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1 Settembre 2026Prendo spunto dalle recenti esternazioni contro le tasse del ministro Antonio Tajani, formulate nel dibattito — si fa per dire — sulla tassazione degli extraprofitti. Dichiarazioni rese evidentemente nella sua veste di capo bastone politico e non come ministro degli Esteri. L’occasione era specifica, ma Tajani non ha mancato di allargare il campo affermando che “qualsiasi tassa gli provoca l’orticaria”, ribadendo ripetutamente il concetto con piglio propagandistico e mantenendosi così perfettamente in linea con l’impronta nettamente neoliberista del suo più illustre predecessore alla guida di Forza Italia.
Non sono un esperto di fisco: leggo, m’informo, ma la tecnica tributaria resta per me una materia ostile. Tuttavia, la questione qui non è tecnica, ma politica ed etica. E, in quanto tale, è più nitida da definire.
Il senso del patto sociale ed etico
La tassazione va ricondotta alla sua vera natura. Non è un’invenzione opinabile o un’angheria. È un pilastro del patto fondativo su cui si regge, non solo in Italia, la liberaldemocrazia, di cui l’impostazione socialdemocratica rappresenta non un sostitutivo ma un tassello decisivo e ineliminabile. Si può e si deve discutere sulle modalità pratiche, sulle aliquote e sugli strumenti, ed è qui che la tecnica torna in gioco, e su questo mi taccio. Ma la scelta di fondo sul senso ultimo del prelievo non è negoziabile, come aveva già sottolineato da ministro quasi vent’anni fa il povero Padoa-Schioppa che, forse esagerando per passione, lo aveva definito romanticamente “bellissima cosa”. E messo subito in croce dalla Forza Italia di allora, ben s’intende.
Certo, poiché nella percezione comune e nell’immaginario collettivo la parola “tassa” è da sempre percepita come una vessazione, si potrebbe anche tentare una revisione lessicale. Qualcuno propone di sostituirla con il termine “contributi”; analogamente la sostituzione lessicale si potrebbe fare per l’altra parola sentita come ancora più ostile, “Stato”, il Moloch insaziabile e anonimo che lo stesso Marx sognava di abolire, con una congiunzione non casuale con le istanze del neoliberismo, l’anarchismo come collante di entrambi. E qui il Devoto-Oli come sostitutivo di Stato suggerisce il bel sinonimo “comunità”, idea senza dubbio suggestiva, ma bisogna ammettere che entrambi i maquillage linguistici rischiano alla fine di risultare ipocriti.
Il punto poi non cambia: una ragionevole redistribuzione del reddito fa parte del patto sociale. Punto. E la ragione è chiara, basata su una premessa implicita fondamentale: un conto è il merito — che può legittimamente determinare diversi livelli di condizione economica —, un altro è la casualità del destino. Chi viene al mondo in una condizione svantaggiata non ha alcun “demerito” da neonato. A tutti i cittadini la democrazia liberale deve garantire le condizioni di base per potersi mettere in gioco nella società e valorizzarsi. Anzi il senso del merito come bussola sociale si regge sulle parità di partenza, a cui tutti vanno ricondotti, dato che è evidentemente sfalsata una corsa dei cento metri piani in cui c’è chi parte avanti o indietro di un metro o due. Il merito a quel punto non c’entra più nulla.
Queste condizioni basiche non possono che essere fornite dalla comunità attraverso i servizi pubblici. Pertanto, il cosiddetto welfare non è un’opzione facoltativa o una gentile concessione, ma la sostanza stessa del patto democratico.
E questo patto come si finanzia, Tajani, se non attraverso la fiscalità generale, orticaria o non orticaria?
Città, servizi pubblici e il ruolo del privato
C’è poi un aspetto concreto che riguarda la vita di tutti i giorni: la tenuta dei nostri Comuni. A noi interessa particolarmente il contesto veneziano che necessita addirittura di interventi straordinari pubblici per la salvaguardia del suo complesso organismo urbano e ambientale. Le contribuzioni fiscali e i trasferimenti statali agli enti locali, ordinari e, nel caso di Venezia e non solo, straordinari, costituiscono la linfa vitale per i territori. Le nostre città hanno urgente bisogno di servizi efficienti a costi accessibili oltre che di improrogabili opere di ammodernamento di infrastrutturazione e di protezione ambientale. Chi dovrebbe finanziare tutto questo se non la fiscalità pubblica? Il solito “Pantalone”, inteso come entità astratta che paga al posto nostro? Senza una finanza locale solida e alimentata dal prelievo generale, le municipalità sono destinate al declino o al taglio drastico delle prestazioni essenziali. Già avviene del resto.
Ciò non significa ovviamente – e non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo – chiudere la porta all’azione privata. In un quadro equilibrato e moderno, l’apporto dei privati, anch’esso sancito nei patti liberaldemocratici, insieme al terzo settore e al welfare aziendale o comunitario, è l’ altro pilastro istituzionale in tutta Europa. Le risorse e le competenze private possono e devono affiancare le istituzioni, migliorare, e di molto, la qualità dell’offerta, mitigando in tutti i casi in cui è possibile la pressione fiscale sulle casse pubbliche. Solo la miopia ideologica di una buona parte della sinistra populista e radicale europea è sempre sospettosa dell’intervento privato, osteggiandolo sistematicamente per principio, con un giudizio che, per il solo fatto che si esprime, si mette fuori dalla linea costituzionale che lo sancisce. Lo si vede in queste settimane in ciò che accade nelle scelte che si stanno compiendo a Venezia in campo urbanistico nella terraferma e al Lido, sistematicamente contestate dall’autodefinita sinistra per il solo fatto che nascono per iniziativa privata, anche quando è evidente che esse vanno a migliorare e di molto la qualità urbana di cui usufruiscono tutti. Tuttavia, per la legge fondativa del patto che ci siamo dati, l’intervento privato deve svolgere una funzione integrativa e mai sostitutiva dello Stato. La regia, la garanzia dei diritti universali e la copertura della rete fondamentale spettano alla comunità e le risorse necessarie a garantire questo livello base, da qualche parte, devono pur saltar fuori.
La deriva delle forze riformatrici e la ricerca dell’equilibrio economico
Apro qui una parentesi perché riferirsi in astratto alla liberaldemocrazia deve poi fare i conti con chi nel concreto dichiara di ispirarsi, equivocandola. E mi riferisco ad un nuovo partito italiano che ha preso proprio questo nome e che mi aveva illuso sulla sua capacità di equilibrio tra pubblico e privato. Se leggo lo statuto fondativo di tale partito, guidato da Luigi Marattin, vedo che anziché valorizzare l’architettura dei servizi pubblici e locali in coabitazione con la centralità dell’iniziativa privata, si finisce per accodarsi alla consueta retorica dell’insofferenza fiscale. Il rischio reale è che una cultura istituzionale e riformatrice si appiattisca sulle medesime parole d’ordine di Forza Italia, cedendo a una lamentela anti-tasse da propaganda elettorale. Se la liberaldemocrazia si riduce a un banale “meno tasse per tutti”, smarrisce la propria identità e la propria utilità politica: non è in definitiva liberaldemocrazia. Ma evidentemente chi si segnala, come Marattin, con una nuova identità politica attraverso una giusta critica al massimalismo di molta sinistra radicale, finisce inesorabilmente per farsi risucchiare dalle tesi del polo opposto. E c’è poco da fare, l’attrazione fatale dei due poli estremi si basa su due calamite inesorabili, se non stai di qua finisci poi per essere attratto di là. L’equilibrio tra sviluppo economico e contribuzione al welfare non ha rappresentanza politica, almeno per ora, in Italia quantomeno, e ho preso questo esempio, in sè minore, come emblematico.
Proprio per questo, la vera sfida risiede nella ricerca di una sintesi sostenibile e pragmatica. Riconoscere la necessità delle tasse non significa invocare un fiscalismo punitivo o ipertrofico. In un’economia aperta e complessa, penalizzare oltre misura l’impresa e il ceto produttivo produce l’effetto contrario: disincentiva l’investimento, stimola la fuga dei capitali e finisce per erodere proprio quella base imponibile necessaria a sostenere i più deboli. La crescita economica non è mai in discussione proprio perché sostiene alla fine la spesa pubblica. Trovarsi ad agire sotto il macigno di un enorme debito pubblico e con risorse limitate impone di uscire dalle demagogie: la misura corretta sta nel dosare il prelievo in modo da preservare la competitività del sistema, pretendendo nello stesso tempo la massima efficienza e il contrasto agli sprechi nella spesa pubblica.
Enuncio il principio e lascio all’uomo politico nuovo che non c’è ancora il compito inderogabile della quadratura di questo cerchio, la madre dell’azione politica di ogni democrazia degna di questo nome. L’equilibrio fiscale funziona solo quando il sacrificio richiesto a chi produce ricchezza è percepito come equo, proporzionato e soprattutto restituito alla società sotto forma di eccellenza nei servizi e nella modernità delle infrastrutture. Solo così ci si svincola dal ricatto della crescita economica come alternativa alla fiscalità, che assomiglia molto a quello che si mette in atto, in tutt’altro contesto, nelle questioni di salvaguardia ambientale, come insegna la recente e sempre attuale questione dell’ex Ilva a Taranto.
Tra welfare generativo e inviolabilità delle Costituzioni democratiche europee.
È vero che le sfide contemporanee — la globalizzazione dei mercati, che rende volatili i capitali, e il mutamento demografico, che appesantisce le spese di assistenza — sembrano spingere verso un ridimensionamento forzato dell’intervento pubblico. Tuttavia, una quadratura, e mi ripeto, va trovata, senza nemmeno bisogno di scomodare nuove teorie keynesiane.
Il vero imputato è semmai l’assistenzialismo a fondo perduto. Tracciare un confine netto tra ciò che è un welfare ragionevole e ciò che è mero assistenzialismo senza resa sociale non è semplice, personalmente lo lascio a chi ne sa di più di me. Ma non mi astengo dal ribadire un principio cardine di fondo: ciò che è giusto e necessario va finanziato proporzionatamente da chi ha di più. Non si tratta di espropriare la ricchezza né di disincentivare chi si è impegnato, ma di modulare il contributo in modo chirurgico: garantire la progressività fiscale salvaguardando l’incentivo a investire e lavorare.
In ultima analisi, disconoscere la funzione etica e redistributiva del prelievo fiscale non equivale a manifestare un’opinione economica diversa e legittima. Significa mettersi apertamente fuori dell’architettura su cui si fondano le democrazie liberali. Il cui ordinamento non contempla come opzioni facoltative la solidarietà sociale e il concorso alle spese pubbliche, ma li indica come doveri inderogabili (in Italia gli articoli 2 e 53 della Costituzione). Non è una semplice critica d’indirizzo il negare questi principi, come fa Tajani, molto più estremista e, mi si permetta, “sovversivo”, dei suoi partner politici, Lega e FDI compresi e paradossalmente, ma non troppo, dello stesso Vannacci. La sua è una erosione progressiva del patto costituzionale italiano e in prospettiva europeo, che ne svuota la sostanza democratica e mina alla radice l’unità e coesione della collettività, a tutte le scale geografiche.



