
Fine-vita, tra suicidio assistito ed eutanasia.
9 Luglio 2026Cerco di fare il punto all’interno del dibattito, aperto da Matteo Montagner, sul tema del “Grande Assente”. Nel panorama politico italiano attuale, questo soggetto non sarebbe altro che un’alternativa politica ed elettorale ai due poli tradizionali di destra e sinistra. Volete chiamarlo centro? A me non piace ma fate pure, non mi offendo. Polo moderato rende meglio e per capirci lo battezzo così.
Su un aspetto concordo pienamente con Matteo: la domanda di rappresentanza per questo tipo di sentimento politico, oggi inespresso nel corpo sociale, esiste ed è tutt’altro che trascurabile. Per essere più precisi, parlerei di una domanda potenziale e non di una domanda esplicita. Infatti, prima ancora che un sentimento politico strutturato (che giustificherebbe una domanda esplicita), si tratta di una vera e propria postura pre-politica di fronte alle scelte e alle opzioni che riguardano la vita collettiva, a tutti i livelli, dal locale al globale. È una postura problematica, incline a valutare la complessità delle questioni; è pragmatica e non ideologica, laica, tollerante, europeista, nella misura in cui riconosce nei sistemi democratici europei e nell’Unione Europea una struttura valoriale in grado di plasmare e di accogliere la complessità e il pluralismo. E ovviamente è preoccupata dello stallo economico italiano, causa rimossa da chi invece è ideologizzato. E anche in questo concordo con l’apertura dell’articolo di Matteo.
Le prove che questa postura esista non mancano. I sondaggi, pur con tutti i loro limiti, riescono a intercettare questa tendenza. Lasciamo perdere le intenzioni di voto, che dicono altre cose. Sto parlando di sondaggi su domande chiave non elettorali. Ci sono quesiti cruciali su molti temi di politica estera (su come va il mondo) e di politica interna (sulle scelte che riguardano i nostri soldi e i nostri diritti/doveri) che dimostrano, in modo incontrovertibile, un’opzione moderata, non radicale, maggioritaria, sia sul piano collettivo sia su quello della vita individuale (che ha comunque una sua proiezione pubblica). Il dato più ricorrente e indicativo di tutti — l’indice di gradimento del Presidente della Repubblica — lo dimostra chiaramente, proprio perché la sua figura fa sintesi tra moderazione e autorevolezza; e non per tutti i Presidenti della Repubblica è stato così.
Ma come il Presidente si prende i voti alti, molte altre questioni li prendono e che possono attribuirsi ai valori che lui esprime. Ho perciò ragione di ritenere che almeno una buona metà degli aventi diritto al voto nel nostro Paese si riconosca in questa fisionomia che ho cercato di profilare e il fatto che non sia poi riscontrabile nel voto conferma la sua natura pre-politica. Se non si è ancora trasformata in una precisa richiesta di rappresentanza, lo si deve, a parer mio, a due ragioni congiunte:
La prima è che esiste una giustificata diffidenza verso la classe politica disponibile in generale, e di conseguenza anche all’interno di un ipotetico polo alternativo agli altri due. A chi fare la domanda se si diffida di chi potrebbe rispondere? La diffidenza nasce certo dall’inaffidabilità che trasmettono i leader di quest’area per la loro litigiosità e la loro troppo scoperta ambizione personale, e di cui accennerò. Ma la diffidenza ci sarebbe lo stesso anche in assenza di conflitti, poiché basata sulla qualità complessiva della classe politica in genere e non solo in quest’area, urbi et orbi, qualcosa che nei poli radicalizzati non c’è perché molto meno esigenti.
La seconda ragione risiede nella natura di questa maggioranza silenziosa. È vero che le domande di rappresentanza nascono dal basso, ed è altrettanto vero che nei due poli radicalizzati questo partire dal basso lo si nota più facilmente per gli sviluppi che tale domanda genera. Esiste effettivamente nei due poli radicalizzati una base sociale che — per quanto sovraesposta dai media — chiede, anzi urla, la domanda di rappresentanza, spesso ottenendola subito con una risposta adatta, scandita da parole d’ordine. Ed è una base visibile e udibile perché arruolata permanentemente in modo ideologico alla contesa: basti pensare alle posizioni pro-Palestina o all’ambientalismo “talebano” da una parte, e alle follie xenofobe, misogine o iperliberiste dall’altra. Dal basso questo tipo di domande c’è e trova risposte subito già confezionate. Al contrario, nella maggioranza silenziosa, il pragmatismo dell’impegno quotidiano — lavorativo, familiare, relazionale, sociale e culturale — non è arruolato in alcuna faziosità tematica; per dire, le persone hanno altro a cui pensare ogni giorno, e per fortuna. La società va avanti grazie a loro soprattutto. Questo impegno quotidiano però assorbe tutte le energie e non lascia lo spazio o la concentrazione necessari per tramutarsi in una domanda politica attiva; il che va a sommarsi alla diffidenza verso la classe politica, scoraggiando qualsiasi tentativo di mettere a fuoco le proprie istanze. Una ragione dell’assenza di una moderazione politica sta quindi in una troppo debole pressione dal basso verso una rappresentanza, e questa è la radice primaria del problema, non risolvibile facilmente. Se si svegliasse a chiedere con vigore rappresentanza, già di per sé questo atto le farebbe un po’ perdere o sfumare il carattere di moderazione.
C’è, dicevo, l’aggravante della litigiosità, ampiamente certificata e di cui parlano sia Matteo che Franco Vianello Moro nell’intervento che ne è seguito, e non vale la pena aggiungere altro, essendo un fatto che peraltro ha le sue spiegazioni, diciamo così, antropologiche; non saprei come definirle altrimenti, se non, appunto, nella natura caratteriale dei protagonisti. Eppure, l’insufficienza agli occhi del moderato ci sarebbe lo stesso anche senza litigiosità, perché è un’insufficienza trasversale, l’ho già detto, e questo è un dato oggettivo che vale per tutta la classe politica di qualsiasi schieramento. Temo non solo in Italia. La classe politica è quasi sempre inadeguata, ovunque, e non solo oggi: è un limite oggettivo della politica e soprattutto della politica democratica. Bisogna conviverci. Si può solo sperare nel “meno inadeguato” o in un salvatore della patria veramente disinteressato, ma capita una volta ogni trent’anni.
Fatte tutte queste premesse, chiarito il quadro delle enormi difficoltà del moderatismo (da sempre, direi), anche se le divisioni personalistiche venissero meno, diverse strategie di fondo, due vie diverse — oggi non dialoganti — esisterebbero comunque anche in quest’area; anzi, senza contrasti personali si evidenzierebbero ancora di più. Né una domanda finalmente espressa dalla maggioranza silenziosa potrebbe molto per modificare due opzioni inconciliabili. Queste vie sono essenzialmente due, ormai del tutto evidenti e solo apparentemente in dialogo tra loro. I due interventi di Franco Vianello Moro e di Matteo le illustrano perfettamente:
Da una parte, anche una volta superata la frammentazione, c’è la linea dell’autonomia totale del Grande Assente: un soggetto che gioca in proprio, a prescindere dal bipolarismo e persino in modo sprezzante nei suoi confronti. Questa opzione ha molte probabilità di rimanere una scelta di bandiera e poche di risultare determinante, se non, al massimo, per provocare un pareggio elettorale (non sarebbe poco, come scrive Franco Vianello Moro ma è un traguardo duro da raggiungere e legato a molte congiunzioni astrali).
Dall’altra parte, c’è la linea del diluire il Grande Assente dentro le alleanze polari, in entrambe, una di qua e l’altra di là: una presenza divisa dalla precedente autonoma, indotta dalla logica del “voto utile” e dalla scelta del “meno peggio” (una logica che, teoricamente, non fa una grinza). Questa linea c’è in entrambi i poli. E’ un’opzione, con le due varianti di centrosinistra e di centrodestra, che porta con sé un giudizio di valore e non espresso solo i negativo: si basa, si, sulla percezione del pericolo rappresentato dal polo avverso, ma si basa anche sul credito da assegnare ai “distanti” della propria alleanza. Non è solo una mera strategia diversa, ma si basa anche su pilastri valoriali e politici diversi dall’atra. Molti tra quelli che hanno commentato le opinioni politiche delle cinque rappresentanti di area riformista recentemente intervenute al dibattito pubblico al Teatro Parenti a Milano (https://www.luminosigiorni.it/author/paolo-costanzo/), hanno concluso favorevolmnte stupiti: “ma la pensano allo stesso modo su tutto!”. Conclusione affrettata, consolatoria. Sul giudizio di valore riguardo agli estremi radicali del centrosinistra, le cinque non la pensano allo stesso modo e non è una questione marginale: per due di loro, Picerno e Gualmini, quegli estremi sono pari a quelli del centrodestra, negativi al 100% entrambi; per le altre tre, Quintapelle, Madia e Malpezzi, quegli estremi qualche briciola positiva di valore in più ce l’hanno, e ciò giustifica il farci un’alleanza. Non è una differenza da poco anche sul piano programmatico e in definitiva politico.
Come la si risolve? Non c’è soluzione, a meno che in fase programmatica il moderatismo del “campo largo” vada in tilt per qualche ragione (e varrebbe anche per l’alleanza opposta). Dice Paolo Costanzo in un articolo pubblicato da LG, lo stesso che riporta il citato convegno di Milano:
“Eccola, la proposta che manca. I riformisti — comunque dislocati, in Azione come nel Pd, in Spazio Pubblico come in Casa Riformista – e qui Costanzo li arruola tutti — fanno al centrosinistra senza centro una sola offerta. Vi portiamo i voti che vi mancano per superare la soglia del premio, perché senza di noi non la raggiungete; e li portiamo a una condizione non negoziabile: che il candidato a Palazzo Chigi sia una figura di garanzia, un nome di governo scelto su un programma e non per appartenenza di partito, un garante super partes — la funzione che in Italia ha già funzionato. Non chiediamo posti: chiediamo il metodo. È la sola merce che una coalizione a trazione massimalista non può rifiutare”.
Mi pare una buona intenzione, un passo che si può anche fare, ma non so quanto sia realistico; è più realistico il rifiuto, da parte dei massimalisti, di un programma che non assomigli a loro e di una figura di garanzia che li contraddica programmaticamente. Cosa succede infatti se c’è il rifiuto? Bella domanda. La coerenza vorrebbe l’uscita dall’alleanza di chi c’è ancora e ha posto la condizione che prefigura Costanzo, ma dubito che ciò avverrebbe; dubito anzi che i moderati del campo largo provino anche solo a farla, la proposta. là sono e là stanno, hanno già deciso comunque, tornare indietro per altro significherebbe una parziale autocritica, una cosa da onestà intellettuale sconosciuta in generale alla classe politica.
Restano dunque due strade distinte e inconciliabili. L’unica chance per entrambe (e vale anche per la versione di centrodestra, dove si continua a ripetere che anche lì ci sono dei moderati) è quella del drenaggio reciproco dei voti: l’area moderata schierata in alleanza drena ai partiti e alle sigle moderate autonome, o viceversa. Si potrebbe arrivare così a quella che viene definita “cannibalizzazione”, una possibilità di cannibalizzazione reciproca in una competizione accentuata all’interno dell’area moderata divisa in due, anzi in tre. È quello che proveranno a fare i competitori, perchè bisogna darsi coraggio e obiettivi ma si tratta di un esito non facile da realizzare: le micropercentuali difficilmente si schioderanno e continueranno a collocarsi in due posizioni diverse così come sono ora, perché la cannibalizzazione richiede una forza anche leaderistica che nessuno ha, nè di qua, nè di là.
Resta la possibilità che il pareggio elettorale si verifichi anche se l’area autonoma resta elettoralmente con numeri bassi, divisi, e non risulta determinante di per sé. E questo dipende da altro, anche dalla frammentazione nelle parti estreme dei due poli in entità altrettanto autonome e non in alleanze strutturate, come prefigura Franco Vianello Moro, pur dando per sdoganata la riforma elettorale. Sarà paradossale, ma per il moderatismo questo esito è quello che al momento ha qualche (qualche) probabilità in più di realizzarsi, pur mantenendosi inalterati i personalismi, la frammentazione e le diverse strategie di alleanza o non alleanze. Non i politici (che fanno altri calcoli), ma gli elettori onesti di quell’area possono solo sperare che vada proprio così: non per merito di qualche illuminato che non c’è, o di exploit di voti, ma perché le naturali e imprevedibili dinamiche delle aggregazioni politiche potrebbero determinarlo. Non per merito o ravvedimento, dunque, ma per una buona casualità, come la specie umana è uscita piuttosto bene dal caso, anche se non certo perfetta. E, secondo taluni, senza alcuna regia.
È la mia stessa speranza, non resta altro.



