quello del diritto fondamentale all’autodeterminazione.
Donde la necessità di modificare l’art. 580 del Codice penale, che recita: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Un conto è istigare al suicidio e un conto è dare un aiuto a chi consapevolmente lo chiede. Il Parlamento non l’ha tuttora modificato, anche se la Corte costituzionale nella sentenza n. 242 del 2019 e nella sentenza 135 del 2024 lo ha dichiarato parzialmente anti-costituzionale e ha definito quattro condizioni sostanziali, perché l’assistenza al suicidio non sia punibile.
È invece un’altra storia quella dell’eutanasia. Ed è perciò un errore e una mistificazione ideologica far coincidere il suicidio assistito con l’eutanasia.
Poiché gli anziani aumentano di numero, aumentano le patologie, tra cui il decadimento cognitivo. Così sono sempre più frequenti i casi di malati terminali, spesso gravemente sofferenti, incapaci di decidere consapevolmente di sé. In questo caso, sono i familiari, il personale medico o assistenziale a decidere al posto loro. È qui, in quest’area-limite, che potrebbe farsi strada “una cultura dello scarto”, secondo l’espressione di papa Francesco, che tenda a liberarsi facilmente dei deboli e dei vulnerabili e che potrebbe portare lo Stato ad assecondare troppo facilmente chi vuole liberarsi del fastidio e dei costi dell’assistenza ai malati terminali o, al limite, troppo anziani. Serve allora una nuova legge? C’è una contro-indicazione: se lo Stato fa una legge e inventa nuove procedure burocratiche, se poi la Magistratura interviene e contro-interviene, alla fine nasce un’industria giuridica di leggi e di circolari applicative nazionali e regionali, per la quale la protezione della vita umana diventa solo un pretesto, non il fine. Dietro alle tendenze omni-giuridicizzanti, che pretendono di normare tutte le dimensioni dell’esistenza, comprese quelle più intime e più radicali, sta l’illusione che il Diritto possa sostituire la Morale. Se manca un’etica familiare, sociale e professionale, è illusorio pensare che la Legge possa riempire il vuoto.
( da SOLO RIFORMISTI)



