
LA SFIDA DEL RIFORMISMO ITALIANO. Una “mossa del cavallo” per orientare il centro destra verso una prospettiva europea, liberaldemocratica e atlantista
24 Ottobre 2026L’articolo di Mauro Grassi, pubblicato su Solo Riformisti il 16 ottobre 2026, pone una questione politica reale: come evitare che la cultura liberaldemocratica, europeista e atlantista resti marginale negli schieramenti italiani.
La questione critica, a mio avviso, è questa: l’articolo dimostra perché sarebbe utile avere un centro riformista influente, ma non dimostra perché il suo unico spazio politico praticabile debba essere il centrodestra. È proprio in questo passaggio che si concentrano le obiezioni di fondo.
Provo a distinguerle sul piano logico, politico e strategico, senza dare per scontato che la soluzione alternativa sia necessariamente un terzo polo autonomo o un’alleanza con il centrosinistra.
- Le principali obiezioni di fondo
La falsa alternativa: o centrodestra o irrilevanza politica
L’articolo costruisce una dicotomia: da un lato un centrosinistra condizionato da populisti e sinistra radicale, dall’altro un centrodestra che offrirebbe lo spazio per una concreta azione riformatrice. Da questa premessa deriva la conclusione che i riformisti debbano agire dentro la seconda coalizione.
Ma è una conclusione che non discende necessariamente dalle premesse. Si può contestare l’indirizzo economico o internazionale di alcune componenti del centrosinistra senza concludere che l’intera coalizione sia incapace di un programma riformatore. Allo stesso modo, riconoscere l’esistenza di una componente europeista nel centrodestra non dimostra che essa possa determinarne l’indirizzo complessivo.
L’autore presenta come necessità strategica ciò che è, invece, una scelta politica da dimostrare.
La confusione fra possibilità di influenza e capacità di governo
Il ragionamento centrale è che un’area riformista sufficientemente forte potrebbe ridurre il peso delle componenti più nazionaliste del centrodestra e orientare il governo verso l’Europa e l’Atlantismo.
Ma una forza politica non influenza automaticamente una coalizione solo perché ne rappresenta l’anima più moderata. La sua capacità negoziale dipende dai numeri, dalla disciplina dei gruppi parlamentari, dal controllo delle candidature, dagli accordi di coalizione e dalla disponibilità dei partiti maggiori a concedere spazio alle sue proposte.
L’articolo riconosce che la consistenza parlamentare è decisiva, ma non spiega come una nuova aggregazione possa ottenerla né quali garanzie concrete le consentirebbero di condizionare il governo.
Si ipotizza il risultato politico desiderato senza dimostrare il meccanismo che dovrebbe produrlo.
La sottovalutazione degli equilibri interni al centrodestra
Il progetto presuppone che Forza Italia e Noi Moderati possano, insieme a nuove componenti centriste, riequilibrare la coalizione. Ma resta da chiarire perché Fratelli d’Italia, che ne costituisce il perno politico, dovrebbe accettare di modificare le proprie priorità in misura sostanziale.
La distinzione fra i partiti non è soltanto teorica: al Parlamento europeo, nella legislatura 2024-2029, Forza Italia è collocata nel Partito popolare europeo, Fratelli d’Italia nei Conservatori e riformisti europei e la Lega nei Patrioti per l’Europa. Sono appartenenze differenti, che documentano sensibilità e collocazioni politiche distinte, pur senza determinare automaticamente ogni singola posizione nazionale.
Non basta quindi sommare le forze che si definiscono moderate. Bisogna spiegare come queste possano modificare gli orientamenti della forza politica dominante.
Il progetto dà per acquisita proprio la capacità di condizionamento che dovrebbe dimostrare.
Un centro riformista definito più dai suoi alleati che dai suoi contenuti
Che cosa significa concretamente «riformismo» nell’articolo?
Il termine comprende almeno quattro tradizioni non necessariamente coincidenti: il liberalismo economico, concorrenza e riduzione delle rendite; il liberalismo politico, diritti individuali e garanzie istituzionali; la socialdemocrazia, welfare, contrattazione e mobilità sociale; l’europeismo e integrazione politica europea.
Queste culture possono convergere, ma non sono intercambiabili. Per esempio, una politica di riduzione delle imposte può favorire gli investimenti, ma i suoi effetti dipendono da come viene finanziata e da quali servizi pubblici vengono mantenuti. Una riforma del lavoro può aumentare la flessibilità senza necessariamente migliorare salari e produttività.
L’articolo elenca obiettivi largamente condivisibili — crescita, occupazione, competitività, sostenibilità previdenziale — ma non chiarisce le scelte distributive, istituzionali e sociali che dovrebbero renderli compatibili.
Prima di scegliere il campo politico, sarebbe necessario definire il progetto riformatore e verificare quali alleanze siano in grado di sostenerlo.
Una valutazione asimmetrica delle due coalizioni
L’articolo attribuisce al centrosinistra il rischio di una politica economica troppo concentrata sulla spesa pubblica e sui trasferimenti, e individua nelle divergenze su Ucraina, difesa europea e rapporti transatlantici un ostacolo alla stabilità della sua politica estera.
Sono questioni legittime, ma il confronto rimane incompleto. Per applicare lo stesso criterio al centrodestra, occorrerebbe esaminare anche le politiche effettivamente realizzate in materia di produttività, salari e mobilità sociale da questa alleanza che è stata al Governo del Paese per lunghi tratti e continuativamente in questi ultimi cinque anni ; le sue scelte su fisco, concorrenza, istruzione e sostenibilità dei conti pubblici; la coerenza fra gli impegni europei e le posizioni dei diversi partiti della coalizione; la capacità di tradurre le dichiarazioni europeiste in riforme e risultati verificabili.
La questione non è sostenere che le due coalizioni siano equivalenti. È chiedere che vengano valutate con parametri comparabili, anziché attraverso i rischi attribuiti all’una e le opportunità attribuite all’altra.
Una diagnosi politica solida deve sottoporre a verifica anche lo schieramento che propone come soluzione.
La rinuncia preventiva all’autonomia del centro riformista
Il passaggio più discutibile è forse quello in cui l’autore considera irrealistica un’aggregazione autonoma perché dovrebbe presupporre l’uscita di Forza Italia dal centrodestra.
Ma da questa premessa non segue che il centro riformista debba rinunciare alla propria autonomia. Esistono altre possibilità: un soggetto politico autonomo, accordi elettorali selettivi, convergenze su singoli programmi o un’intesa trasversale su temi istituzionali ed europei.
È vero che l’autonomia può comportare dispersione elettorale e ridurre la rappresentanza parlamentare. Ma anche l’ingresso in una coalizione più grande ha un costo: può indebolire l’identità politica, rendere meno credibili le alternative e costringere a compromessi che gli elettori non considerano secondari.
L’articolo valuta il rischio della frammentazione, ma non quello della subordinazione.
L’ambiguità della coalizione proposta
Il progetto include Casa Riformista, Azione e Partito Liberaldemocratico insieme a Forza Italia e Noi Moderati. Ma una convergenza programmatica fra questi soggetti non equivale automaticamente a un accordo elettorale, e un accordo elettorale non equivale a una strategia comune di governo.
Bisognerebbe chiarire quali condizioni renderebbero possibile l’intesa, quali incompatibilità sarebbero negoziabili e quali no, e soprattutto che cosa accadrebbe se le richieste dei riformisti fossero respinte.
Se l’area riformista restasse nella maggioranza anche in assenza di risultati concreti, la sua capacità di pressione sarebbe limitata. Se invece fosse pronta a negare il sostegno, dovrebbe spiegare come eserciterebbe questa facoltà senza dissolvere il progetto politico.
Manca una teoria del negoziato, non soltanto una lista di possibili alleati.
- Il nodo più profondo: che cosa si intende per «prospettiva europea»?
Qui emerge una distinzione decisiva. Essere europeisti, atlantisti e liberaldemocratici non significa necessariamente condividere un medesimo programma economico e sociale.
Si può essere favorevoli all’Unione europea e alla NATO, ma avere idee differenti su quanta integrazione politica europea sia necessaria; su quale politica industriale e fiscale comune perseguire; su come ripartire i costi della transizione energetica e della difesa; su quali politiche del lavoro e del welfare siano compatibili con la crescita; su quali limiti porre al potere esecutivo e come rafforzare le garanzie costituzionali.
La politica estera, inoltre, non esaurisce la qualità liberaldemocratica di una proposta politica. Un progetto riformatore deve confrontarsi anche con lo stato di diritto, il pluralismo, i diritti civili, l’indipendenza delle istituzioni e la qualità della partecipazione democratica.
Perciò l’etichetta «europeo, liberaldemocratico e atlantista» identifica un orientamento importante, ma non basta a definire un programma di governo.
- Il centro riformista dovrebbe scegliere prima il programma o prima la coalizione?
Questa è, a mio giudizio, la domanda che consente di mettere alla prova l’intero ragionamento.
L’articolo parte dalla collocazione delle forze politiche e cerca, a partire da essa, di costruire il progetto riformatore. Un approccio alternativo sarebbe partire dai contenuti e verificare successivamente quali alleanze possano sostenerli.
Due strategie a confronto
Il riformismo dentro il centrodestra è rappresentato dalla necessità di incidere sugli equilibri della maggioranza. Con un vantaggio potenziale: l’accesso diretto alla formazione del governo e alla negoziazione del programma.
Che comporta però il rischio che il centro riformista potrebbe legittimare scelte che non riesce a modificare. Ma deve innanzitutto verificare la condizione di efficacia rappresentata dal peso parlamentare e dagli impegni verificabili dei partner.
In alternativa c’è la possibilità che il riformismo si realizzi come progetto autonomo e trasversale con un programma definito, con alleanze da valutare in funzione dei suoi contenuti.
Questo comporta una maggiore coerenza programmatica e una libertà di negoziazione con il rischio però di frammentazione, minore rappresentanza e difficoltà nel costruire una proposta competitiva.
Anche qui va verificata una condizione di efficacia rappresentata da un’identità riconoscibile, un’organizzazione, una base di consenso e regole chiare per gli accordi.
Non si tratta di affermare che la seconda strategia sia necessariamente preferibile. Si tratta di osservare che l’articolo esclude troppo rapidamente questa possibilità, trattando la collocazione di Forza Italia come un vincolo decisivo anziché come uno degli elementi da considerare nella definizione della strategia.
- La domanda che l’articolo lascia aperta
La vera verifica non dovrebbe essere se il centrodestra sia, in astratto, riformabile. Dovrebbe essere quali condizioni concrete renderebbero possibile una sua trasformazione.
Per esempio: quali impegni vincolanti sull’integrazione europea, quali riforme della produttività, concorrenza, fisco e salari; quali impegni verificabili su Ucraina, NATO, e difesa europea; quali garanzie su pluralismo, controlli e indipendenza istituzionale; quali condizioni farebbero scattare un dissenso effettivo dalla maggioranza; quali compromessi il centro riformista non sarebbe disposto ad accettare?
Senza risposte, il progetto rischia di confondere la presenza di interlocutori compatibili su alcuni temi con la possibilità di trasformare l’indirizzo complessivo di una coalizione.
- In conclusione
Le obiezioni di fondo all’articolo possono essere riassunte in tre tesi.
La presunta impossibilità di un’alternativa al centrodestra non è dimostrata. È una valutazione strategica dell’autore, non una conseguenza necessaria dell’analisi.
L’esistenza di una componente moderata ed europeista nel centrodestra non dimostra che essa possa orientare l’intera coalizione. Per riuscirci occorrono numeri, accordi, strumenti negoziali e disponibilità dei partiti maggiori.
Il riformismo rischia di essere definito in funzione della collocazione politica anziché di un progetto riconoscibile. Ma, senza un programma autonomo e criteri espliciti per giudicare gli alleati, il centro riformista rischia di diventare una componente accessoria proprio mentre dichiara di voler smettere di esserlo.
La questione, dunque, non è semplicemente scegliere fra centrodestra e centrosinistra. È stabilire se il riformismo debba essere una cultura politica che cerca di condizionare gli schieramenti esistenti oppure un progetto politico autonomo che negozia con essi sulla base di obiettivi definiti.
La «mossa del cavallo» proposta da Grassi è una possibile risposta alla frammentazione centrista. Ma la sua premessa più impegnativa — che il centrodestra sia l’unico spazio concretamente praticabile — rimane da dimostrare.
E proprio qui si trova il punto su cui chiedere all’autore un chiarimento: quali garanzie politiche e programmatiche dovrebbero ottenere i riformisti prima di aderire a questa strategia, e che cosa dovrebbero fare se quelle garanzie non venissero rispettate?
Alla riflessione sulla collocazione del centro riformista occorre aggiungere un elemento che l’articolo di Mauro Grassi non sembra considerare adeguatamente: la necessità di distinguere la strategia di governo dalla strategia di tutela degli equilibri costituzionali.
La proposta di Matteo Renzi di collocare le forze riformiste accanto al cosiddetto campo largo può essere letta anche in questa chiave. L’obiettivo non sarebbe necessariamente quello di assimilare il centro riformista alla cultura politica del centrosinistra, bensì quello di evitare che, nella prossima legislatura, il centrodestra possa disporre di un margine politico e parlamentare eccessivamente ampio nelle scelte di ordinamento costituzionale.
Si tratta di una prospettiva che introduce una distinzione essenziale: l’alleanza per difendere le garanzie costituzionali non coincide necessariamente con l’alleanza per governare il Paese. Si può cooperare con forze politiche differenti per preservare il pluralismo, l’equilibrio fra i poteri e le garanzie istituzionali, mantenendo al contempo una propria autonomia sulle questioni economiche, sociali, europee e internazionali.
Questa impostazione mette in discussione la premessa secondo cui il centro riformista debba necessariamente cercare spazio nel centrodestra. Se la priorità è impedire che una maggioranza contingente modifichi unilateralmente gli equilibri istituzionali, il centrosinistra può rappresentare un interlocutore tattico, senza che ciò implichi una piena adesione al suo programma.
La proposta renziana, tuttavia, non è esente da criticità. La difesa della Costituzione non può trasformarsi in una giustificazione permanente di qualsiasi compromesso con il campo largo. Per essere credibile, il centro riformista dovrebbe definire preventivamente i propri principi non negoziabili, distinguere le convergenze istituzionali dagli accordi di governo e mantenere la libertà di dissentire quando le scelte dei partner contraddicano il suo programma.
Il punto, quindi, non è stabilire a priori se il centro riformista debba stare a destra o a sinistra. È riconoscergli la possibilità di costruire alleanze differenziate in funzione degli obiettivi, senza sacrificare la propria identità politica.
In questa prospettiva, la proposta di Renzi costituisce un’alternativa tattica alla strategia di Grassi: non la scelta preventiva del centrodestra come unico spazio praticabile, ma la ricerca di una convergenza istituzionale con il centrosinistra, subordinata a condizioni programmatiche e alla salvaguardia dell’autonomia riformista. La sua validità dipenderà dalla capacità di trasformare questa convergenza in impegni precisi, verificabili e limitati a obiettivi condivisi.
l punto di sintesi è dunque questo: Grassi privilegia la collocazione politica del riformismo nel centrodestra per modificarne l’indirizzo; la strategia attribuita a Renzi valorizza invece una convergenza tattica con il centrosinistra per tutelare gli equilibri costituzionali e costruire un’alternativa di governo più ampia. Entrambe richiedono una verifica concreta: la prima sulla capacità di influenzare la maggioranza, la seconda sulla capacità di cooperare senza perdere autonomia.
La domanda decisiva, in entrambi i casi, rimane la stessa: quali garanzie e quali risultati concreti possono ottenere i riformisti, e quali limiti sono disposti a porre ai propri alleati?



