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23 Febbraio 2016«La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.» L’affermazione è nota. Appartiene al pensatore strategico prussiano Karl von Clausewitz, che la distilla proprio all’inizio del suo volume Della Guerra. È tanto celebre da essere conosciuta ai quattro angoli del pianeta, guadagnandosi diritto di presenza nei commenti di ogni evento segnato dall’uso delle armi. Peccato pochi si preoccupino d’inserirla nel contesto nel quale l’autore la colloca. Perché per lui si tratta di una sintesi, non di una tesi.
La differenza non è di poco conto. Alla ricerca di un approccio scientifico al problema dell’esistenza della guerra, infatti, von Clausewitz finisce per “estrarre” la celebre affermazione dall’analisi del comportamento umano. Il quale resta in buona sostanza ambivalente, alternando con sconcertante regolarità tendenze al «mutuo appoggio» collaborativo, come sostenuto dal filosofo anarchico Pëtr Alekseevič Kropotkin, al suo esatto contrario: il conflitto. Perché la guerra, anche se la nostra inconsapevole cultura finge il contrario, è sempre stata una delle occupazioni principali della nostra specie, insieme con la ricerca del cibo e la riproduzione. Come mai?
Thomas Hobbes ha sostenuto che i due istinti naturali di base dell’uomo siano l’autoconservazione e la ricerca del benessere. Questo porterebbe ognuno di noi a scontrarsi, inevitabilmente, con gli altri in una lotta senza fine: «Homo homini lupus.» Vi pone fine solo la delega del potere a un terzo soggetto, il «sovrano», detentore del monopolio della forza. Il quale la usa per imporre l’autorità dello stato. Un processo che funziona relativamente bene all’interno ma non altrettanto nei rapporti tra gli stati: la competizione, a questo punto ritorna sotto forma di guerra, appunto.
Per Georg F. Hegel, invece, lo strano animale chiamato uomo è l’unico tra quanti popolano il pianeta a combattere non per sopravvivere, ma per affermare e vedersi riconosciuta la propria superiorità. Per questo l’intervento d’autorità dello stato è un bene ma, come già in Hobbes, se risulta decisivo nell’eliminare lo scontro a livello di singoli e gruppi non lo è altrettanto salendo a quello degli stati.
In sostanza, si tratta delle ragioni di base che rendono la guerra ineliminabile dal nostro orizzonte. Esiste da sempre un equivoco su cosa, poi, significhi sul serio la parola guerra e su quanto comporti. Per trovare la risposta, in realtà, basterebbe dare un’occhiata alle prime pagine di opere tanto citate quanto poco lette: l’Arte della Guerra di Sun Tzu o il già ricordato Della Guerra di von Clausewitz, per esempio. Qui la guerra è definita come affermazione della propria volontà a discapito e contro la volontà del «nemico.» Con qualunque mezzo. Anche la forza militare, ma non solo e non prevalentemente con questa. Meglio se con mezzi, per così dire, “pacifici”.
Inevitabile il corollario: se tale definizione di guerra è vera, ciò significa che l’uomo ogni giorno, in qualunque luogo e situazione è costantemente in guerra. Sarebbe opportuno prenderne atto.
Del resto, un filosofo antico che vale la pena ricordare, Eraclito di Efeso, sosteneva che il «conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re», al punto che «è il fulmine che è al timone dell’universo» e la realtà finisce per configurarsi come una misteriosa «armonia che da un estremo ritorna all’altro estremo.»
Il conflitto, dunque, muove ogni azione. Senza conflitto non avremo società. Forse neppure l’umanità. Dobbiamo rassegnarci all’inevitabilità della guerra? Oppure bisogna muoversi nella direzione dell’eliminazione del conflitto sociale?
Pensandoci bene, questa seconda direzione è stata la preferita da schiere di filosofi, rivoluzionari e aspiranti grandi riformatori di ogni tempo e luogo. L’Occidente ne ha rappresentato la culla per eccellenza. Senza risalire troppo nel tempo, il sogno illuminista di forgiare l’«uomo nuovo», istruito dalla Ragione e capace di vivere in perfetta sintonia con i suoi simili, partiva da tale presupposto. Da qui le numerose “utopie” degli ultimi due secoli: anarchismo, socialismo, comunismo ma anche quelle di segno opposto. Anche le varianti di liberalismo, penso a David Ricardo e Stuart Mill in particolare ma allo stesso Adam Smith. L’idea di fondo è sempre la stessa: trovare la chiave per evitare se non il sorgere almeno l’esplodere del conflitto sociale, il male che ne produce di infiniti altri, a cascata. Così facendo, anche il ruolo della politica, per definizione arte del governo dei conflitti, finirebbe per risultare sterilizzato. Con essa, tutte le possibili varianti: a cominciare dalla guerra, cioè la continuazione della politica con altri mezzi.
Niente conflitto sociale, niente politica, niente guerra: abbiamo la quadratura del cerchio. Peccato finora si sia rivelata appena un pallido sogno. Qualunque tentativo di tentarne la messa in pratica è fallito. Allora, il dubbio dovrebbe cominciare a farsi strada. Avrà mica ragione Eraclito: e se davvero il conflitto fosse il padre di tutte le cose? La pace… solo una forma depotenziata di conflitto, una sorte di incidente”, di tregua non convenzionale in attesa che di nuovo la fiamma divampi. Vero? Falso? Chissà…
Ps. Natura volontaria, carattere contrattuale, struttura reversibile: se il “patto sociale” avesse queste caratteristiche, non faremmo un grande passo in avanti verso la “riduzione del danno” provocato dal conflitto sociale, sempre pronto a degenerare in guerra? Evitando di precipitare nella pericolosa illusione di poterlo semplicemente eliminare: finale di partita probabilmente irraggiungibile.
Questa però è un’altra storia da cui si potrebbe ricominciare a ragionare in una seconda puntata.



