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26 Luglio 2014Ormai da qualche anno la questione identitaria è uno dei cavalli di battaglia culturali chiave a Venezia e nell’ex NordEst. Dico “ex” perché il termine ha goduto di una certa fortuna nel recente passato ma ultimamente ha perso smalto.
Già, identità: che cos’è? Perché in materia esiste notevole confusione. La parole si può tradurre come somma di valori ed esperienze, valori condivisi ed esperienze vissute insieme formano, quindi, l’identità di una comunità.
Esistono oggi un’identità veneziana e/o veneta?
Secondo un ampio spettro di proposte politiche la risposta è sì. Entrambe si riallacciano un po’ per tutti, anche se in misure diverse, alla vicenda storica della Repubblica Serenissima, della quale mutuano di frequente i simboli. L’essenziale, però, è l’aver elevato quella Venezia a paradigma di buon governo, efficienza, onestà, etica capace d’investire ogni singolo aspetto della vita quotidiana. Riconquistare la perduta identità significherebbe in via automatica un radicale cambiamento, in meglio è chiaro, dell’intera dimensione amministrativa e politica. Il confronto è impari con la realtà odierna bollata spesso in senso dispregiativo come “italiana”.
La salvaguardia di tale identità è quindi battaglia politica prima ancora che culturale e si sostanzia nella difesa delle tradizioni, le più diverse, in una mescolanza di sacro e profano, religioso e civile, capace di nobilitare in maniera indistinta tutto quanto provenga dal passato.
Facciamo un passo indietro. L’identità è di sicuro importante, lo è per ciascuno di noi come individui, difficile collocarsi nel mondo se non si ha ben chiaro in testa chi si è. Se l’aspetto esperienze, però, ha una intrinseca oggettività, queste sono accadute c’è poco da fare, è sul lato valori che c’è parecchio da discutere.
Di quali valori stiamo parlando? Forse sono stati citati prima: buon governo, efficienza, onestà, etica quotidiana. Sono alquanto generici, senz’altro condivisibili ma si rintracciano in ogni tempo e luogo e non appartengono “in esclusiva” o in prevalenza all’esperienza della Repubblica Serenissima. Anzi.
Forse il ministro delle finanze dell’Italia sabauda Quintino Sella, grazie al quale il successivo governo Minghetti raggiunse per la prima volta nella storia del paese il pareggio di bilancio, non li incarna a sufficienza? E che dire nell’Italia repubblicana di Alcide de Gasperi o Luigi Einaudi? Buon governo, efficienza, onestà, etica quotidiana che hanno permesso di risollevare dalle macerie di una guerra mondiale perduta e di una guerra civile forse mai davvero conclusa un’Italia in ginocchio. Certo, attraverso anche molte ombre, non c’è dubbio.
D’altro canto, la millenaria storia della Repubblica Serenissima ci consegna senz’altro molti luminosi esempi di personalità dedite al bene comune, a scapito talvolta del proprio stesso interesse personale, ma altrettante di segno decisamente opposto. Una vicenda tanto lunga come quella di Venezia Serenissima contiene in ogni senso “di tutto”, proprio per questo rappresenta un formidabile caso di studio nelle università di mezzo mondo.
Difficile francamente contrapporre una Venezia “buona” a un’Italia “cattiva”, a meno che non si sia vittime di una qualche forma di nostalgia verso una mitica età dell’oro identificata a priori con un certo momento storico. In questo caso, però, si entra nel campo della psicologia e si abbandona quello della storia e il discorso diventa di natura propagandistica.
Invece l’identità è troppo importante per umiliarla riducendola a un pugno di miti e a qualche alterazione della realtà. I casi sono infiniti ma, giusto per restare sull’attualità vorrei ricordare l’origine etnica, se così posso dire, dei principali protagonisti dello scandalo tangenti legato al M.o.S.E: tutti rigorosamente veneti, in buona parte provenienti da quelle aree “sane”, per definizione, che hanno costruito il miracolo NordEst. Neppure questo ha posto un po’ di sordina alle litanie su “Roma ladrona” e altre simili simpatiche amenità. Forse è davvero venuto il momento di mettere da parte gli stereotipi e cominciare a costruire un percorso identitario nuovo, fatto di valori importanti e di progetti futuri. Che dite di cominciare, per esempio, da un bel “Donne, uomini e terzo genere sono tutti uguali e hanno pari diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità?”



