
IL SENSO ETICO E POLITICO DELLE STRAMALEDETTE TASSE
31 Agosto 2026A Venezia da tempo stiamo assistendo impotenti ad un lento e inesorabile svuotamento di ogni risorsa che non sia in linea con la monocultura turistica ormai imperante. L’esodo dei residenti è stata la prima avvisaglia di questo fenomeno, il campanello d’allarme che non si è voluto sentire. Il calo, iniziato dopo la grande alluvione del 1966 che aveva reso inabitabili i pianoterra, si è trasformato nei decenni successivi in un’onda lunga di emigrazione lenta e silenziosa verso la terraferma veneziana sino a ridurre oggi il centro storico sotto la temuta soglia dei 50.000 abitanti (in questa cifra sono comprese anche residenze fiscali di persone che abitano in città solo per brevi periodi l’anno). I deboli tentativi di invertire la curva, negli anni, sono stati tutti vani. La rapida accelerata impressa a questo depauperamento è stata poi la più recente nascita dei Bed&Breakfast, che ha dato la mazzata finale alla residenzialità insulare rendendo attualmente quasi impossibile trovare appartamenti in affitto, se non per offerta temporanea e ad altissimo prezzo. Venezia si è trasformata sempre più in una diffusa locanda e gran parte dei veneziani rimasti si son riconvertiti in locandieri. Questa realtà attira poi ogni genere di società e imprese, che gestiscono su larga scala il redditizio business turistico. Fino al blocco della creazione di nuovi alberghi in centro storico negli ultimi decenni sono spuntate strutture recettive come funghi, di tutte le dimensioni, in ogni angolo della città, che ora, in modo tentacolare, stanno invadendo anche l’isola del Tronchetto e l’immediata terraferma veneziana, vedasi la grande colata di cemento e hotel in via Ca’ Marcello nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria di Mestre. Quest’ultimo insediamento alberghiero ha generato un nuovo corposo flusso turistico pendolare che raggiunge quotidianamente Venezia servendosi del treno.
I negozi di vicinato sono quasi del tutto scomparsi, intere aree della città risultano ora sprovviste di negozi specie alimentari (vedi zona Salute, Sant’Elena, San Marco, ecc.) e i pochi residenti devono accontentarsi dei vari supermercati, che peraltro vendono tutti le stesse merci, mescolandosi ai tanti turisti che affollano le casse e acquistano cibo da consumare nelle case turistiche d’affitto temporaneo. Certi generi sono ormai quasi introvabili e ci si deve recare in terraferma oppure acquistare on line quel che serve. Ex-magazzini sono stati trasformati a macchia d’olio in baretti di ogni sorta, in vendita di cibo take away, in ristoranti di tutti i tipi e i plateatici esistenti si sono allargati come fisarmoniche nei campi cittadini: tutto ormai risponde solo ed esclusivamente alla domanda turistica. Frasi come “tutti i centri storici si spopolano” non si possono più sentire e sono solo blande giustificazioni davanti ad un fenomeno divenuto in laguna ormai inarrestabile, ma soprattutto ingovernabile. A poco serve il ticket d’ingresso istituito per entrare in città che suona più come un’ulteriore gabella da applicare al turista per rimpinguare le casse comunali e ad oggi alternative concrete per contenere l’overtourism, specie dopo in Covid, francamente non se ne vedono.
Nel versante lavorativo molti studi professionali hanno lasciato negli anni la città trasferendosi in terraferma così come le attività portuali, le banche, le assicurazioni, gli uffici pubblici di vario tipo. Venezia non è attrattiva per i lavoratori: costa troppo, le case in affitto non si trovano, i trasporti sono al collasso ormai per dodici mesi l’anno e per chi è abituato all’auto risulta una città dai ritmi troppo lenti e difficoltosi.
In questo triste panorama anche il versante culturale non se la passa bene. Se si esclude la Biennale di Venezia che con le sue manifestazioni riporta un po’ di glamour in città, i cartelloni dei Teatri (Fenice e Goldoni) e le Università (anche se molte facoltà specie scientifiche si sono spostate in terraferma) l’impoverimento culturale è palpabile. Sembra di vivere un tempo sospeso simile alla caduta della Repubblica di Venezia quanto la nobiltà mezza estinta e caduta in disgrazia lasciava i palazzi, li vendeva in mani straniere e finivano frazionati in piccoli appartamenti, che passavano di mano in mano, e molte attività commerciali erano sparite o in sofferenza, ma allora almeno c’erano i veneziani. Oggi i palazzi sono divenuti in gran parte alberghi o venduti ad attività private o straniere e i residenti son quasi estinti.
L’ennesima perdita per la città, che si profila all’orizzonte, è ora la vendita, più volte ventilata, ma purtroppo annunciata ufficialmente nel 2024 di palazzo Labia a Cannaregio con relativo spostamento della sede della RAI del Veneto in terraferma. Il termine per la presentazione delle offerte, con prezzo base di 60 milioni di euro, si è chiuso lo scorso 22 maggio. Ciò che preoccupa è che la destinazione d’uso, oltre che uffici di rappresentanza data l’imponenza del palazzo, preveda anche residenziale o strutture turistiche e recettive cioè la possibilità di trasformare il palazzo in un ennesimo albergo di lusso! La RAI, dal canto suo, vuole cedere parte del suo patrimonio immobiliare per far cassa e ridurre i costi di gestione della struttura aziendale, ma il rischio di un’ulteriore speculazione a Venezia è dietro l’angolo.
L’imponente dimora barocca della ricchissima famiglia di origine spagnola dei Labia, grandi mercanti di tessuti originari di Girona in Catalogna, passò la storia a Venezia per i suoi lussi e le feste sfarzose. I Labia vennero iscritti all’albo del patriziato veneziano nel 1646 avendo contribuito economicamente alla Guerra di Candia e da sempre si è favoleggiato in città sul famoso aneddoto del lancio di piatti d’oro in canale di Cannaregio da parte di Marco Labia con la famosa frase “ Li abia o non li abia, sarò sempre Labia”.
L’imponente dimora domina maestosa ancora oggi l’entrata nel Canale di Cannaregio dal Canal Grande da un lato e Campo San Geremia dall’entrata di terra. Venne commissionata dai fratelli Angelo Maria e Paolo Antonio Labia tra il 17° e 18° secolo ed è uno dei più significativi esempi architettonici di palazzo settecentesco veneziano. All’interno nel Salone da Ballo custodisce il meraviglioso ciclo di affreschi a trompe-l’oeil dedicato alle “Storie di Antonio e Cleopatra” di Giambattista Tiepolo in collaborazione con il quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna che comprende il famosissimo “Banchetto di Antonio e Cleopatra”.
Come molte famiglie veneziane la fortuna dei Labia, indebolita inoltre dai loro noti sperperi, terminò nell’ottocento alla caduta della Repubblica e il palazzo cadde in mano straniera come molti altri pregevoli manufatti lagunari in quel periodo. Venne ceduto a un principe dei Lobkowicz, e successivamente alla Fondazione Israelitica Königsberg che lo frazionò in appartamenti da affittare. In seguito la ditta Fratelli Testolini vi si insediò con la propria attività da fine dell’ottocento sino all’inizio del novecento.
Il palazzo venne locato a vari inquilini privati e, dopo la prima guerra mondiale, fu acquistato da un altro straniero lo stravagante miliardario Charles de Beistegui, che commissionò un importante restauro dell’intero edificio arricchendolo con arredi d’epoca e pregevoli opere d’arte. Memorabile fu il suo Bal Oriental noto come Bal Beistegui, festa memorabile considerata l’evento del secolo che venne organizzata il 3 settembre 1951, in occasione della 12a Mostra del Cinema di Venezia, dove il bel mondo internazionale si diede appuntamento in abiti settecenteschi come puntualmente ricorda la contessa e produttrice cinematografica Marina Cicogna nella sua autobiografia. Fu proprio il proprietario De Beistegui a vendere nel 1964 la pregevole dimora alla RAI, che la trasformò nella propria sede prestigiosa del Veneto, destinazione d’uso che ha mantenuto fino ai giorni nostri.
La RAI nel tempo vi ha effettuato vari restauri, ma nel 2022 ha deciso di s-vendere ben “15 gioielli di famiglia” in varie città d’Italia da Palazzo Labia a Venezia al Teatro delle Vittorie a Roma. La delibera del Consiglio di Amministrazione che concedeva la vendita di questi immobili risale infatti al luglio del 2022, seguirono varie proteste da parte dei giornalisti, che si mobilitarono contro queste dismissioni, e la delibera fu temporaneamente accantonata. Non vennero allora coinvolte né le Soprintendenze né il ministero della Cultura “dimenticando” che a quest’ ultimo spetta comunque il diritto di prelazione.
L’eventuale futuro acquirente dovrebbe garantire la conservazione degli affreschi del Tiepolo e gli arredi d’epoca, ma la gestione sarebbe poi tutta privata. La fruibilità di questo splendido ciclo pittorico finora è stata godibile al pubblico più volte grazie alle giornate del FAI, ma sul suo destino pesa una grossa discrezionalità.
Il nuovo Sindaco di Venezia, Simone Venturini, recentemente in campagna elettorale si è dichiarato nettamente contrario alla vendita. Per la città, se la RAI con i sui lavoratori abbandonasse la laguna, sarebbe una perdita culturale e d’immagine notevole.
Il Ministro alla Cultura Alessandro Giuli, che nel maggio scorso si è recato in sopralluogo a Palazzo Labia, dal canto suo, ha inizialmente sentito la presidente della Vigilanza della Rai Barbara Floridia per cercare di preservare il carattere pubblico del patrimonio immobiliare della RAI posto in vendita. Il diritto di prelazione del Ministero della Cultura può essere infatti esercitato prevedendo una destinazione d’uso futura coerente alla dimensione culturale.
Una delle ipotesi che è recentemente emersa, su cui sta lavorando il Ministero della Cultura, è di trasferire gli uffici della Soprintendenza di Venezia che si trovano ora a San Marco in Palazzo Ducale dalla fine dell’ottocento (quando allora costituivano la Direzione Regionale dei Monumenti del Veneto) a Palazzo Labia nella prospettiva di far valere il diritto di prelazione sul palazzo per salvarlo dalla vendita e quindi dalla conseguente privatizzazione.
Lo spostamento della sede RAI del Veneto in terraferma sarebbe l’ennesimo schiaffo a una città già in sofferenza, privandola di una ulteriore presenza prestigiosa in nome del turismo di massa che ormai la divora. I giornalisti e l’Usigrai si sono dichiarati nettamente contrari manifestando contro questo trasferimento che si profila all’orizzonte.
Altra ipotesi è prevedere una futura destinazione museale soprattutto per il piano nobile affrescato dal Tiepolo. Poter usufruire pubblicamente della visita di questo splendido ciclo affrescato, che attualmente necessita di restauro, sarebbe sicuramente qualificante e arricchirebbe l’offerta culturale della città.
E’da sottolineare poi che Palazzo Labia gode di una posizione invidiabile per la sua immediata vicinanza alla stazione ferroviaria di Santa Lucia e all’accesso automobilistico di Piazzale Roma, fattore non indifferente e che agevolerebbe gli eventuali impiegati della Soprintendenza nel raggiungere la loro sede di lavoro. Gli spazi così liberati del Palazzo Ducale potrebbero, a loro volta, essere recuperati per ampliare l’itinerario museale del palazzo dei Dogi.
Il nodo resta però il destino della sede della RAI del Veneto e delle persone che vi lavorano. Sarebbe certamente auspicabile che potessero in futuro coabitare a palazzo Labia con gli uffici della Soprintendenza. L’edificio è molto grande e gli spazi razionalizzati e rimodernati potrebbero essere resi fruibili ad entrambe le funzioni. Se ciò non fosse possibile l’alternativa, sempre per poter esercitare il diritto di prelazione da parte del Ministero, sarebbe un uso museale del piano nobile unito alla presenza degli uffici RAI. A mio avviso questa seconda ipotesi sarebbe preferibile per la storia stessa del palazzo, per l’autonomia della RAI e non andrebbe a coinvolgere la Soprintendenza e il Palazzo Ducale.
In entrambi i casi la città avrebbe sicuramente il grosso vantaggio di mantenere la sede della RAI in centro storico e non vedrebbe scippato dalla monocultura turistica un ulteriore edificio di pregio.
Per il bene di Venezia non resta che auspicare in autunno un concreto e decisivo intervento del Ministero alla Cultura in tal senso, che metta fine a questo ulteriore pericolo proponendo una soluzione definitiva ad una questione importante che si protrae da tempo e che oltre all’immagine della città riguarda il destino dei lavoratori della RAI del Veneto.



