
Putin Khan e la dezinformatzija
31 Ottobre 2026Una sera di qualche giorno fa, la mia timeline di Facebook ha cominciato improvvisamente a riempirsi di fotografie di Annibale D’Elia. La notizia della sua tragica e prematura scomparsa aveva iniziato a circolare da poche ore e, come spesso accade in questi casi, erano comparsi i primi messaggi di cordoglio e i ricordi di chi lo aveva conosciuto. La particolarità, tuttavia, era che le fotografie erano quasi sempre diverse. Non le immagini di repertorio che generalmente accompagnano la scomparsa di una persona conosciuta, ma scatti di incontri, progetti, viaggi, momenti di lavoro o semplicemente di amicizia. Ognuno raccontava un pezzo di storia condivisa, un’occasione in cui le strade di Annibale e di chi pubblicava quel ricordo si erano incrociate.
Annibale D’Elia, è stato tra i protagonisti della stagione di innovazione delle politiche giovanili pugliesi, prima di proseguire il suo lavoro sui temi dell’innovazione sociale, della rigenerazione urbana e dello sviluppo locale, anche come dirigente del Comune di Milano. Da pochi mesi era tornato in Puglia alla guida del Dipartimento regionale Cultura, Istruzione, Turismo e Diritti civili.
Nei giorni successivi alla sua scomparsa questo flusso non si è interrotto. Per quasi una settimana, complici certamente gli algoritmi e i meccanismi di selezione delle nostre bolle social, ho continuato a imbattermi in nuove fotografie e testimonianze. A colpirmi non era soltanto la quantità dei messaggi, ma soprattutto la varietà delle persone, dei luoghi e delle esperienze che emergevano da quei racconti. Naturalmente una timeline di Facebook non è uno strumento particolarmente affidabile per misurare l’impatto del lavoro di una persona. Eppure quella sorta di archivio collettivo, composto da immagini e ricordi personali, restituiva la dimensione di una rete di relazioni, collaborazioni ed esperienze che negli ultimi vent’anni ha attraversato una parte importante del mondo dell’innovazione sociale, delle politiche giovanili, della produzione culturale e della rigenerazione urbana.
Un mondo fatto di associazioni, cooperative, imprese sociali, amministratori pubblici, progettisti e operatori culturali che, in forme e contesti diversi, hanno sperimentato nuovi modi di utilizzare gli spazi, costruire comunità e promuovere iniziative dal basso. E che, anche quando non ha avuto direttamente a che fare con Annibale, è probabilmente debitore di alcune delle intuizioni e delle esperienze che il suo lavoro ha contribuito a diffondere.
Tra queste, Bollenti Spiriti, il programma per le politiche giovanili avviato dalla Regione Puglia nel 2005, rappresenta uno degli esempi più significativi, che per molti di noi è stato un punto di riferimento negli anni successivi. Un’esperienza che, a vent’anni di distanza, merita di essere riletta per ricordare chi ha contribuito a costruirla e per interrogarsi su come siano cambiate, e soprattutto su come potrebbero cambiare, le politiche rivolte alle nuove generazioni.
Nel 2005 la Puglia era una regione alle prese con problemi strutturali che, per molti versi, continuano a caratterizzare una parte importante del Mezzogiorno, dalla disoccupazione giovanile alle difficoltà di accesso al mercato del lavoro, dalla migrazione di competenze al progressivo abbandono di una parte del patrimonio immobiliare pubblico. La Giunta regionale guidata da Nichi Vendola, con Guglielmo Minervini assessore alle Politiche giovanili e Annibale D’Elia alla guida della struttura operativa, decise di affrontare almeno una parte di queste questioni attraverso un programma che introduceva un approccio diverso rispetto alle tradizionali politiche per i giovani.
L’intuizione alla base di Bollenti Spiriti era tanto semplice quanto, per certi versi, rivoluzionaria, ovvero mettere a disposizione dei giovani risorse e strumenti per realizzare direttamente le proprie idee, riconoscendone la capacità di produrre iniziative con un impatto economico, sociale e culturale sui territori.
Con Principi Attivi, avviato nel 2008, gruppi di giovani tra i 18 e i 32 anni potevano ricevere fino a 25.000 euro per realizzare un progetto innovativo, senza dover necessariamente disporre di un’impresa o di un’organizzazione già strutturata. Nelle tre edizioni del programma furono finanziati circa 780 progetti, selezionati tra oltre 6.000 candidature che coinvolsero circa 16.000 giovani. Un primo monitoraggio del 2011 rilevò che il 73% delle organizzazioni finanziate nel 2008 era ancora pienamente operativo.
Ancora più interessante, soprattutto per chi si occupa di città e rigenerazione urbana, fu l’esperienza dei Laboratori Urbani, attraverso la quale vennero investiti 54 milioni di euro per recuperare 151 immobili pubblici inutilizzati, distribuiti in 169 comuni pugliesi, per una superficie complessiva di circa 100.000 metri quadrati. Ex scuole, mattatoi, mercati ed edifici produttivi venivano restituiti alle comunità attraverso attività culturali, sociali e imprenditoriali, mettendo in relazione un patrimonio pubblico abbandonato con le energie e le competenze delle nuove generazioni.
Un’impostazione che anticipava molte delle riflessioni che negli anni successivi avrebbero accompagnato la diffusione delle pratiche di rigenerazione urbana a base culturale, degli spazi ibridi e delle esperienze di gestione condivisa dei beni comuni.
Chi, tra la fine degli anni Zero e l’inizio degli anni Dieci, ha iniziato a occuparsi di innovazione sociale, riuso temporaneo, rigenerazione culturale o nuove forme di gestione degli spazi collettivi, ha probabilmente incrociato, direttamente o indirettamente, alcune delle idee che Bollenti Spiriti aveva contribuito a sperimentare e diffondere. Senza attribuire al programma la paternità di esperienze nate anche altrove, il lavoro di Annibale D’Elia ha contribuito a dimostrare come le politiche pubbliche possano favorire l’innovazione sociale, mettendo a disposizione risorse e opportunità e lasciando spazio alla sperimentazione.
Ripensare oggi a questa esperienza assume un significato particolare alla luce del dibattito che sta accompagnando gli episodi di cronaca delle ultime settimane. Le proteste, le mobilitazioni studentesche, gli scontri e le tensioni che hanno attraversato diverse città italiane hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica il rapporto tra i giovani, le istituzioni e una società che sembra offrire prospettive sempre più incerte. Si tratta evidentemente di fenomeni diversi, che sarebbe sbagliato ricondurre a un’unica interpretazione. Eppure, nel dibattito politico e mediatico, sembra prevalere ancora una volta una rappresentazione piuttosto semplificata delle nuove generazioni, alternativamente descritte come un problema di ordine pubblico, un soggetto fragile da proteggere o una categoria sociale da ascoltare e comprendere.
Soprattutto quest’ultima impostazione, molto ricorrente anche nel linguaggio della sinistra, meriterebbe qualche riflessione. Espressioni come “dare voce ai giovani”, “ascoltare le nuove generazioni” o “parlare il loro linguaggio” sono diventate una presenza quasi inevitabile nel lessico politico, spesso accompagnate da iniziative che non sempre riescono a produrre conseguenze concrete.
Naturalmente ascoltare e coinvolgere è necessario, così come è fondamentale riconoscere le difficoltà materiali che attraversano la vita di molti ragazzi, dalla precarietà del lavoro, l’accesso sempre più difficile alla casa, le disuguaglianze educative, alla crisi climatica e l’incertezza rispetto al futuro. Il rischio, concentrandosi esclusivamente sulla necessità di comprenderne i bisogni e rappresentarne le aspirazioni, è però quello di continuare a considerare i giovani un soggetto esterno ai processi decisionali, destinatario di attenzioni e interventi pensati da altri.
In fondo, anche il continuo richiamo alla necessità di “dare voce” a qualcuno contiene una certa dose di paternalismo, perché presuppone implicitamente che quella voce debba essere concessa, riconosciuta o interpretata da chi già dispone degli strumenti per esercitare il potere.
Bollenti Spiriti aveva provato a ribaltare questa impostazione. Metteva a disposizione dei giovani strumenti per realizzare le proprie aspirazioni, assumendosi una parte del rischio e riconoscendo loro una responsabilità diretta.
Anticipo subito la più ovvia obiezione. Questo approccio non può evidentemente sostituire le politiche per il lavoro, la formazione, la casa o il welfare, né presupporre che ogni giovane debba trasformarsi in un imprenditore. Le amministrazioni pubbliche potrebbero però fare molto di più per favorire la nascita di progetti culturali, imprese sociali, cooperative e altre forme di iniziativa collettiva, attraverso finanziamenti accessibili, percorsi di accompagnamento e maggiori opportunità di utilizzo del patrimonio pubblico inutilizzato. Un patrimonio che troppo spesso, tra procedure complesse e costi di gestione, rimane accessibile soltanto a organizzazioni già strutturate.
A vent’anni dalla nascita di Bollenti Spiriti, viene da chiedersi perché questi strumenti non abbiano trovato una diffusione più ampia e stabile nelle politiche pubbliche, continuando spesso a dipendere dall’iniziativa di singole amministrazioni o dalla disponibilità occasionale di finanziamenti.
Guardando ancora una volta a quella successione di fotografie e ricordi comparsi nella mia timeline, penso che una parte importante del lascito di Annibale D’Elia sia proprio lì. Nei progetti realizzati, nei programmi che ha contribuito a costruire, nelle persone e nelle esperienze che, attraverso quel lavoro, hanno trovato l’occasione di iniziare un percorso, sperimentare un’idea o immaginare un modo diverso di intervenire nella società. Un lascito che dovrebbe spingerci a interrogarci non soltanto su quanto siamo disposti, in maniera retorica, ad ascoltare le nuove generazioni, ma su quante opportunità siamo concretamente disposti a mettere nelle loro mani.



